Dopo la pandemia

scritto da FRANCO AVICOLLI
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Come prima, più di prima

Con il Covid-19 in agguato, è normale desiderare un nuovo inizio e pensarne i contorni alla luce dell’accaduto. Ma pare che i protagonisti dei vari scenari locali, nazionali e internazionali abbiano già deciso che comunque non si ricomincerà dalla “lezione” della pandemia o da un “dopo” indipendente dai rapporti di forza e dagli interessi corrispondenti. In primo piano si impone la “concretezza”, del risultato spesso collegato al problema immediato – denaro, lavoro, crisi, successo e via discorrendo – quindi con scelte scontate e con la logica essenziale del binomio prestazione/remunerazione e aggregati. Il lavoro si impone come misura fondamentale del successo e non sembra confortante una prospettiva post Covid sempre più “economicista” e “desarrollista” rinvigorite dalla fretta del recupero che consente ciò che non è espressamente vietato, come chiedeva qualche anno fa il ministro Tremonti. Alle porte batte il laissez-faire in una versione aggiornata dal trito richiamo alla necessità di creare posti di lavoro. Eppure, dice la storia, i miglioramenti delle condizioni di vita sono un dato della lotta per migliori condizioni di lavoro includendo la sua negazione. Oggi per creare lavoro si sceglie la rottamazione o la TAV o le grandi navi a Venezia. Nelle campagne imperversa il lavoro nero con trattamenti da ottocento euro per tredici ore di lavoro giornaliere e una settimana di sette giorni. Dove è andata a finire la lezione della pandemia? Ma che cosa vogliono mai a Taranto, il lavoro o la miseria? E la prassi pervade i criteri giudiziari a stare ai recenti casi di Trani e Taranto assimilabili alla logica cinica che giustifica il profitto. A quale logica corrisponde la riforma della giustizia proposta da Cartabia e dal governo?

D’altra parte, i rapporti di forza si decidono sul piano internazionale dove dominano le finanziario-assicurative, le chimico-farmaceutiche, l’industria delle armi con relativa ricerca (università). Credo che Draghi faccia parte di questo contesto dove può esprimere l’autorevolezza che non aveva Conte.  

Tutte le domande poste nel periodo della pandemia appaiono retoriche o addirittura ridicole, visto che alla fine i forti sono diventati più forti e i deboli più deboli o spariti. Insomma, si ricomincia dal solito campo di battaglia da liberare delle macerie e dei morti.  Noi ci aspettavamo che il Covid-19 avesse finalmente dato una lezione di buon senso ad un mondo troppo determinato dalle ragioni della finanza e dell’economia, diventando una specie di viatico per scelte intelligenti e rispettose dell’ambiente e della persona. Ma gli appetiti stimolati dai fondi europei dicono altro e spingono verso il primato di una macchina produttiva dove i rapporti di forza spingono in altra direzione. 

Venezia alimenta l’amore per la vita

In chiave veneziana la “ripresa” ha il volto antico delle grandi navi di ritorno in laguna e con la finzione aggiuntiva di un divieto solo apparente che dice molto delle intenzioni e dell’aria che si respira in cabina di comando. È un ricominciare sfacciatamente segnato dall’offesa alla fragilità di Venezia, valore di per sé con il suo delicato e vitale equilibrio lagunare. Riecco allora il problema antico della questione turistica con tutta la sua pesante eredità di interessi ai quali si aggiungono quelli penalizzati dalla pandemia, quindi con un credito accumulato che dà il diritto al recupero di quanto perduto ivi inclusi l’uso incontrollato dello spazio pubblico, il ricorso ai privati per la soluzione dei problemi del trasporto e tutto il resto: come prima e con attenzione minore ai problemi di sempre. Il pretesto di riguadagnare il tempo perduto e l’urgenza giustificano comportamenti un tempo almeno censurati. 

Si ricomincia quindi dai rapporti di forza con una differenza non di piccola entità, perché chi era troppo debole è stato travolto dagli eventi, mentre chi era già forte è autorizzato a metodi più spicci, a usare con minori scrupoli lo schema abusato del lavoro prima di tutto e della creazione dei posti di lavoro. La crisi elimina i deboli e permette ai forti di operare con maggiore libertà d’azione.  

Quale può mai essere il destino di Venezia nella libera azione del turismo di mercato? La questione è molto delicata perché in questi primi mesi di “ripresa” vengono fissati i rapporti di forza già favorevoli al turismo del profitto e poco attenti alle problematiche di una città che vuole vivere come città e poter convivere con il turismo cui riconosce una fonte di benefici, ma non subirlo ad ogni costo con lo svuotamento del proprio senso e del proprio straordinario valore.  

Su queste stesse pagine ho già avuto modo di suggerire un Patto per Venezia per la costruzione di un sistema di accoglienza rappresentativo dei valori storici della città e della sua consistenza eccezionale di ente che alimenta desideri e ragioni per amare la vita, quella fertile e complessa dimensione nella quale si genera la domanda.

La città non ha mai nascosto il dissenso per gli effetti negativi del turismo sulla qualità della vita quotidiana; ha sofferto e soffre per la destinazione turistica delle abitazioni, del costo delle locazioni, delle merci, dei trasporti e servizi commerciali in genere e della loro distribuzione territoriale, concause di un esodo diventato oramai dissanguamento. Delle grandi navi si èsottolineata la pericolosità, la dissonanza di scala con l’ambiente, l’effetto inquinante e perfino il rapporto costi/vantaggi. Il Covid-19 ha infine evidenziato concordemente il grande limite imposto alla città dalla monocultura turistica.  

 Forse è necessario domandarsi: perché Venezia deve continuare ad esistere? E’ concepibile il suo futuro come macchina per fare soldi? E’ davvero necessaria Venezia? A chi? Per quanto mi riguarda, Venezia è necessaria perché rappresenta il mondo dove si formano i miei desideri senza i quali non avrei una ragione per amare la vita. Mi piace pensare che non vivo questa dimensione in solitudine. Diciamo pure che sono convinto che il mondo è pieno di chi vive la vita amandola e non subendola, per quanto corredata di agi. 

Gattopardismo e deontologia

Questo clima di grandi contrasti solo apparentemente insanabili richiede azioni consapevoli e volontarie che tengano conto della problematicità di un sistema turistico privo di regole, limiti che non siano semplicemente quelli del numero chiuso. E ciò sulla base della centralità del bene Venezia, sulla cittàche può essere tale se è di tutti, degli operatori turistici ai vari livelli e della cittadinanza nel suo insieme che riporta ai servizi fondamentali della formazione, della salute, delle attività professionali, dei mercati, della convivenza e della sua splendida e umana fragilità. È necessario un vero e proprio codice deontologico con l’indicazione di forme comportamentali delle attività e delle modalità turistiche di esercenti, albergatori, ristoratori, operatori turistici, turisti e tale da essere modello globale di Venezia bene di tutti. Venezia può trovare un alleato in un turismo cosciente di quanto essa possa alimentare l’amore per la vita, essere modello di convivenza non per una generica ragione morale, ma per un comune modo di ritrovarsi nella bellezza della sua consistenza storica, nella sua capacità di orientare la domanda oltre i fattori biologici. 

E c’è la necessità di dotare Venezia di un vero museo della città, uno specchio della sua storia lungo il filo di legno che è fondamento e simbolica rappresentazione della sua fragilità, un luogo dove sia visibile il rapporto sinergico tra attività produttive, sistemi alimentari, costumi, arte, architettura e condizioni sociali della popolazione. Credo che l’Arsenale possa essere il luogo adeguato ad ospitare un mondo in cui veneziani e ospiti possano trovare lo spirito di una grande civiltà fondamentale in questi tempi troppo competitivi imposti da un sistema produttivo convergente giustificato dal profitto anche nel delicato settore della salute.

servizio fotografico di Andrea Merola

Dopo la pandemia ultima modifica: 2021-07-22T16:18:02+02:00 da FRANCO AVICOLLI

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