“Né con le lusinghe né con le minacce”

Ottant’anni fa, tre celebri prediche dell’arcivescovo di Münster, von Galen, fecero tremare il regime di Hitler. La figura del “Leone di Münster”, deceduto 75 anni fa, ricordata in tutta la Germania.
GIOVANNI INNAMORATI
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Nell’estate di ottant’anni fa, tra il 13 luglio e il 3 agosto 1941, la tensione tra il regime nazista e la Chiesa cattolica raggiunse il suo acme: sono le date della prima e della terza violenta predica dell’Arcivescovo di Münster, Clemens August von Galen, contro il Regime e le sue pratiche totalitarie, con particolare riguardo al programma di eutanasia di tutte le persone disabili (Aktion T4). In mezzo, il 20 luglio, un’altra omelia dell’alto prelato che si meritò il nome di “Leone di Münster”, di cui quest’anno il 22 marzo, sono ricorsi anche i 75 anni della morte. Sia l’anniversario del decesso che le tre prediche dell’estate 1941, sono state ricordate non solo in ambito cattolico in Renania Westfalia: al Cardinale hanno dedicato spazio sia le emittenti pubbliche, che quotidiani e riviste, perché la sua figura è una presenza significativa nella memoria storica della Germania, che si sente da allora stimolata dal motto episcopale che egli scelse al momento della consacrazione “Nec laudibis, nec timore” (“Weder Lob, noch Furcht”) (“Né con le lusinghe, né con le minacce” mi farete deviare dal sentiero di Dio).

Clemens August nasce da una famiglia nobile della Renania Vestfalia nel 1878, undicesimo di tredici figli, e abbraccia la vita religiosa seguendo prima solidi studi teologici e, dopo l’ordinazione sacerdotale, svolgendo una normale attività pastorale con incarichi da parroco. Ma dall’alto dei suoi 199 centimetri di altezza si impone come un leader, per usare un termine attuale e forse poco adatto al mondo religioso. Nel linguaggio teologico della Chiesa cattolica si preferisce usare il termine di “pastore”, che designa la capacità di guidare con saldezza i fedeli che gli vengono affidati. Il destino volle però che von Galen mettesse in luce anche le sue qualità di “profeta”, cioè quelle di saper parlare a nome di Dio agli altri uomini.

   Nel settembre 1933, infatti, dopo la morte del predecessore, fu nominato arcivescovo di Münster, esattamente pochi mesi dopo la presa del potere di Hitler e dopo il perfezionamento da parte del Regime del Concordato con la Chiesa Cattolica a cui aveva lavorato il precedente governo: anzi è il primo vescovo nominato dopo il Reichskonkordat. Ma di concordia c’è ben poco, visto che Hitler chiude la vivace stampa cattolica e le associazioni della Chiesa, provocando due note di protesta da parte del segretario di Stato Eugenio Pacelli che, da nunzio in Germania, aveva stretto legami di amicizia con von Galen. Questi già a novembre del 1933 fece sentire la sua voce contro il Regime e i suoi abusi. Dopo pochi mesi è scontro aperto. Nel gennaio 1934 Hitler nomina Alfred Rosenberg “guida ideologica e spirituale”, che negli anni precedenti aveva pubblicato un libello delirante (Il mito del XX secolo) in cui veniva espressa la dottrina della razza ariana e del sangue.  Dopo pochi giorni, il 31 gennaio, l’arcivescovo di Münster, si scaglia contro il “neopaganesimo” delle dottrine razziali, concetti che ribadisce nelle successive lettere pastorali per la Quaresima e la Pasqua. “Una nuova nefasta dottrina totalitaria che pone la razza al di sopra della moralità, pone il sangue al di sopra della legge, ripudia la Rivelazione, mira a distruggere le fondamenta del cristianesimo. È un inganno religioso. A volte accade che questo nuovo paganesimo si nasconda perfino sotto nomi cristiani”, scrive in questa ultima lettera.

 L’approccio di von Galen è particolarmente interessante. Innanzi tutto parla subito di “totalitarismo”, un concetto che la storiografia ha fatto proprio solo nella Seconda metà del XX Secolo. Von Galen coglie la pretesa del nazismo di entrare nell’intimità delle persone, di sostituirsi al credo più profondo di una persona, togliendole così la libertà non solo esteriore, bensì anche interiore. Un programma rivoluzionario quello del nazismo e non certo conservatore, come si erano illusi i partiti conservatori tedeschi dell’epoca che avevano assecondato l’ascesa di Hitler nell’illusione di usarlo per un programma semplicemente reazionario e regressivo. Ma anziché tornare al Reich di Bismarck, la Germania si avviava in un sentiero inquietante, quella dell’Uomo Nuovo, chiamato al delirio del dominio del Mondo. Un sentiero che non poteva che portare alla distruzione della stessa nazione.

   L’arcivescovo di Münster entra nel mirino del Regime e della Gestapo, ma è troppo popolare per subire conseguenze. Nell’agosto 1936, i vescovi tedeschi riuniti a Fulda, sulla tomba di san Bonifacio apostolo della Germania, chiedono a Pio XI un intervento. Il Pontefice chiama a Roma alcuni di loro, tra cui von Galen, e da quei colloqui scaturisce l’Enciclica “Mit brennender Sorge” (Con viva preoccupazioni) che condanna le dottrine razziali e che circola clandestinamente in Germania a causa dei divieti del Regime. Gli anni successivi sono un crescendo di giri di vite da parte del governo del Terzo Reich contro le libertà fondamentali e contro le Chiese cristiane che ancora non si piegano. La Chiesa luterana si era spaccata tra le “Chiesa confessante” che coglieva le insidie del nazismo e le rifiutava e la “Chiesa Tedesca” che si era invece adeguata. La Chiesa Cattolica rimaneva riottosa.

   Si giunge così al punto di massimo attrito, al giugno 1941, quando Martin Bormann fa diffondere ai Gauleiter, cioè i gerarchi locali del Regime, una direttiva in cui viene proclamata l’incompatibilità della fede cristiana con il nazismo.  La replica arriva il 13 e il 20 luglio con due prediche di von Galen violentemente antinaziste alla Lembertikirche e alla Überwasserkirche. “Lo strapotere fisico della Gestapo – tuonò il 13 – pone ogni cittadino tedesco del tutto indifeso davanti ad esse”. “Nessuno potrà essere sicuro – aggiunse – che un giorno non venga portato via dalla propria abitazione, che non venga privato della propria libertà e non sia rinchiuso dalla Gestapo in una prigione o in un Campo di concentramento”. La settimana successiva usò la stessa franchezza di parole: “L’illegalità e il terrore della Gestapo hanno distrutto il senso di comunità del popolo”. Ma ai cristiani l’arcivescovo non chiede atti di rivolta, bensì di resistere. Von Galen non usa il termine Resistenza (Widerstand) ma una metafora chiara e un messaggio preciso al Regime: “Noi siamo incudine e non martello. Se è sufficientemente salda, dura, allora la maggior parte delle volte l’incudine dura più a lungo del martello”. Il 3 agosto, di nuovo dal pulpito della Lambertikirke, von Galen attacca il programma di eutanasia dei disabili: “Hai tu, o io, il diritto alla vita soltanto finché noi siamo produttivi, finché siamo ritenuti produttivi da altri? Se si ammette il principio, ora applicato, che l’uomo improduttivo possa essere ucciso, allora guai a tutti noi, quando saremo vecchi e decrepiti. Se si possono uccidere esseri improduttivi, allora guai agli invalidi, che nel processo produttivo hanno impegnato le loro forze, le loro ossa sane, le hanno sacrificate e perdute. Guai ai nostri soldati, che tornano in patria gravemente mutilati, invalidi. Nessuno è più sicuro della propria vita”. “Vengono adesso uccisi, barbaramente uccisi degli innocenti indifesi; anche persone di altra razza, di diversa provenienza vengono soppresse. Siamo di fronte a una follia omicida senza eguali. Con gente come questa, con questi assassini che calpestano orgogliosi le nostre vite, non posso più avere comunanza di popolo!”  (Le tre omelie sono state recentemente pubblicate in edizione critica nel volume Endlich hat einer den Mut zu sprechen, edito da Christiane Daldrup, Verona Marliani-Eyll e Markus Trautmann).

Una targa a Berlino in onore del Cardinale von Galen

Hitler, a seguito delle proteste, fu costretto a sospendere ufficialmente il programma, anche se di nascosto furono sterminate almeno 250.000 mila persone disabili. Ma soprattutto Hitler letteralmente impazzì per la virulenza degli attacchi di von Galen. Nelle sue celebri sfuriate chiese che l’alto prelato fosse immediatamente arrestato ed “eliminato”, ma Joseph Goebbels lo convinse a desistere e ad attendere la “vittoria finale” per vendicarsi. L’arcivescovo era troppo popolare e un suo arresto avrebbe compromesso lo sforzo bellico. 

 Sta di fatto che le tre omelie circolarono clandestinamente in tutta la Germania e addirittura la Raf, nelle sue azioni di guerra psicologica, le fece piovere sul cielo di Berlino. La fama di von Galen oltrepassava i confini tedeschi e il New York Times l’8 giugno del 1942, nell’ambito di una serie di articoli sugli uomini di Chiesa che si opponevano al Regime, ne dedicò uno all’arcivescovo di Münster, definendolo “L’oppositore più ostinato del programma nazionalsocialista anticristiano”. Recentemente sono state pubblicate una serie di lettere di papa Pacelli, alcune delle quali riguardano proprio il “Leone di Münster”, con cui ebbe uno scambio epistolare. “Le tre prediche del vescovo von Galen – scrisse il 30 settembre all’arcivescovo di Berlino Konrad von Preysing – procurano anche a noi, sulla via del dolore che percorriamo insieme con i cattolici tedeschi, un conforto e una soddisfazione che da molto tempo non provavamo. Il vescovo ha scelto bene il momento per farsi avanti con tanto coraggio”. Il Regime seppe tuttavia far soffrire von Galen in modo per lui insopportabile, arrestando e uccidendo in campi di concentramento decine di suoi “figli”, decine di sacerdoti e religiosi della sua diocesi. 

Von Galen dovette mettere in pratica il proprio motto episcopale anche dopo la sconfitta del Regime, e più precisamente già nei mesi che intercorsero tra l’occupazione della Vestfalia da parte degli Alleati e la Capitolazione del Reich l’8 maggio 1945. L’arcivescovo ripetutamente protestò contro il comportamento degli Alleati verso la popolazione tedesca e anche contro la teoria della colpa collettiva dell’intero popolo tedesco per le nefandezze del nazismo. “Sotto il nazismo – affermò in una omelia il giorno dell’Epifania del 1946 – dissi pubblicamente, e lo dissi anche riguardo a Hitler nel ’39, quando nessuna potenza intervenne allora per ostacolare le sue mire espansionistiche: la giustizia è il fondamento dello Stato. Se la giustizia non viene ristabilita, allora il nostro popolo morirà per putrefazione interna. Oggi devo dire: se tra i popoli non viene rispettato il diritto, allora non verrà mai la pace e la giustizia tra i popoli”. Parole sorprendentemente lungimiranti sulle labbra di un prelato cattolico, cresciuto in un ambiente conservatore: il Diritto come fonte di giustizia e pace tra i popoli. Come padre Rupert Meyer a Monaco di Baviera, altro grande oppositore di Hitler, von Galen rappresentò una fonte di ispirazione per la ricostruzione innanzitutto morale della Germania e in particolare della Vestfalia. 

La tomba di Clemens August von Galen nella cattedrale di Münster.

Nel marzo del 1946 gli incredibili ultimi sette giorni di vita del Leone di Münster, raccontati dal suo segretario e primo biografo, Heinrich Portmann nel suo Tagebuch. Nel concistoro del 21 febbraio Pio XII lo aveva insignito del titolo di Cardinale, un fatto straordinario perché la la città della Vestaflia non è sede cardinalizia. Dopo aver ricevuto la Porpora a Roma Von Galen il 16 marzo fece un rientro trionfale a Münster, in una Messa a cui parteciparono diecimila fedeli. “Che voi mi sostenete – disse nell’omelia all’aperto tra le macerie della città – e ciò che i governanti di allora sapevano, era che il popolo e il vescovo della diocesi di Münster erano un tutt’uno inseparabile, e che se avessero colpito il vescovo, tutto il popolo si sarebbe sentito colpito. Questo è ciò che mi ha dato forza anche all’interno della Chiesa e che mi ha dato fiducia”. Parole di franchezza anche verso quella parte della Chiesa tedesca che non aveva avuto la sua forza e il suo coraggio. Nei giorni successivi si ammalò repentinamente: ricoverato il 19 marzo morì di peritonite il 22, lasciando senza fiato il suo popolo che contava ancora sulla sua forza morale. L’episcopato di quest’uomo indomito, come ha osservato Heinrich Portmann nella biografia del Cardinale pubblicata subito dopo la Guerra, coincise con la folle parabola di Hitler in termini temporali. Von Galen ha rappresentato l’altra Germania rispetto a quella del caporale austriaco, quella del Diritto, del coraggio della Verità, quella caduta nell’oblio per dodici anni che hanno portato solo morte e distruzione, quella per fortuna a cui si è ispirata la successiva Repubblica federale con la sua Costituzione.

“Né con le lusinghe né con le minacce” ultima modifica: 2021-07-23T21:56:38+02:00 da GIOVANNI INNAMORATI

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