Angelo Bolaffi e la Germania

All’illustre germanista è stata recentemente conferita la croce di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica federale di Germania. ytali l’ha intervistato percorrendo la lunga carriera che l’ha condotto alla prestigiosa onorificenza.
scritto da SANDRA PAOLI
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Angelo Bolaffi, filosofo, politologo, grande conoscitore della Germania, è stato insignito dal presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier della croce di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica federale di Germania. Il 7 luglio, il prestigioso riconoscimento gli è stato consegnato dall’ambasciatore di Germania a Roma, Viktor Elbling, presso la sua residenza di Villa Almone [qui il discorso dell’ambasciatore].
Per ytali è stata l’occasione per percorrere – conversando lungamente e informalmente con lui – la carriera che l’ha portato fino all’importante onorificenza, un tragitto biografico e professionale che fa da filo conduttore di una storia, quella della Germania dalla fine degli anni Sessanta a oggi, che s’intreccia con quella delle relazioni italo-tedesche negli ultimi decenni.

Angelo Bolaffi

“Un grande onore”, dice l’illustre germanista, filosofo e politologo, commentando il conferimento della croce al merito.

Mi fa piacere, aggiunge, perché prende atto di quanto, da ormai più di mezzo secolo, in vari modi, sto facendo. Probabilmente indica anche un’attenzione da parte tedesca che – posso essere franco? – non c’è da parte italiana. Sono molto felice che gli amici tedeschi riconoscano i miei meriti, ma ho fatto quello che ho fatto anche pensando di fare un servizio all’Italia. Evidentemente non tutti sono dello stesso parere, o comunque in Italia è valutato diversamente da quanto fanno gli amici tedeschi.

Nemo propheta in patria…
E già… È evidente l’attenzione particolare della Germania verso l’Italia, checché ne dicano certe forze politiche o certi ambienti intellettuali. È una Germania democratica, una Germania – prima di Bonn e poi di Berlino – che, in una prospettiva europeista, tiene molto all’Italia e crede che un’Europa che risolva una questione tedesca esista solo se c’è anche l’Italia. Come non c’è un’Europa senza la Germania o contro la Germania, così non c’è un’Europa senza l’Italia. I tedeschi credono che la mia attività volta a sviluppare le relazioni culturali tra i due Paesi e soprattutto a prevenire, in alcuni momenti, polemiche insensate che, ciclicamente, in Italia sono attizzate da certe forze politiche e culturali, vada nell’interesse nazionale tedesco. E penso che sia anche un interesse nazionale italiano, ma questo è tutto da discutere.

Quando, come inizia il tuo interesse per la Germania?
Quasi mezzo secolo fa, nel novembre 1972, andai per la prima volta a Berlino Ovest. Avevo chiesto una borsa di studio al DAAD (Deutscher Akademischer Austauschdienst, il Servizio tedesco per lo scambio accademico), per poter frequentare la Freie Universität. C’era bisogno di fare un esame di lingua e per preparare questo esame il DAAD mi diede una borsa di studio di due mesi a Berlino. Nasce così il mio rapporto con la Germania.

Mi ero già laureato a Roma nel 1969, avevo studiato il marxismo, i “classici” che si studiavano allora nella sinistra, era la stagione del movimento del ’68. Nel 1972, vista l’aria che tirava, pensai che fosse meglio lasciare Roma e tornare a studiare. L’aria era quella di un movimento che si stava sfaldando in direzione dell’estremismo di sinistra, del terrorismo. Pensai che fosse meglio tornare a studiare. Inizialmente, l’idea era quella di leggere in originale i testi per noi sacri: Marx, Hegel…

Dopodiché ottenni una borsa di studio della Fondazione Humboldt di un anno e mezzo. Tornai a Berlino nel ’73 con un ruolo accademico. Alla Freie Universität frequentai seminari, tenni seminari di filosofia e scienza politica. L’approccio con cui arrivai era completamente diverso da quello che ho ora. Andai in Germania cercando “l’altra Germania” convinto che “l’altra” Germania fosse la DDR, antifascista, socialista. Tornato in Italia, scrissi un editoriale sull’Unità attaccando la Repubblica Federale per la questione del Berufsverbot. La sinistra sosteneva che la Germania federale era imperialista e proto-nazista e che reprimeva le forze intellettuali di sinistra. Allora vedevo le cose in modo diverso da come le vedo oggi. Provenivo da una famiglia antifascista, di tradizione ebraica. La Germania era un qualcosa di molto sospetto, mio padre e mia nonna in un primo momento non mi perdonarono la scelta di recarmi in Germania. Ma proprio lì imparai che si rimane fedeli a se stessi solo se si cambia idea. In quegli anni, vivendo nella Repubblica Federale Tedesca, conoscendone lo sviluppo cambiai idea. La Germania che cercavo era sotto gli occhi di tutti, ma non la vedevamo. Tuttavia, all’inizio il mio approccio era quello di studiare il tedesco e capire i “mali” della Germania occidentale. Per me era come la vedeva il Pci, a cui ero iscritto, la “longa manus” dell’imperialismo occidentale e quindi del militarismo, del segreto cripto nazismo e quant’altro.

Enrico Berlinguer, nel dicembre 1973 a Berlino, con Erich Honecker, primo segretario del comitato centrale della SED.

Negli anni Settanta la Guerra fredda era più fredda che mai. Le due Germanie erano l’epicentro della Guerra fredda e tu eri un intellettuale, come hai ricordato, legato al Pci. In quel momento il Pci aveva relazioni con la Germania Est e al contempo stava avviando un rapporto con la SPD: come vedi questo rapporto? Che parte avevi nello sviluppo delle relazioni?
Tornato a Roma, iniziai a collaborare in maniera sistematica con la rivista teorica del Pci, Rinascita. Mi occupai in maniera precipua di questioni filosofico-culturali in senso lato. Si prevedeva di importare in Italia una serie di idee intellettuali sconosciute o poco conosciute. Feci una lunga serie di interviste. Allora Rinascita era settimanale, aveva una tiratura di 80 mila copie e ogni settimana usciva qualcosa che, come numero di pagine, valeva un libro. La collaborazione di e tra intellettuali in Italia era incredibile. Da Asor Rosa a Cacciari, da Marramao agli storici, ai filosofi. Da Robert Elais a Luhmann, autori che poi divennero famosi in Italia anche grazie alle pubblicazioni de Il Mulino. Quando feci le prime interviste su Rinascita erano sconosciuti. Feci la prima intervista rilasciata da Habermas. Pubblicai, in occasione della morte di Heidegger, un testo di Alfred Schmidt con l’introduzione di Cacciari. Un lavoro intellettuale oggi impensabile, per qualità e per impegno.

Un articolo dell’Unità dedicato alle relazioni Pci-SPD, inizio anni Settanta.

Mi occupavo anche di questioni relative alla Germania orientale, la DDR, e alla Germania occidentale, la SPD. Nei confronti della DDR, il partito aveva un atteggiamento doppio. Il Pci era legato alla Germania orientale, ma allo stesso tempo era molto critico con la repressione intellettuale. Quando furono prese misure contro Havemann, il cantautore Biermann o Rudolf Bahro non solo scrissi articoli in loro difesa, affermando che il vero socialismo non può accettare la repressione della libertà, ma mi impegnai anche direttamente. Partecipai a una serie di convegni organizzati a Berlino ovest dalla Freie Universität in sostegno di questi intellettuali della DDR. Fui dichiarato dalla DDR persona non grata. Ed è una cosa di cui venni a conoscenza solo successivamente.

Per andare a Berlino ovest, la Germania federale aveva possibilità di accesso solamente tramite determinate vie stradali e alcune vie ferroviarie, ma non per via aerea. Bisognava usare una delle linee delle potenze alleate, quindi Air France, British Airways o Pan American. Bisognava andare a Monaco, a Hannover o a Francoforte. Oppure c’era la possibilità di andare a Berlino direttamente da Roma, ma andando a Berlino est. Una volta, siccome costava meno rispetto a fare tutto il giro, presi l’aereo e atterrai a Schönefeld, l’aeroporto di Berlino est. Arrivati a Schönefeld, si mostrava il passaporto, si pagavano dieci marchi e si andava a Berlino ovest. Nella DDR erano d’accordo: perché si usavano le loro linee e perché incassavano dieci marchi. Quando mostrai il passaporto, passavano tutti, e io no. Trascorsero alcune ore, protestai e l’ufficiale mi disse: “Ma lei lo sa che è persona non grata?” e io: “No. Se l’avessi saputo non sarei venuto. E ora che faccio?” Rispose: “È affar suo”. Non sapevo che fare. A notte fonda (era febbraio, faceva un freddo cane) mi lasciarono a piedi. Non c’erano i telefonini, allora, e non sapevo dove andare. Arrivai da amici che mi aspettavano a Berlino ovest e non sapevano che fine avessi fatto. Andammo all’università, facemmo il seminario. La mattina del ritorno mi dissero di prepararmi per tempo, perché sicuramente mi avrebbero creato problemi. Sarei dovuto partire attorno all’ora di pranzo, ma mi alzai la mattina alle sei e mezzo, presi il bus ufficiale, controllato dalla DDR, che da Berlino ovest andava a Schönefeld. Di solito saliva un poliziotto che ritirava tutti i passaporti, dopodiché il bus proseguiva. Una volta arrivati, si scendeva e restituivano il passaporto, si pagavano dieci marchi e si aspettava di imbarcarsi. Neanche a dirlo: salirono, il bus ripartì, dopo cento metri i poliziotti lo rincorsero, lo fermarono, salirono e chiesero: “Chi è il signor Bolaffi?”. Scena da film. Tutti abbassarono la testa, nessuno protestò. Mi alzai, dissi: “Sono io”. Mi fecero scendere. Il bus proseguì, mi chiusero a chiave in uno stanzino e passarono ore e ore finché iniziai a sbattere la testa sul muro. Poi mi aprirono e dissero: “Mi dispiace, il suo volo è partito”. Dovetti ritornare a piedi a Berlino ovest e pagare di tasca mia un volo one way, allora del costo di mille marchi, per tornare a Roma.

Helmut Schmidt e Willy Brandt, 16 maggio 1974

In quel periodo seguivo anche la SPD. Attraverso il Pci, l’SPD teneva i rapporti con il Vaticano, lavorava alla politica di distensione di Brandt con la DDR, l’Ostpolitik, in cui il Pci ebbe un ruolo rilevante. Roma era un centro di incontri tra esponenti della Repubblica federale e della DDR, e dirigenti sovietici. All’interno del Pci c’era l’ala (che successivamente chiamammo “migliorista”) molto favorevole ad avere rapporti con la socialdemocrazia tedesca. Giacomo Marramao e io pubblicammo nel 1978 un lunghissimo saggio su Rinascita per spingere il Pci a fare una svolta come quella di Bad Godesberg. Alla domanda “Chi ha paura di fare come Godesberg?” tutto il Pci si rivoltò.

Negli anni ’77-’78-’79 ero in contatto con la sinistra extra parlamentare della Repubblica federale, soprattutto a Francoforte e Berlino. Ero interessato a capire cosa stesse succedendo, a capire anche se c’erano rapporti tra la RAF e le Brigate Rosse. In realtà, nelle Brigate Rosse c’era ancora un riflesso resistenziale, quindi di grande sospetto verso tutto ciò che era tedesco, di tutto ciò che parlava tedesco. Nemmeno con Autonomia operaia il terrorismo tedesco ebbe mai relazioni. Semmai ci fossero state, erano tra una parte di Lotta Continua e una parte di spontaneismo della Germania federale, con i molti giovani di sinistra che venivano in Italia per fare lavoro politico nelle fabbriche.

È di quell’epoca la questione dei missili. Sono gli anni del pacifismo. Tutto il movimento pacifista tedesco federale si opponeva alla scelta che fu perseguita da Helmut Schmidt, in rottura con Brandt, che spaccò la SPD. Successivamente viene l’accordo di Kohl e degli americani, con la decisione, o meglio la minaccia, d’installare i Pershing nel caso in cui i sovietici avessero continuato a schierare i loro SS-20, che incombevano direttamente sulla sicurezza europea. Fu una fase molto importante perché in quel cimento la SPD si spaccò.

Di fatto, la SPD finisce con il governo di Helmut Schmidt. Era al governo dal ’69 con Willy Brandt fino all’82 con Helmut Schmidt, per tornarvi solo nel ’98 con Schröder, per sette anni. Quando nell’82 Helmut Schmidt si dimise, Herbert Wehner, altro personaggio fondamentale, con Willy Brandt e Helmut Schmidt, della leadership della SPD, pronosticò: “Qui, al governo, ci torneremo tra vent’anni” e di fatto grosso modo ci si andò molto vicino. Era molto divisa, la SPD, e lo era allora allo stesso modo in cui poi si divise anni dopo con Schröder, con l’Agenda 2010. L’ala sinistra allora era pacifista contro l’ala destra, favorevole all’installazione dei Pershing. Con l’Agenda 2010 le divisioni riguardano lavoro e sindacato, welfare, le riforme. Sarebbe seguita la lunga era della Merkel, che finirà a ottobre. Sedici anni di un cancellierato così forte da creare inevitabilmente delle difficoltà in termini di successione. Se Merkel si ripresentasse, con tutta probabilità vincerebbe di nuovo. Questo è senza precedenti: tutti gli altri cancellieri sono usciti di scena cacciati o dagli elettori o dal proprio partito.

Angrelo Bolaffi

L’autunno dell’83 è l’autunno caldo tedesco che ha come teatro principale quello militare, con al centro la questione dei missili e il forte movimento di opposizione alla loro installazione. Manifestazioni pacifiste, università in fermento.
La tradizione di pacifismo tedesco risale all’immediato dopoguerra. Una tradizione soprattutto protestante. Che s’attiva contro il riarmo, contro la partecipazione alla Nato, contro la Germania federale che diventava potenza atomica. C’è una linea di continuità tra il pacifismo post nazista, che si muoveva nella convinzione che la colpa fosse emendabile solo attraverso il pacifismo, e quello degli anni Ottanta che arrivò fino all’83. In tutto questo, la DDR non stava a guardare. Il pacifismo tedesco occidentale era considerato utile a dividere la SPD e a consentire alla DDR di perseguire la propria politica di potenza. Va ricordato che la DDR dava l’appoggio logistico alla Rote Armee Fraktion, a Berlino est e che terroristi della Rote Armee Fraktion andavano a fare i “campi scuola” con i palestinesi passando per Berlino est. La polizia lo sapeva, ma chiudeva non uno, ma due occhi.

L’opinione pubblica tedesca deprecava e condannava il terrorismo, la Rote Armee Fraktion, chiedeva le maniere forti per contrastarlo. Ma c’era anche chi aveva un atteggiamento indulgente?
Ricordo un famoso articolo più o meno sulla falsariga del nostro “né con le BR né con lo stato”, e una lettera pubblicata poi dalla Taz, che diceva: “Se sapessi che in casa mia c’è un terrorista non lo denuncerei. Non sono d’accordo con lui, ma di certo non lo denuncerei”. Ma l’area del proselitismo della Rote Armee Fraktion era comunque molto inferiore rispetto a quella che ebbero invece in Italia Autonomia operaia e le Brigate Rosse. Se da noi ebbe anche un appoggio sostanzioso di certi strati operai e sindacalizzati, in Germania no, soprattutto per via di un’altra tradizione sindacale. La tradizione della compartecipazione alla direzione aziendale, un modello sindacale che non è conflittuale come quello italiano.

Il monumento a Willy Brandt nella piazza a lui dedicata a Varsavia. Fu eretto il 6 dicembre 2000, in occasione del trentesimo anniversario della “genuflessione”. Il 7 dicembre 1970 il cancelliere Brandt, mentre visitava un monumento alla rivolta del ghetto di Varsavia durante il nazismo, sorprendendo tutti, in maniera spontanea s’inginocchiò.

Negli anni Ottanta la Germania stava uscendo da un decennio segnato dagli anni di piombo, ma gli anni Ottanta sono anche il decennio che culmina nella caduta del muro. Un decennio di svolta per la Germania…
Sì, è un decennio di svolta. Innanzitutto dal punto di vista economico. La Germania diventa un modello di riferimento, il “Modell Deutschland”. Il modello degli equilibri finanziari europei. Di fatto allora il marco funzionava come funziona l’euro oggi. Ciò che decideva la Bundesbank aveva una conseguenza immediata su tutte le altre monete. La grande crisi italiana prima del ’92 non era forse legata al fatto che la Bundesbank aveva alzato il tasso di sconto?

Modello sociale virtuoso, la Germania diventa anche un modello culturale, si sviluppa seriamente un’opera di ripensamento e di rielaborazione del passato, la Vergangenheitsbewältigung, iniziata lentamente alla fine degli anni Sessanta con il processo agli aguzzini di Auschwitz a Francoforte. La Germania prende atto della colpa storica e prende il centro del dibattito tra storici tedeschi Nolte, Habermas e altri, il rapporto tra nazismo e comunismo, con la pubblicazione, anche in Italia, de “Il passato che non passa”. Parliamo del 1985.

A questo proposito vorrei ricordare il gesto di fortissimo significato che apre il processo di rielaborazione, il gesto emblematico di Willy Brandt, che il 7 dicembre 1970 s’inginocchia al ghetto di Varsavia
Certamente. Ma successivamente, prima che il tema fosse discusso a livello filosofico-culturale, ci sarebbe voluto parecchio tempo. Fu un dibattito molto lungo, complesso e difficile. La memoria è un lavoro complicato: l’uomo tende a rimuovere la colpa. Quanto più grossa è la colpa, tanto più si rimuove. È difficile affrontare la colpa, è un percorso simile a quello analitico. L’Italia credo abbia fatto molto, molto meno. Ci lavammo le mani dicendo di essere un popolo della Resistenza. Eppure, ora i neofascisti potrebbero andare al potere. Dicemmo che la colpa è dei tedeschi e dei nazisti, dimenticando che Mussolini era un modello per Hitler e che i primi massacri di popolazione li facemmo noi in Africa con il generale Graziani. Ma ci definimmo “italiani brava gente”.

Bertold Brecht, al centro nella foto, al Piccolo Teatro in occasione del debutto de L’opera da tre soldi nella regia di Giorgio Strehler (a destra), febbraio 1956. A sinistra Paolo Grassi, direttore del Piccolo.

Negli anni Ottanta, l’Italia guarda con interesse al fermento che sembra cambiare la scena tedesca.
Da un punto di vista filosofico, almeno per l’Italia e per la Francia, la Germania era un riferimento molto forte, cosa che oggi non è più. Penso a Brecht, al Piccolo Teatro di Milano. C’era un’interazione culturale tra Italia e Germania che adesso è impensabile, mentre allora c’era ed era molto forte. Se la Germania era allora un modello politico, culturale e sociale, oggi lo è molto meno. Lo è molto di più la cultura anglosassone, per gli stessi tedeschi, d’altra parte.

Tutto questo fino alla caduta del Muro. Ricordo che l’8 e il 9 novembre del 1989 ci fu un convegno a Roma organizzato da MicroMega a cui parteciparono molti studiosi tedeschi occidentali. C’erano stati, nell’estate, diversi accadimenti, come l’apertura del confine tra Ungheria e Austria, l’assalto alle ambasciate a Budapest e Praga, eppure c’era un unanime consenso che il muro di Berlino sarebbe rimasto sempre in piedi. Era un must geopolitico per garantire la pace. Eravamo in questo tutti andreottiani. Essì, per garantire la pace c’era il muro di Berlino… Finito il convegno, che avevamo tenuto nella sala del Cenacolo, alla Camera, la sera del 9 novembre andammo insieme a mangiare verso le otto di sera e il cameriere, sentendo che parlavamo tedesco, ci chiese: “Avete visto che è successo?” e noi dicemmo: “Che è successo?” Rispose: “È caduto il muro di Berlino!”. Tanto avevamo rimosso la possibilità, tanto che neanche cercavamo di sapere che cosa succedeva davvero. Giorgio Napolitano mi raccontò poi che in quelle ore era a colloquio con l’allora leader della SPD Vogel, a Bonn… I grandi fatti avvengono da soli nella storia.

Verdun, 22 settembre 1984. Il cancelliere tedesco Helmut Kohl mano nella mano con il presidente francese François Mitterrand, davanti alle tombe dei soldati caduti, tedeschi e francesi, della Prima guerra mondiale.

Gli anni Novanta sono l’epoca di Kohl. Kohl lascia il segno come cancelliere della riunificazione tedesca. Che riflessi ebbe la figura di Kohl sull’evoluzione politica dei cristiano democratici e degli stessi socialdemocratici tedeschi?
Kohl fu ampiamente sottovalutato all’inizio, da tutti. Poco prima della caduta del muro un editoriale della Zeit, molto critica contro Kohl, lo definiva “il nulla dopo la virgola”. Niente. Kohl fu un leader importante, anche se dal punto di vista della politica interna non all’altezza dei leader socialdemocratici. Brandt e Schröder hanno cambiato la Germania all’interno, dal punto di vista sociale, dal punto di vista economico, dal punto di vista della partecipazione democratica. Ma dal punto di vista geopolitico e strategico, Adenauer, Kohl e la Merkel hanno avuto una capacità strategica che è mancata ai socialdemocratici, non a Willy Brandt, con la Ostpolitik. Ma lì giocava il senso di colpa con l’Unione sovietica, la guerra. Kohl fece della Germania il paese pivot dell’Europa, avviandola, abbastanza casualmente, ad avere il ruolo che ha adesso. Però tenendo fermi due punti (era allievo di Adenauer, come del resto la Merkel): mai più conflitti con la Polonia e la Francia. Quindi ciò che era stata la colpa del nazismo, l’aggressione alla Francia – che era stata anche anche la colpa di Bismarck – e l’atteggiamento anti polacco di tutta la tradizione del nazionalismo tedesco. In questo Kohl tenne ferma la barra dicendo “I confini a est non si toccano”, l’Oder-Neisse va rispettato e la bandiera francese è il punto di riferimento della politica estera tedesca. Nel quadro dei rapporti con l’America Kohl, all’inizio, cercò di mantenere un profilo basso, usando quella che viene chiamata “la politica degli assegni”. Si teneva fuori dagli impegni militari e li sosteneva affinché li facessero gli altri, pagando per esempio l’intervento di Bush padre in Iraq. Quello fu l’atteggiamento di Kohl, mentre Schröder era molto contrario.

Angela Merkel prende per mano Malu Dreyer, ministro presidente della Renania Palatinato, una delle regioni più colpite dall’alluvione che ha sconvolto il Nord Europa e che in Germania ha fatto quasi 150 morti.

Andreotti diceva che la Germania gli piaceva talmente tanto da preferirne due. Al di là della battuta, quella frase ci parla di un’Italia che ha paura di una Germania unita e forte. È tuttora così?
Dopo la caduta del muro di Berlino, l’Italia subì un trauma geopolitico da cui, secondo alcuni, ancora non si è ripresa. Fino all’89 l’Italia aveva un ruolo paritario con la Germania, anche se il marco prima costava 180 lire, ma dopo l’89 valeva mille lire. Già c’era stato uno slittamento degli equilibri economici, ma dal punto di vista diplomatico e internazionale l’Italia contava. Anche perché l’Italia, come l’Inghilterra e la Francia, era un paese con sessanta milioni di abitanti grosso modo, mentre con la riunificazione la Germania diveniva il paese demograficamente più forte d’Europa. Questo cambia gli equilibri geopolitici. Senza Kohl l’Italia non sarebbe stata nell’euro. Contro il parere della Bundesbank, Kohl volle portare l’Italia nell’euro e sacrificare il marco all’euro. Ci fosse stato un cancelliere socialdemocratico, ad esempio Helmut Schmidt, probabilmente non sarebbe avvenuto. Non so se ci sarebbe stato l’euro, ma se ci fosse stato l’euro, non ci sarebbe stata l’Italia. Avrebbero accettato le condizioni che poneva la Bundesbank, che erano ancora più dure di quelle con cui l’euro è entrato in funzione.

Dopo una partenza folgorante, Annalena Baerbock, la candidata dei Verdi al dopo-Merkel, inciampa in una serie di passi falsi e fatica a parare gli attacchi degli avversari. Il 26 settembre si voterà per il rinnovo del Bundestag.

L’ambientalismo in Germania ha preso piede più che in ogni altro paese europeo. Come si può spiegare la sua forza, nel paese più industrializzato del mondo occidentale dopo gli Stati Uniti?
La risposta più semplice potrebbe essere che è il paese del romanticismo, il paese che ha una tradizione di amore per la natura e per i boschi. Per venire ai tempi nostri, in Germania si è sviluppato un ambientalismo di seconda generazione, di una seconda modernità. Non la contrapposizione alla scienza, ma l’utilizzo riflessivo della scienza consente un approccio maturo ai problemi ecologici: questa è la vera novità tedesca. L’alternativa non è decrescita e attenzione alla natura o crescita e violenza, disattenzione e anti ecologismo. Al contrario. C’è la convinzione che possa esserci una modernità riflessiva, una modernità che s’interroga su se stessa e sa distinguere tra l’aspirina e la bomba atomica. Tutte e due sono frutto della scienza, ma una è distruttiva, l’altra ha una funzione terapeutica. Oggi, proprio grazie allo sviluppo della scienza siamo in grado di capire alcuni segreti della natura e riprodurre alcune condizioni ambientali che consentono all’umanità di vivere meglio e al contempo di rispettare la natura. Trasportare merci su gomma è peggio che su treno. Tutte e due sono tecniche, tutte e due sono sviluppo, tutte e due sono utilizzo della razionalità moderna. Però una è positiva e l’altra no. È una modernità che tra le sue condizioni pone il rispetto della natura e acquisisce una capacità di riflessione che non solo è interessante, ma forse ha anche una funzione di sviluppo della stessa tecnica. È facile costruire un’acciaieria e buttare tutto dentro al fiume che sta accanto all’acciaieria, molto più complesso è costruire una fabbrica che sia ecologicamente sostenibile. L’Unione sovietica ha lasciato un disastro ambientale, invece un paese altamente moderno come il Giappone è decisamente più sviluppato dell’Unione sovietica e al tempo stesso ha un’attenzione molto più forte per l’ambiente.

In questo contesto va visto il partito dei Verdi, che si costruisce lentamente, per aggregazioni successive alla disgregazione del movimento studentesco e poi del movimento post ‘68, incontrandosi con le iniziative civiche che tendevano a tutelare, ognuna, un aspetto, una situazione particolare: una piazza, un palazzo, una via. Sulla scia dell’abbandono progressivo di un’idea escatologica della rivoluzione, per passare a un’idea più rivolta alla riforma ambientale, e filtrandosi attraverso esperienze anche traumatiche, si forma il partito dei Verdi e trova un leader carismatico come Fischer, che viene dall’estremismo di sinistra marxista-leninista e attraversa un lento processo di autocritica.

I Grünen sono diventati così forti da soppiantare a sinistra il partito del lavoro, la SPD…
Il successo dei Verdi nasce dall’idea di essere il partito che meglio rappresenta gli interessi della sinistra, per poi sviluppare una critica al modello socialdemocratico di corporatismo di sinistra. È un’idea che viene dalla crisi del marxismo e nell’età post moderna intende rappresentare l’alternativa che avrebbe dovuto essere la sinistra e che non è stata. La SPD non riuscì a inglobare il movimento del ’68, che per via autonoma arriva al partito dei Verdi.

Il dibattito culturale-intellettuale che si svolge in Germania è scarsamente rappresentato in Italia e raccontato. Qual è il tuo giudizio sullo stato del dibattito culturale in Germania, anche in rapporto a quanto accade nel resto dell’Europa e dell’Italia? È ancora il motore delle trasformazioni come lo è stato in questi ultimi decenni?
Secondo me lo è stato, fino a un certo punto. Poi è subentrata l’egemonia della cultura anglosassone, che ha coinvolto anche la Germania. Fino all’inizio degli anni Duemila vi era una forte presenza di varie correnti: la scuola di Francoforte, Luhmann, molto attenta alla sinistra italiana, che si dedicava alla rilettura di Gramsci, Bodei. Si interessava anche alla cultura letteraria italiana. Vi era il fascino di personaggi come la Rossanda. Finito questo grande peso della scuola francofortese, si riscopre la Arendt.

In Italia si sono riscoperti autori tedeschi di destra, Schmitt, Jünger … Direi che oggi l’egemonia culturale la svolgono i politologi e gli storici: Winkler, “Un lungo cammino verso Occidente”, la storia dell’occidente, la Germania, etc. Un autore che pesa molto è Erfried Münkler, storico e politologo. È il politologo di riferimento della Germania della Merkel, mentre Winkler è stato il riferimento della Germania socialdemocratica da Bonn a Berlino. Habermas ormai è una persona molto anziana, ha scritto un volumone che riassume la sua storia filosofica. Ha un certo peso, ma è uno degli intellettuali lontani dalla CDU. I sedici anni della Merkel hanno pesato. Questi intellettuali si rivolgevano a un paese in cui la cancelliera aveva un consenso enorme. Hanno fatto guerra alla Merkel, la loro influenza è stata abbastanza relativa. Se ci sia una nuova generazione? Ecco, Münkler potrebbe esserlo, ma ha sessant’anni, non ci sono trentenni o quarantenni. L’egemonia anglosassone vale anche per i tedeschi. Guardano più oltreoceano che non all’Italia, come negli anni Settanta-Ottanta, o alla Francia, come hanno fatto negli anni Ottanta. Oggi i legami politici restano, ma quelli culturali guardano verso l’America.

Dal 2007 al 2011 hai diretto l’Istituto italiano di cultura a Berlino. Una posizione privilegiata per promuovere la cultura italiana in Germania...
…promuovere soprattutto la parte meno ovvia. La parte letteraria, storica. La presenza di alcuni autori, l’esperienza teatrale, l’esperienza cinematografica. I registi italiani sono sempre molto molto amati: Moretti, Taviani… Abbiamo portato a Berlino tutti questi autori. Hanno sempre avuto un grande successo. La fase dell’amore per Gramsci è finita ormai da dieci anni almeno.

Colpisce come sia amata la cultura popolare italiana, dalle canzoni del nostro repertorio fino al cinema, se pensi alla mostra dedicata a Bud Spencer…
I western, soprattutto quelli all’italiana, erano il grande amore dei giovani tedeschi e Clint Eastwood era il loro idolo. L’hanno amato più per questo che come regista americano. Apprezzavano anche il cinema minore italiano, attori come l’italo-tedesco Mario Adorf. Vi era un grande amore per la letteratura dei gialli, ora seguono il Commissario Montalbano. Il pubblico tedesco apprezza anche i romanzi, Umberto Eco. La letteratura è sempre stata molto presente.

Attualmente sei membro del direttivo del Centro italo-tedesco per l’eccellenza europea Villa Vigoni, dell’Internationale Ernst Cassirer-Gesellschaft di Heidelberg, della Fondazione Humboldt di Berlino, della commissione per la selezione dei borsisti della Casa di Goethe, del Consiglio scientifico dell’Istituto italiano di studi germanici. Cosa ritieni particolarmente significativo di queste istituzioni?
Alcune sono italiane, alcune sono tedesche e una italo tedesca, Villa Vigoni. La Cassirer-Gesellschaft si occupa fondamentalmente di rilanciare l’opera di Ernst Cassirer e la produzione delle sue opere edite e inedite, mentre la Böll-Stiftung è l’istituzione culturale che accompagna il partito dei Verdi. In Germania, a differenza che in Italia, i partiti – la SPD, la CDU e adesso anche i Verdi – hanno istituzioni culturali che fungono da ambasciate culturali: la Ebert-Stiftung per la SPD, la Adenauer-Stiftung per la CDU. Sono presenti in molti paesi del mondo. Hanno la funzione, come del resto il Goethe-Institut, di portare la cultura tedesca a contatto con la cultura del paese, in questo caso l’Italia, trovando dei temi comuni su cui far discutere i due paesi. La Böll-Stiftung tende a sviluppare un’azione politica indirizzata nel paese in cui agisce, nel segno del partito politico che rappresenta. Per la Adenauer-Stiftung, presentare la politica della CDU, la politica del governo tedesco, la politica verso i paesi del Mediterraneo sempre segnata dall’intervento del governo. La Ebert-Stiftung presenta la linea della SPD. In Italia, tende a dialogare con i sindacati e con i movimenti sociali collegandoli alla politica della SPD in Germania.

Villa Vigoni è un luogo di incontri tra Italia e Germania: ha un ruolo istituzionale, deve favorire il dialogo tra Italia e Germania su base paritetica. Nella sua struttura ci sono due presidenti, uno tedesco e uno italiano. Talvolta ha una funzione puramente “ospite”, se c’è una struttura tedesca che propone un incontro su Dante, allora Villa Vigoni o organizza autonomamente incontri su Dante, oppure garantisce il luogo, la location, per la struttura tedesca. Ci sono iniziative più specificamente culturali che coinvolgono Villa Vigoni. A fine settembre faremo a Roma un incontro tra giovani esponenti politologi tedeschi e italiani sul tema dei rapporti tra Italia e Germania, organizzato da Villa Vigoni. In questo caso si appoggerà anche all’Istituto di studi germanici che ha sede a Villa Sciarra. Villa Sciarra ha una struttura sua autonoma, è una struttura accademica. Tutti i germanisti che studiano germanistica italiana hanno programmi di ricerca finanziati dai ministeri e sono coordinati da Villa Sciarra.

L’Istituto di studi germanici, a Villa Sciarra, Roma

Nelle scuole del Veneto, e direi più in generale del Nordest, l’insegnamento del tedesco incontra serie difficoltà. Eppure, questa è una zona che ha intensi rapporti con l’Austria e la Germania in diversi campi. Qual è il messaggio che si può lanciare ai giovani della nostra regione per incoraggiarli a studiare e a imparare il tedesco, in particolare nei licei linguistici, ma non solo?
Se andremo avanti così avremo un’atrofia delle lingue europee e un’ipertrofia della lingua inglese. Secondo me è devastante. Non sono contro la conoscenza dell’inglese, al contrario. Ma la cultura dei vari paesi europei si sviluppa nelle lingue locali. Dante lo leggi in italiano. È anche tradotto, ma il dantista vero conosce l’italiano, lo studioso di Heidegger conosce il tedesco. Se arriveremo al paradosso di voler studiare Heidegger in inglese, saremo alla morte dell’Europa. L’Unione europea ha fatto una legge, ma è scarsamente sostenuta. Prevede che ogni europeo debba coltivare, accanto alla lingua madre nativa, una o due lingue della Comunità europea, fosse anche il ceco, il rumeno. Anche in Germania stanno chiudendo tutti i corsi di italiano. Il ministero interviene poco perché bisognerebbe sostenere le cattedre di italianistica, sia all’università, sia nelle scuole medie e superiori. Bisogna intervenire e sovvenzionare. Purtroppo questo, per un lungo periodo, non è stato fatto.

Per quanto riguarda il tedesco, la cosa è strana perché c’è un’enorme spinta ad andare in Germania. Oggi esiste una migrazione intellettuale e lavorativa italiana in Germania molto forte. L’italiano pensa che parlando l’inglese riesce a capire e a farsi capire, ma non è vero. Perché se non parli bene la lingua del posto, non riesci a fare carriera. Bisognerebbe fare una campagna coordinata. Ci vorrebbe un potere politico, italo-tedesco, per rilanciare lo studio delle due lingue dei due paesi nelle due nazioni, con dei premi. Avevo proposto di fare come a Villa Massimo a Roma, la struttura di eccellenza per gli artisti tedeschi che possono stare un anno a Roma godendo di un’ospitalità eccellente senza nessun obbligo. È l’otium vero dell’intellettuale. Avevo proposto di creare un’accademia italiana a Berlino, mandando degli intellettuali italiani a Berlino, favorendo così il dialogo italo-tedesco e l’interesse verso l’Italia. Ma ci vuole impegno politico e finanziario. E mentre la Germania ha strutture come la Alexander-von-Humdboldt-Stiftung che finanzia ampiamente studiosi di paesi esteri per studiare in Germania, noi non facciamo come loro. Quanti tedeschi invitiamo qui? Diamo borse di studio a tedeschi? Poche, pochissime. Perché non invitiamo i laureati storici, filosofi, ingegneri, linguisti nelle cattedre in Italia a vivere qui, uno o due anni? Questi starebbero qui, comincerebbero a guardarsi attorno, conoscerebbero meglio questo paese e lo racconterebbero meglio. Però ci vuole un impegno del Ministero della pubblica istruzione, del Ministero degli esteri.

Umberto Eco diceva che la lingua europea è la traduzione, non è l’inglese. Noi dobbiamo tradurre. L’Europa è fatta di tante lingue, di tante culture, di tanti stati e di tante storie. Villa Vigoni per esempio in questo è molto importante. Ognuno parla la sua lingua, e ci si capisce tramite la traduzione. La traduzione “tras-ducere”, “portare dall’altra parte” della sponda: queste sono le lingue europee.

È una ricchezza.
La ricchezza è quella. La forza dell’Europa è quella! E che fai? Te ne dimentichi della tua forza? Quindi il problema delle lingue è quello, noi dobbiamo curare le linguestata.

Angelo Bolaffi e la Germania ultima modifica: 2021-07-21T10:01:37+02:00 da SANDRA PAOLI

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