Nativi. Il genocidio culturale

La banalizzazione e lo sfruttamento della loro storia, delle loro tradizioni e credenze sono la forma più subdola per minare l’identità e le radici dei popoli indigeni.
scritto da MARCO CINQUE
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Oltre al genocidio vero e proprio, emerso con forza dirompente dopo le recenti scoperte di fosse comuni e più di mille tombe anonime nei pressi di diverse scuole residenziali religiose del Canada, oltre ai crimini, alle torture e agli omicidi avvenuti grazie a leggi razziali varate dai governi, sia canadesi sia statunitensi (proprio negli Usa era nata l’odiosa pratica dell’assimilazione forzata, nelle 367 boarding school sparse nel Paese), c’è anche una forma più subdola che mina l’identità e le radici dei popoli indigeni: quella del genocidio culturale.

Proprio a proposito di genocidio culturale, si può provare a fare un esperimento semplicissimo, cioè andare sulla stringa di un qualunque motore di ricerca per immagini, digitando la parola “cherokee” e si può vedere coi propri occhi cosa ne viene fuori: compaiono esclusivamente jeep e automobili fuoristrada, come se il popolo cherokee fosse diventato invisibile, estinto, cancellato.



Se si ripete lo stesso esperimento con la parola “apache”, i risultati sono meno tragici, ma non di molto: si vedono per lo più elicotteri da guerra (sperimentati per la prima volta nella guerra dei Balcani, assieme ai missili tomahawk), potenti motociclette da corsa e persino una piattaforma per elaborare big data. Se poi dai nomi di popoli e nazioni indiane si passa a nomi propri, se cioè se si prova a digitare sulla stringa di ricerca il nome “Alce Nero”, avremo esclusivamente le immagini di un noto prodotto agroalimentare biologico, alla faccia dell’oglala Heȟáka Sápa.

Ma la lista degli spossessamenti ormai si è fatta davvero lunga, imbarazzante e vergognosa: i cheyenne trasformati in macchinette per i tatuaggi; Geronimo ridotto a un tavolo da un’azienda che produce mobili; Nuvola Rossa finito su un catalogo che promuove librerie; Cochise nelle sembianze di uno scarpone sportivo da sci; Crazy Horse è uno storico locale parigino da cabaret, con tanto di ballerine scosciate e i nomi di capi indiani che diventano hamburger nella catena di fast food Old Wild West e tanto, tantissimo altro ancora.

Poi abbiamo i ladri di storia, quelli che sui testi scolastici spacciano per verità la menzogna della cosiddetta “scoperta dell’America”. In realtà, tra gli ottanta e i  cento milioni di esseri umani si erano già scoperti da soli, ben prima dell’avvento dei colonizzatori europei; ma cosa avremmo detto e fatto a parti invertite, se qualcuno fosse venuto a “scoprirci” e a sterminarci? Quei testi scolastici che ancor oggi celebrano Cristoforo Colombo come un eroe, negando i suoi crimini e nascondendo quello che invece è stato il più grande e metodico genocidio consumatosi sulla faccia della terra: tra il 1492 e il 1592, nell’arco di un solo secolo, fu cancellato dal pianeta quasi un quinto dei suoi abitanti di allora.



Oppure come non pensare agli eserciti di autori, scrittori e registi non nativi che sfornano in continuazione libri e film sui nativi, piegandoli alla loro prospettiva di sguardo unilaterale e trasformando il frutto del loro sguardo in un conveniente business? Anche questa è una pratica piratesca e immarcescibile, che ormai va indegnamente avanti da troppo tempo.

Gilbert Douville



Quindi abbiamo i ladri di memoria, gli spacciatori abusivi di retaggi, i cosiddetti “indiani di plastica” che vendono i loro prodotti al mercato dello spirito, con cerimonie fasulle e abbigliamenti circensi dietro cui si nascondono, commerciando a caro prezzo le loro pagliacciate pseudo-spirituali. Proprio in merito al commercio fatto sulla spiritualità dei nativi, il Lakota Gilbert Douville, in una intervista, mi confermò la gravità del fenomeno:

Tanta gente è alla ricerca di una strada che la porti a conoscere la propria spiritualità. Molte di queste persone, per questo, vengono a incontrare noi Nativi d’America, forse perché il mondo ha raggiunto quella che noi chiamiamo “bancarotta della spiritualità”. Insomma, sono insoddisfatti di quello che le loro dottrine e religioni non riescono a dare o a mantenere. Così, in molti, vogliono imparare a usare la pipa o a conoscere le nostre cerimonie. Poi, una volta che sono stati accolti, parecchi se ne tornano nelle Americhe e in Europa e iniziano a celebrare per conto proprio. C’è una cosa però che devasta questa pratica e la corrompe nel più profondo: il denaro! Loro mettono un prezzo, si fanno pagare per partecipare a cerimonie che dovrebbero restare gratuite. Su internet troverete in quantità industriale soggetti che, ovviamente, sostengono di essere stati formati e autorizzati da qualche uomo-medicina e c’era un tizio che per un week end spirituale chiedeva addirittura 2.000 euro a persona. Molti anziani Lakota e di altre tribù si sono stancati di questo, perciò hanno stilato una sorta di dichiarazione di guerra contro gli sfruttatori della spiritualità Nativa; ma la nostra spiritualità non è in vendita e se trovate persone che vi chiedono soldi per partecipare a una cerimonia, scappate lontano da loro più che potete.

Poi ancora ci sono quelli che si pavoneggiano con pomposi nomi indiani, spesso autoproclamati, oppure con tatuaggi e altri travestimenti, come se questo potesse renderli davvero più indiani degli stessi indiani, quando bisogna già faticare non poco per riuscire ad essere dei semplici esseri umani.

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Il genocidio culturale, dunque, non risiede solo nell’odioso processo di assimilazione forzata dei popoli indigeni o nell’appropriazione indebita dei loro retaggi, ma è anche insito nell’approccio quotidiano che le persone manifestano con i loro comportamenti. Dovremmo pertanto imparare ad avere più rispetto e cura verso culture e popoli che diciamo di ammirare ed amare, è questo il nostro compito, la nostra responsabilità.

Nativi. Il genocidio culturale ultima modifica: 2021-07-18T17:41:39+02:00 da MARCO CINQUE

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