Ciao, indimenticabile Chievo

Il club veronese non ce l'ha fatta: non è riuscito a iscriversi alla prossima Serie B e, pertanto, almeno per il momento, è evaporato. Con l'esaurirsi dell'era Campedelli e questa mancata iscrizione finisce un'epoca.
scritto da ROBERTO BERTONI
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Il Chievo non ce l’ha fatta: non è riuscito a iscriversi alla prossima Serie B e, pertanto, almeno per il momento, è evaporato. Con l’esaurirsi dell’era Campedelli e questa mancata iscrizione finisce un’epoca e, ancora una volta, le cose cambiano in peggio. Ciao, piccolo Chievo, leggenda che all’inizio del secolo ci aveva fatto sognare, che aveva lottato strenuamente con le corazzate della Serie A, e che nonostante una disparità di mezzi quasi imbarazzante aveva costretto la Juve a soffrire moltissimo prima di riuscire a vincere, all’esordio degli scaligeri a Torino, quattro giorni dopo la tragedia delle Torri Gemelle.

Ciao Chievo, fucina di campioni che hanno scritto pagine importantissime della nostra recente storia calcistica. Basti pensare a Simone Perrotta, uno degli eroi di Berlino, e a Eugenio Corini, a Bernardo Corradi e a tanti altri ancora, sapientemente guidati da Luigi Delneri, un tecnico che ha fallito con le grandi ma che in quel quartiere di Verona aveva trovato il proprio Giardino dell’Eden. La pandemia ha acuito le disuguaglianze in ogni ambito della società, e il calcio, come sempre, non fa eccezione. Riflette, al contrario, il solco sempre più ampio che sceicchi, televisioni a pagamento, sponsor e altre diavolerie del genere hanno scavato fra chi sta nell’empireo e chi è costretto a lottare per sopravvivere.

Le più forti, in qualche modo, ce l’hanno fatta e, anche se pure il loro mercato risente non poco della scarsità di risorse a disposizione, si presenteranno ai nastri di partenza con rose comunque significative. Le più fragili, invece, rischiano di saltare, di scomparire per sempre, di dover ammainare la bandiera, anche se per un periodo sono state protagoniste di favole straordinarie che hanno indotto tutti noi a esserne, in qualche modo, tifosi. Del Chievo amavamo, infatti, la naturalezza, il fatto che sembrasse giocare ai piani alti da sempre, che fosse una rivelazione ma a un certo punto non sorprendesse più nessuno, che esprimesse un gioco spettacolare e che riuscisse a dire la sua in tutti i contesti, sempre col sorriso sulle labbra, senza montarsi la testa, credendoci e non rasegnandosi in nessuna circostanza al ruolo di vittima sacrificale.

Abbiamo visto i gialloblu sbancare San Siro, sponda nerazzurra, dopo aver messo in ambasce Juventus e Milan, fino a concludere un campionato memorabile al quinto posto, con ben 54 punti. E ora che il Chievo non c’è più, ora che una stagione del mondo si è definitivamente esaurita, siamo qui a domandarci se una favola analoga (l’Atalanta non è paragonabile: ha una storia, un passato e uno spessore societario ben diverso) potrebbe ancora esistere, nel calcio dei peperoni, dei ricchi sempre più ricchi e dei poveri sempre più poveri. Vent’anni dopo non ci resta in mano che un pugno di mosche, con il calcio ancora una volta a fare da specchio fedele alle nefandezze di una globalizzazione sregolata e feroce che ha distrutto la nostra società e costretto persino i sogni a rassegnarsi. 

Ciao, indimenticabile Chievo ultima modifica: 2021-07-22T16:44:09+02:00 da ROBERTO BERTONI

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