Partite politiche

Anche a Tokyo la politica si è presa la scena, con la pandemia a farla da padrona e un dibattito molto acceso fra i sostenitori della necessità di disputare comunque le Olimpiadi e quanti, al contrario, avrebbero preferito un ulteriore rinvio o addirittura l'annullamento della manifestazione.
scritto da ROBERTO BERTONI
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Mancano ormai pochi giorni all’inizio delle Olimpiadi di Tokyo: un’avventura straordinaria che sarà emozionante seguire, nonostante l’assenza del pubblico sugli spalti per via del Covid e di una gestione tutt’altro che positiva dell’emergenza sanitaria da parte del governo giapponese. Tuttavia, concentriamoci per un istante su un aspetto non meno significativo, ossia la stretta connessione che da sempre esiste fra sport e politica. Basti pensare al processo di distensione fra gli Stati Uniti di Nixon e Cina di Mao, avviato grazie alla popolarità, a quelle latitudini, del ping pong, e, in senso opposto, al boicottaggio degli americani nei confronti delle Olimpiadi di Mosca nell’‘80 e alla ritorsione dei sovietici nell’‘84 all’indirizzo dei Giochi di Los Angeles.

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La squadra Usa di ping pong in Cina, nella copertina di Time, 26 aprile 1971

Diciamo anche che se il legame è sempre stato stretto, e non potrebbe essere altrimenti, l’eccesso provoca danni atroci: per gli atleti e per la credibilità della politica stessa. Molto più utile, a nostro giudizio, è in ogni circostanza il saggio uso della popolarità dello sport per mettere in risalto le storture e gli aspetti intollerabili di un regime, come fecero ad esempio i tennisti italiani a Santiago del Cile, quando, nel dicembre del ’76, capeggiati da Adriano Panatta, scesero in campo nel doppio con una maglietta rossa, in segno di opposizione a Pinochet e di vicinanza e rispetto nei confronti delle vittime della sua tirannia.

Tre protagonisti del calcio totale olandese Totalvoetbal Johan Neeskens, Rinus Mivhels e Johan Cruyff nel 1976

Da questo punto di vista, gli anni Settanta hanno costituito quasi un punto di non ritorno: nel ’78, infatti, si disputano in Argentina i Mondiali della vergogna e della mistificazione, con le prigioni in cui avveniva ogni sorta di abuso e di tortura situate non lontano dagli impianti sportivi. Era l’Argentina di Videla, Bignone e Massera, l’Argentina in cui una leggenda come Cruijff si rifiutò di andare, anche perché pare che temesse per la sua incolumità, l’Argentina che doveva per forza vincere e vinse, battendo in finale l’Olanda per 3 a 1, non senza l’orribile fallo di Passarella ai danni di Neeskens, una gomitata che costò al fortissimo centrocampista olandese la frattura di due denti, e non senza il costante e motivato sospetto che non potesse finire altrimenti.

A Mosca, invece, assistemmo all’oro di Mennea, un anno dopo il record nei 200 metri stabilito a Città del Messico, e al vuoto lasciato dalla compagine statunitense per via dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Senza contare che anche la nostra rappresentanza, per volontà del presidente del Consiglio Cossiga, si presentò comunque a ranghi ridotti e senza bandiera tricolore, permettendo la partecipazione dei soli atleti che non appartenessero a squadre sportive militari, in nome dell’atlantismo e di una mancanza di autonomia decisionale che ha sempre fatto molto male al nostro Paese. E, a dire il vero, non fu meno triste, quattro anni dopo, assistere alle 174 medaglie americane, tra cui 83 ori: un numero esorbitante, reso possibile dalla mancanza dei sovietici, con gli atleti costretti a pagare un prezzo altissimo e immeritato a giochi più grandi di loro e francamente inaccettabili, visto il sacrificio che questi ragazzi compiono per anni per vivere l’ebbrezza di quei pochi attimi di gloria o di tormento.

Anche a Tokyo la politica si è presa la scena, con la pandemia a farla da padrona e un dibattito molto acceso fra i sostenitori della necessità di disputare comunque le Olimpiadi e quanti, al contrario, avrebbero preferito un ulteriore rinvio o addirittura l’annullamento della manifestazione. Saranno comunque Giochi meravigliosi, non ci sono dubbi, e sarà interessante vedere quanto il silenzio assordante degli impianti influirà sulle prestazioni degli atleti, privando magari i giapponesi di alcune certezze e favorendo, in qualche occasione, i loro avversari.

La nostra idea è che, per quanto la politica sia ovunque e ciò sia un bene, perché è sintomo di una tenuta democratica complessiva nonostante le innumerevoli falle del sistema globale, sarebbe bene evitare che condizionasse in maniera esagerata un ambito che, per continuare a regalare emozioni, ha bisogno della più totale libertà e della massima autonomia. Solo lo sport, infatti, è in grado di unire tutto ciò che il resto divide. Non dimentichiamocene mai, soprattutto quando è la nostra parte a trarre beneficio da un determinato comportamento. Presto, difatti, le parti potrebbero invertirsi e quasi sempre gli autocrati sono assai più abili dei democratici ad approfittare della popolarità dello sport per perseguire obiettivi che con lo sport non c’entrano nulla e che, nella maggior parte dei casi, sono in netto contrasto con ogni visione etica e con la dignità stessa degli esseri umani.

 Nell’immagine d’apertura: Connie Sweeris (a destra) gioca con una delle atlete cinesi nel corso della loro visita negli Usa negli 1972 [Photos/Provided to China Daily]

Partite politiche ultima modifica: 2021-07-18T21:29:23+02:00 da ROBERTO BERTONI

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