Prove per una nuova epoca

Uno degli effetti indiretti più rilevanti della pandemia e del confinamento è il lavoro a distanza. È un’innovazione collaudata, che non potrà non avere conseguenze permanenti sull’organizzazione del lavoro, degli spazi, dell’economia e delle vite delle persone, ma anche delle relazioni sociali e dei territori. Insomma sul nostro modo di stare nella realtà.
scritto da ALBERTO MADRICARDO
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Uno degli effetti indiretti più rilevanti della pandemia e del confinamento che essa ha imposto è stato quello di lanciare alla grande il lavoro a distanza (detto anche telelavoro, lavoro agile o smart working). Questa modalità di organizzazione del lavoro, in sé non nuova, è stata applicata su una scala che non ha precedenti in molti paesi proprio per ridurre le occasioni di contatto fisico tra le persone sui mezzi di trasporto e negli uffici durante le fasi più acute del contagio. Ora è un’innovazione collaudata, che non potrà non avere conseguenze permanenti sull’organizzazione del lavoro, degli spazi, dell’economia e delle vite delle persone, ma anche delle relazioni sociali e dei territori. Insomma sul nostro modo di stare nella realtà. 

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Scomporre – semplificare – funzionalizzare: la ragione moderna. 

Le rivoluzioni industriali del diciannovesimo e ventesimo secolo avevano praticato su larga scala il principio della compartimentazione e la funzionalizzazione del lavoro sociale e, con esso, la scomposizione della vita naturale e umana. Modificazioni profonde dell’organizzazione del lavoro tradizionale erano allora avvenute nelle società occidentali già dalla seconda metà del secolo XVIII in Inghilterra, poi, via via, per cerchi più larghi, nel mondo intero. 

Masse enormi di contadini avevano dovuto spostarsi dalle campagne alle città in cui si aprivano i nuovi stabilimenti industriali (ingigantendo il fenomeno dell’inurbamento già presente fin dal medio evo), per fornire a essi la mano d’opera necessaria. Già allora l’imponente flusso d’immigrati aveva fatto crescere nelle città la domanda di alloggi e pompato la speculazione immobiliare. Nell’Ottocento i lavoratori scandivano la giornata dividendo il loro tempo tra lavoro e fabbrica, e quello di lavoro poteva occupare anche 14, 15 o 16 ore al giorno:  “nelle filande torinesi le operaie lavorano in media 16 ore al giorno, sedute davanti ad una bacinella d’acqua bollente, con le dita là dentro a scuotere i bozzoli e a tirarne il filo” (da zic.it). Poco restava per il riposo e quasi nulla per la vita familiare e sociale, negli ambienti squallidi delle nuove periferie che sorgevano a margini  delle città.    

Una così estrema scomposizione dell’organicità della vita sociale e individuale, una loro subordinazione così marcata alle esigenze della produzione, non si erano mai viste dai tempi della  schiavitù, quando l’essere umano era stato privato della sua “sostanza esistenziale” e considerato – secondo la classica definizione di Aristotele – un mero “strumento animato”. 

Alla scomposizione delle esistenze, nel secolo ventesimo si accompagna quella della città tradizionale, il cui spazio è suddiviso tra centri storici e monumentali, zone industriali, quartieri residenziali e popolari, spostati sempre più dai centri alle periferie. Più recentemente, in seguito alla concentrazione della distribuzione commerciale e alla “razionalizzazione” della logistica, nelle periferie e negli spazi extraurbani adiacenti si sono moltiplicate le zone specializzate, destinate ai centri per gli acquisti, per i divertimenti, ecc.    

La separazione fisica e temporale, spesso molto marcata, tra le diverse parti e funzioni della vita, la complessiva dissociazione – artificializzazione di essa, che ne consegue, hanno talmente dilatato gli spazi specializzati  (i non luoghi di cui parla Marc Augé) e i tempi funzionali, che, si può dire, molto raramente possiamo incontrare noi stessi, ma quasi solo parti e segmenti astratti delle nostre vite.

In età premoderna una così marcata scomposizione dello spazio – tempo e delle vite non era mai avvenuta. La fattoria agricola è stata per molti millenni un’unità insieme economica, abitativa e sociale. La città antica e medievale, che pure conosceva la divisione del lavoro, restava una realtà in cui le diverse funzioni vitali del corpo sociale erano strettamente intrecciate tra loro nello spazio denso urbano. D’altra parte, l’artigiano lavorava nella sua bottega, che spesso si trovava sotto o vicino la sua casa di residenza. Egli, come il contadino in campagna, viveva quasi senza distinguere nettamente fra la sua attività e relazioni produttive e la sua vita privata e familiare. Non era infrequente che i suoi apprendisti e lavoranti vivessero sotto il suo stesso tetto e facessero in qualche modo parte della sua famiglia. È l’introduzione su larga scala delle macchine nella produzione industriale a scomporre e gerarchizzare l’unità organica degli spazi e dei tempi della vita sociale e individuale. Il tempo, lo spazio, le relazioni umane e quelle con la realtà naturale vengono interamente funzionalizzate ai processi macchinali produttivi, concentrate in zone a essi propriamente dedicati, al fine di far crescere indefinitamente la loro efficienza. 

In reazione a ciò, la lotta per la “umanizzazione” e la riduzione dei tempi di lavoro scandisce parte del secolo XIX e quasi tutto il XX secolo, improntando di sé la storia delle relazioni sociali e politiche nei paesi industrializzati.  

Centralità ed “eclissi” del lavoro  

Negli ultimi due decenni del secolo XX e poi nel nuovo secolo la tendenza generale delle società occidentali sembra cambiare di segno. La concentrazione di masse enormi di lavoratori nelle grandi fabbriche, la loro dislocazione abitativa in periferie dormitorio, rischiavano, negli anni ‘60 e ‘70 del Novecento, di creare delle vere e proprie bombe a orologeria di conflittualità sociale. La “questione del lavoro” diventa centrale grazie alla visibilità da esso acquisita nella grande fabbrica. La forza dei lavoratori organizzati nei paesi europei strappa aumenti salariali e miglioramenti delle condizioni di lavoro che rischiavano di comprimere i margini di profitto e di accumulazione dei capitali investiti.  

Anche per ridurre la pressione sociale, si dà inizio alla globalizzazione. Questa, mettendo in concorrenza la forza lavoro e territori dei paesi più industrializzati con quella dei paesi non ancora interamente entrati nel mercato capitalistico, avrebbe profondamente indebolito il fronte dei lavoratori e cambiato i parametri stessi delle relazioni  industriali. 

Per alleggerire l’astrattezza “inumana” dell’organizzazione produttiva, si mettono in pratica strategie articolate, dette postfordiste e posttayloriste. Si fa strada l’idea – e la pratica – di  un’organizzazione  del lavoro deconcentrata e più flessibile, capace di essere più  sensibile a una domanda che si fa sempre più mutevole e volubile. Mentre si attuano processi di automazione delle catene produttive che riducono l’esigenza di usare lavoro vivo, cioè umano, si pratica l’esternalizzazione e la delocalizzazione di sempre più parti delle produzioni.

L’esternalizzazione delle lavorazioni avviene per lo più nello stesso territorio, verso la miriade di piccole imprese – di produzione o di appalto – che sorgono intorno o nell’hinterland della grande fabbrica, e divengono fornitrici di pezzi e accessori che essa assembla. In tale modo vengono esternalizzate e flessibilizzate anche parti delle rigidità contrattuali vigenti nella grande fabbrica, e dei costi delle frequenti riconversioni produttive.  

La delocalizzazione si compie spesso in luoghi anche molto lontani dalle “case madri”, in paesi in cui i livelli salariali sono ancora bassi e il controllo sugli effetti ambientali delle produzioni blando o inesistente. 

Tutto ciò spinge in alto, a livelli prima mai visti, l’importanza di una logistica essa stessa sempre più “razionalizzata” e divenuta fonte di enormi investimenti e profitti.  

In pratica si cerca di evitare che si riponga il problema del lavoro come questione sociale centrale, come era avvenuto negli anni ’60 e ’70 del Novecento.  

La pratica – già ricordata- dell’esternalizzazione e della delocalizzazione delle produzioni, l’individualizzazione dei rapporti di lavoro in una miriade di contratti, insieme all’avanzare della rivoluzione informatica, frantumano la tradizionale solidarietà dei lavoratori della grande fabbrica – il nerbo della classe operaia organizzata del Novecento – precarizza e polverizza il lavoro. In certi casi, nel settore in grande ascesa della logistica, ma non solo, il lavoro non è perfino più riconosciuto come lavoro ma declassato al rango di hobby, di “lavoretto”, in quella che è chiamata “gig economy”, o – appunto – “economia dei lavoretti”.  

Nelle vite degli individui il tempo di lavoro, quello vuoto, di disoccupazione, e quello libero “per la vita”, si confondono. Ma non in quella condizione di ricomposta libertà che Marx prefigurava nella società comunista, per cui la mattina ci di dedica, per esempio, alla produzione, mentre nel pomeriggio ci si divide tra la pesca e la critica filosofica. In una condizione opposta e speculare, di precarietà assoluta di una vita del tutto fuori del proprio controllo, che con la libertà non ha niente a che fare.    

In molti casi, specie nelle imprese d’appalto, delle piccole imprese e nel settore logistico, che, anche grazie all’informatizzazione, ha avuto uno sviluppo imponente negli ultimi decenni, si può parlare di una nuova “invisibilizzazione” del lavoro, riportato sempre più dietro le quinte,  a condizioni  “ottocentesche”. Ora, se si riduce, attraverso il telelavoro, la condivisione dello spazio e dei tempi di lavoro da parte dei lavoratori, può ridursi ancor più una solidarietà fra loro già complessivamente indebolita e quindi anche la loro forza contrattuale. C’è effettivamente il rischio che il lavoro possa ridursi ancor più a fatto privato, socialmente marginale. Bisogna tener conto però anche dell’evoluzione in questi ultimi decenni di quello che chiamerò il “fattore coscienziale”, in altre parole della capacitò degli individui di muoversi in modo coordinato anche senza bisogno di essere intruppati entro rigide, esteriori paratie spaziotemporali. Azzardo la supposizione che in questo caso i rischi per un lavoro più qualificato siano pari alle opportunità. 

La “crisi” della scienza 

I cambiamenti nell’organizzazione della produzione e del lavoro risentono anche in qualche modo del ripensamento, iniziato – si può dire – ancora negli anni ’20 e 30 del Novecento della specializzazione di una ricerca scientifica  e  tecnologica sempre più emancipata da ogni esigenza di ricomposizione, ma legittimantesi unicamente attraverso la sua efficacia settoriale nella proiezione dominatrice della realtà. 

Il dibattito culturale europeo sullo stato della scienza aveva segnalato già allora le criticità prodotte dalla specializzazione.

Le funzioni specializzate della comunità – scriveva il filosofo e matematico Alfred  Withehead nel 1925 – sono compiute sempre meglio, ma non c’è una direzione generale con una visione unitaria. Il progredire in campi particolari non fa che accrescere il pericolo presentato dalla debolezza, dalla fragilità del coordinamento” (in: La scienza e il mondo moderno).

Edmund Husserl aveva posto fin nel titolo della sua opera più famosa, pubblicata nel 1936, la questione di una generale Crisi delle scienze europee

L’emergere della complessità

Ma è soprattutto con l’emergere della crisi ambientale, dagli anni ’70, che si sente l’esigenza di mettere in atto processi di ricomposizione “organica” dei saperi scientifici (organico – diciamo – è ciò il cui tutto vale più delle parti che lo compongono). Sui confini delle specializzazioni germogliano discipline olistiche e “complesse”, come la cibernetica, le teorie dei sistemi, le scienze del clima, dell’ecologia, ecc. Si profila un nuovo scenario in cui, – per dirla in modo ultra schematico – alla grande semplificazione moderna, segue la complessificazione tardo o postmoderna. 

La società complessa ha questo carattere essenziale: dinamiche culturali, sociali ed economiche contraddittorie e incompatibili convivono non episodicamente, ma permanentemente, tra loro. Nella società complessa vale il principio del tutto e il contrario di tutto: la realtà decentrata è in grado d’inghiottire e disperdere dentro la propria indefinita piattezza ogni dialettica, ogni velleità di rovesciamento e di “negazione determinata” (rivoluzionaria) dello stato di cose esistente. Più precisamente, vale il principio secondo cui più possono essere rivoluzionate le parti, più stabile e immodificabile risulta il tutto.

Metamorfosi del potere 

Su un altro piano – in concomitanza e analogia con il relativo ripensamento della situazione della ricerca scientifica e delle modalità della razionalizzazione produttiva, si può notare una tendenziale deformalizzazione, degerarchizzazione e  “complessificazione” del potere, soprattutto grazie alla rivoluzione informatica che moltiplicando indefinitamente le possibilità di relazione orizzontali, riduce l’esigenza di centralizzazione “verticale” delle mediazioni. 

Riportato più in medias res, il potere vede diminuire il suo privilegio del “distanziamento prospettico in alto” di cui tradizionalmente godeva. Di pari passo procede la riduzione tendenziale della sua enfasi presenzialista e formalista. Ridimensionate, anche se non eliminate, le sue tradizionali qualità simbolico – demiurgiche, il potere (come segnala Niklas Luhmann, in particolare in Potere e complessità) tende a farsi più indiretto e a disperdersi  in una poliarchia che lo rende meno attaccabile ma anche ne minaccia l’efficacia d’insieme. 

Allo stesso tempo però – confermandosi la compresenza dei contrari nelle situazioni complesse – nelle crepe e nei  larghi interstizi creati o lasciati sussistere dalla globalizzazione, e in assenza di una volontà comune di ricomposizione di una sovranità mondiale, proliferano nuovi, mostruosi e ambigui poteri corsari. Le società multinazionali dell’informatica, della logistica, ecc. si sottraggono al controllo degli stati e si impadroniscono di funzioni  tradizionalmente attribuite alla loro sovranità (la tassazione minima al 15 per cento delle loro attività approvata dai G20 è solo un primo timido segnale di inversione di tendenza). 

Strutturate al loro interno in gerarchie ferree, queste organizzazioni esercitano spesso un potere pressoché assoluto, finalizzato esclusivamente all’autopotenziamento attraverso il raggiungimento di standard sempre nuovi di efficienza.   E tuttavia nemmeno loro – estreme eredi e continuatrici della sfida della “grande semplificazione” dominatrice moderna – possono essere certe di aver domato la complessità. Si ha anzi l’impressione che, lungi dal dominarla, esse ne siano in realtà degli epifenomeni, sempre a rischio di affondare tra le onde da esse stesse provocate. Sono portatrici di una logica che intende l’essere come autopotenziamento, cioè come un indefinito venire a essere. Ma il dato, essenziale quanto stupefacente di questo tempo, è che nella complessità non si viene a essere: ci si trova a essere. 

Forse si può dire che la complessità è proprio questo: la scopertadi trovarsi dentro ciò (il “mondo”, la “natura”) che prima si riteneva di avere davanti, e perciò di poter dominare. Più conosciamo il mondo, più affondiamo dentro di esso insieme ai nostri molteplici saperi, meno siamo in grado di ricondurcelo a tu per tu: il “grande ego” della ragione analitico – dominatrice, della scienza, della produzione, del potere, è sommamente frustrato perché non può più godersi senza inquietudine il proprio potenziamento, il suo indefinito venire a essere  nell’essere. Ogni volta che tenta di farlo, invece che accedere all’apertura del mondo, si trova in un vicolo cieco, senza eco, che non si presta a fargli da corrispettivo.

Dall’etica della funzionalità  a quella della relazione

Nell’addensarsi di pericoli sempre maggiori sullo sviluppo ispirato a una razionalità che dimostra sempre più la sua insufficienza d’insieme, si avvertono segni di decomposizione ambientale, sociale e del potere. La sfida prometeica moderna avverte la minaccia del proprio naufragio e l’urgenza di una certa ricomposizione delle compartimentazioni e gerarchie degli spazi, dei tempi, dell’organizzazione sociale e della realtà.  

Non credo che ci possano essere dubbi sul fatto che ci troviamo alla fine di un’epoca. Incerto è se siamo all’inizio di un’altra. Tutto dipende dalla nostra capacità di ripensare dalle basi il nostro stare nel mondo.  Di cogliere questa complessità che sembra travolgere tutti i nostri schemi come una radicale opportunità.  Qualunque cosa tocchiamo, qualsiasi problema esaminiamo, ci rimanda, come un’eco, l’urgenza di cambiamenti rapidi e profondi. 

Si tratta di pensare e praticare una vita individuale e sociale ricomposta, meno compartimentata e funzionalizzata, in cui la relazione non sia solo mezzo, ma anche fine.  Ciò in concomitanza con il recupero di un rapporto organico con la “natura” (intesa nel senso comune, approssimativo del termine) che è stato perduto a mano a mano che essa è stata vivisezionata e dominata, mentre crescevano le frammentazioni e le disuguaglianze sociali. Perché il rapporto sociale, interumano, e quello con l’“alterità” naturale sono l’uno l’altra faccia dell’altro. La consapevolezza della loro connessione dialettica può far sì che  l’uno offra spessore, profondità e modelli di razionalità più adeguati  ad affrontare i problemi  dell’altro.  

Insomma si tratta di favorire il ricostituirsi di polarità qualitative, nella vita individuale come in quella sociale, non funzionalizzabili, che, proprio grazie a una loro riacquisita organicità, siano dotate di forte potere attrattivo, in grado di prevalere sulla tendenza entropica – dissipatrice  ineliminabilmente presente nella società complessa. 

Polarità di denso spessore relazionale, individuali e collettive, fini a loro stesse, lasciate essere – per usare un’espressione di Heidegger – capaci di riaggregare e di tradurre nella profondità  di nuovi – antichi  mondi della vita la realtà esplosanel  tutto superficie della complessità. 

Due esempi

Di ciò che intendo con ciò, voglio fare due esempi, che spero siano un po’ chiarificatori. Il primo lo traggo proprio dal “lavoro agile”. Esso riconvoglia e con – fonde, nell’unità spazio temporale della casa di abitazione, i diversi mondi relazionali e operativi, le partizioni, le gerarchie spaziali e di senso da cui la nostra esistenza normalmente è scomposta ed esteriormente strutturata. Senza veli e alibi evasivi, d’un colpo e tutto insieme, esso ci mostra il caos sostanziale in cui essa versa. È la prima esperienza diretta, vissuta individualmente sulla propria carne, della complessità. 

Ma la relativa libertà acquisita dai tempi rigidi di lavoro e dai luoghi della loro effettuazione, potrà consentire un rapporto nuovo, meno funzionalizzato ma più complessivo e organico con lo spazio e con il tempo. 

Ciascuno, quasi come un nuovo Conte di Montecristo, dovrà trovare il proprio modo di liberarsi dalla cella senza mura e senza sbarre in cui si ritrova. Certo, in quest’esperienza, nella quale ciascuno è anche lasciato interamente a se stesso, cresce il pericolo di naufragio e di estrema dissoluzione e delle vite. Dove più alta si pone l’assicella, lì ci sono maggiori rischi di nuove disuguaglianze, d’inedite schiavitù, più terribili che mai, perché prodotte dall’incapacità degli individui atomizzati di riaversi, alla scoperta dell’irredimibile, caotica evasività delle loro vite. La complessità – ho già detto – è essenzialmente esperienza della presenza simultanea dei contrari.

Si tratterebbe di “schiavitù unilaterali”, non corredate dalla figura corrispettiva di un padrone. I nuovi “poteri” delle multinazionali, soprattutto dell’informatica e della logistica, che formano il cosiddetto Capitalismo della sorveglianza – come definisce il titolo dell’illuminante libro di Shoshana Zuboff – sono pur sempre “poteri servili”: si legittimano presentandosi come servizievoli facilitatori delle nostre vite. Quello dell’estremo naufragio nella “schiavitù senza padrone” è un pericolo ineliminabile, inscindibile dalla vertiginosa libertà di sperimentare radicali strategie di ricomposizione individuali e sociali di cui oggi disponiamo. Si tratta di ricomporre l’inabitabile pastone esistenziale delle nostre vite e della realtà sociale in nuovi, organici “mondi della vita” individuali e collettivi, in cui possano incubare gli embrioni della “nuova epoca”. 

La realtà sociale umana più ricca e varia è quella della città storica europea. La sua antica organicità, fatta di coesistenze di tempi, di intrecci e stratificazioni di spazi e di vite, di quotidianità plurime e varie, dal cui crogiolo è nata la civiltà moderna, è stata vivisezionata e saccheggiata dalle dinamiche funzionaliste moderne. Grazie alla relativa emancipazione delle relazioni dalla determinazione spaziale, consentita dalla rivoluzione informatica, esse, senza perdere lo spessore simbolico della loro località – del loro essere localizzate – possono trasformarsi i straordinari  spazi di sperimentazione globali e in comunità di progetto. Noi dobbiamo imparare a passare da un nostro esistere inteso come indefinito, autopotenziantesi venire a essere in un mondo da semplificare e dominare, al trovarci già in un mondo complesso, cui ridare organicità. Le modalità e le pratiche  per realizzare ciò sono tutte da inventare. Le città storiche, per le peculiarità che le caratterizzano – come ho già detto –  sono ambienti particolarmente adatti a esperienze di ricostituzione dell’organicità della vita. 

Non bisogna però dimenticare che la più grande opportunità che sia mai stata data all’uomo di liberarsi dalla “gabbia d’acciaio” – come la definiva Weber – da lui stesso creata con le mani – della “grande semplificazione” dominatrice moderna, di cui è egli stesso diventato schiavo – gli si propone insieme al più inaudito, estremo pericolo. 

Prove per una nuova epoca ultima modifica: 2021-07-18T16:52:33+02:00 da ALBERTO MADRICARDO

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