L’accanimento contro l’agricoltura bio

Nel suo intervento al senato sul Ddl 988, la senatrice a vita Elena Cattaneo ha accusato l’agricoltura biologica di essere un sistema truffaldino, che mira solo a intascare i contributi pubblici, e che vende prodotti coltivati con pesticidi di sintesi a un prezzo due-tre volte il convenzionale. Accuse diffamatorie e apparentemente insensate, ma che forse hanno uno scopo preciso.
TIZIANO GOMIERO
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Il 20 maggio, al senato, si è discusso il disegno di legge (ddl) 988 sull’agricoltura biologica, che è stato approvato praticamente all’unanimità: 195 voti a favore, un voto contrario (la senatrice Cattaneo) e un astenuto. Ora il ddl passerà al vaglio della Camera per l’approvazione finale. 

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Il ddl prevede degli importanti passi avanti nella regolamentazione dell’agricoltura biologica e del mercato dei prodotti bio. Per esempio, introduce l’etichettatura che certifica la produzione nazionale delle materie prime, valorizza le produzioni tipiche, semplifica gli aspetti burocratici, rende più trasparente il lavoro degli enti di certificazione, sostiene l’impresa agricola in aree disagiate, favorisce la creazione di biodistretti, stanzia maggiori finanziamenti alla ricerca.

Il dibattito al senato ha visto protagonista la senatrice a vita, professoressa Elena Cattaneo, che ha duramente attaccato il ddl in riferimento al terzo comma dell’articolo 1, che equipara il metodo di agricoltura biodinamica al metodo di agricoltura biologica, accusando la legge di promuovere l’esoterismo e la pseudoscienza, e ha chiesto che dal comma fosse rimosso il riferimento all’agricoltura biodinamica.

In realtà, la senatrice non si è limitata a criticare il riferimento esplicito all’agricoltura biodinamica, una critica che potrebbe anche essere comprensibile e finanche condivisibile se, come teme la Cattaneo, con i finanziamenti pubblici che la legge prevede per l’agricoltura biologica, si arrivassero a finanziare corsi sull’esoterismo e sui rituali magici, o se prodotti biodinamici ma non biologici sfruttassero una possibile confusione normativa per confondere il consumatore. La senatrice, nel suo discorso, usando a pretesto il biodinamico, ha in realtà sferrato un durissimo attacco a tutto campo alla credibilità dell’agricoltura biologica, che ha definito, in sintesi, una truffa allo stato e ai consumatori. Io credo sia questo il vero messaggio che dobbiamo leggere nell’intervento della senatrice. 

La questione posta dalla senatrice Cattaneo è assai complessa e richiede un’altrettanta complessa analisi, che deve necessariamente toccare diverse dimensioni del sistema agroalimentare, inclusa la dimensione politica e geopolitica.

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Questo articolo è suddiviso in quattro parti. Nella prima si riassumerà il dibattito sulla questione biodinamica. Nella seconda si analizzerà l’intervento della senatrice evidenziando il suo vero obiettivo, portare un attacco a tutto campo all’agricoltura biologica, e si risponde alla senatrice ponendo in evidenza le contraddizioni del suo intervento. Nella terza, si analizzerà una serie di comunicati segreti inviati tra il 2002 e il 2004 dall’ambasciata statunitense in Italia al governo Usa sulla questione Ogm. Si tratta di materiale presente nel database WikiLeaks (il progetto del 2010 di Julian Assange), che ci consente di capire come ragiona la politica e il ruolo geopolitico dell’Italia. Alla luce di questo materiale si proporrà una riflessione su quale potrebbe essere il senso di questa campagna denigratoria contro l’agricoltura biologica. Nella quarta parte, si proporrà una riflessione sul problema posto dalla campagna mediatica che la senatrice Cattaneo sta alimentando da anni nei media nazionali. 

(1) Il dibattito sul biodinamico: un diversivo per attaccare il biologico 

In merito alle critiche mosse dalla senatrice al ddl, visionando la legislazione di alcuni paesi, notiamo che la stessa equiparazione è presente anche nelle leggi che regolamentano la produzione biologica in Spagna, Canada e Australia. Nella legislazione canadese e svizzera si fa specifico riferimento alla Demeter quale ente regolatore (accreditato dalla legge) dell’uso dei preparati biodinamici ammessi in agricoltura biologica, quali attivatori dei processi biologici del compost e del suolo (per il Canada si parla anche della vegetazione). Quindi non solo si citano i preparati biodinamici, ma la legge dello stato addirittura riconosce in Demeter il certificatore delle produzioni biodinamiche equiparate alle biologiche. Nella legislazione tedesca si fa riferimento ai preparati biodinamici quali attivatori dei processi biologici del compost. I preparati biodinamici sono citati nel Codex Alimentarius della Fao-Oms (istituito nel 1963) che, in seno alle Nazioni Unite, regolamenta gli standard agroalimentari. 

Questo appunto non è inteso come un giudizio di merito sull’opportunità o meno di specificare la dizione di agricoltura biodinamica nel ddl italiano. Vuole solo sottolineare che la critica fatta dalla senatrice al ddl, che si chiedeva come potesse un paese del G20 approvare una legge del genere, forse è fuori luogo, dal momento che anche Canada, Australia, e Germania sono membri del G20, e che Spagna e Svizzera non sono certo paesi economicamente e scientificamente arretrati. 

In merito ai preparati, la letteratura scientifica che ho potuto leggere, per lo meno la più rilevante, cioè lavori in lingua inglese di un certo valore scientifico, se in alcuni casi attesta un effetto dei preparati sul compost e forse in alcuni casi sul suolo, non conferma effetti sulle colture. Alcuni lavori, anche prestigiosi, che vengono citati a conferma degli effetti dei preparati sulle colture in realtà non possono fornire questa informazione, perché i disegni sperimentati delle ricerche non sono adeguati a poter rispondere a questa questione. Ciò non toglie che si sia fatta ricerca in proposito, anche da parte di rinomati scienziati e centri di ricerca di valore internazionale, e che alcune indicazioni emerse su scientificamente accertate specificità di alcuni preparati (specificità che non è intesa come sinonimo di utilità per le colture) non possano essere ulteriormente investigate in modo scientifico. Come si può certamente condurre ricerca scientifica su tutte quelle pratiche gestionali di stampo agroecologico che caratterizzano l’agricoltura biodinamica, per le quali, come per il biologico, vi sono dimostrati benefici per il suolo, l’ambiente e la qualità dei prodotti. Trovo poco scientifico quanto suggerisce la senatrice, cioè di vietare la ricerca sul biodinamico. Si possono certamente criticare alcuni aspetti esoterici, ma anche la biodinamica si fonda su pratiche agroecologiche che possono essere testate scientificamente.        

Mino Taricco, senatore, capogruppo Pd in commissione Agricoltura a Palazzo Madama, in una replica alla Cattaneo sul Riformista, spiega che il riferimento all’agricoltura biodinamica è stato inserito dalla Camera anche su suggerimento dell’Ispettorato Centrale della tutela della Qualità e della Repressione Frodi dei prodotti agroalimentari, il Dipartimento del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali (Mipaaf) preposto al controllo e alla sanzione delle infrazioni sulla qualità degli alimenti). Questo per aumentare il deterrente sui possibili comportamenti scorretti. Tarrico sostiene che, con l’inclusione del termine “biodinamico” nella legge, le frodi non sarebbero più una mera mancanza di rispetto del disciplinare, ma un mancato rispetto di una norma di legge.

Nella risposta alla Cattaneo delle associazioni del biologico, si fa presente che

In realtà, la biodinamica fa parte dei Regolamenti europei del bio fin da luglio 1991 e nel disegno di legge è stata inserita proprio in quanto già oggi certificata biologica. Gli stessi preparati biodinamici, descritti come pratiche esoteriche, sono in realtà mezzi tecnici iscritti nell’elenco dei prodotti ammessi per il biologico dai Regolamenti UE e regolarmente autorizzati al commercio dai decreti ministeriali in vigore nel nostro Paese

Sulle pagine de La Repubblica, il dott. Carlo Triarico, presidente dell’Associazione italiana di agricoltura biodinamica, si dice perplesso dell’attacco della senatrice e spiega che anche nel biodinamico si conducono misurazioni e ricerche scientifiche, sottolineando che nel biodinamico i disciplinari sono ancora più stringenti che nel biologico riguardo al rispetto dell’ambiente. Per esempio, nel biodinamico non si usa il rame e almeno il dieci per cento della superficie dell’azienda deve essere riservata alla conservazione della biodiversità (norma che non esiste nel biologico e una delle critiche che viene posta ai regolamenti di questa pratica – N.d.A). 

Un buon riassunto sui termini del dibattito si può leggere su Wired (La differenza tra agricoltura biodinamica e biologica (e la confusione del ddl che le riguarda). Nell’articolo, Michele Antonio Fino, docente di Fondamenti di diritto europeo, food law ed ecologia all’università di Scienze gastronomiche di Pollenzo, fa presente che mentre Demeter, il principale ente che certifica i prodotti biodinamici, richiede che i suoi associati siano anche certificati bio, negli ultimi anni sono sorte altre realtà al di fuori di Demeter, che propongono prodotti biodinamici ma senza richiedere che questi siano anche biologici, e che ciò potrebbe generare confusione nei consumatori.    

Altri, come Mino Tarrico (Il Riformista), Valter Musso di Slow food, Carlo Triarico (in una intervista nel Il Salvagente di luglio), suggeriscono che la richiesta della Cattaneo, di rinviare la legge alla Camera per la modifica del termine, non sia stato altro che un tentativo di trascinare i tempi di discussione con l’obbiettivo di far saltare la legge (che avrebbe dovuto essere ridiscussa alla Camera, e quindi tornare al Senato, per poi ritornare ancora alla Camera per l’approvazione finale). Secondo Giuseppe Romano, presidente di Aiab, e Carlo Triarico (ne Il Salvagente di luglio) ci sarebbe anche il conflitto con l’agricoltura convenzionale sui finanziamenti comunitari alla ricerca in agricoltura, che andrebbero per il trenta per cento al biologico, e questo scontenta il comparto del convenzionale. Per Romano entrerebbe in gioco anche la questione Ogm, a cui si vorrebbe aprire l’agricoltura italiana, anche se Romano non spiega la ragione di tanto accanimento contro il biologico.         

Io non credo molto a queste spiegazioni, almeno non come di primaria importanza. Certamente il dibattito sull’opportunità di includere il termine “biodinamica” si sarebbe potuto eventualmente svolgere già alla Camera, o in commissione, dato che il testo era noto a tutti. Quindi sia la Cattaneo sia le varie associazioni scientifiche (come l’Associazione Italiana delle Società Scientifiche Agrarie, o l’Accademia dei Lincei), sarebbero potute intervenire all’epoca. Certo che, se la legge fosse affossata per questioni temporali, si darebbe adito a sospetti di premeditazione che non gioverebbero all’immagine dell’accademia italiana. 

Credo piuttosto che lo scopo della Cattaneo fosse quello di usare l’occasione per attaccare il biologico con l’obbiettivo di metterlo in cattiva luce di fronte all’opinione pubblica e ai consumatori. E in questo ha avuto pieno successo, almeno a livello mediatico. A cosa serve diffamare l’agricoltura biologica? A dissuadere l’opinione pubblica (in particolare la classe media che segue l’informazione e può e sa farsi sentire) dal credere che il biologico possa essere un modello alternativo al convenzionale, e a portarla invece a essere più accondiscendente verso le biotecnologie, che sono proposte come unica alternativa per un’agricoltura più salubre e sostenibile. 

(2) Che cosa ha conseguito la senatrice Cattaneo col suo intervento

  • Ha imposto per settimane la sua agenda ai media tacitando quanto di positivo è emerso dal ddl.

 L’anatema al biodinamico ha completamente colonizzato i media per almeno un paio di settimane, oscurando così al pubblico informazioni su quanto di buono è emerso dal ddl. Coincidenza, proprio negli stessi giorni, anche col sostegno del tour di lancio del suo ultimo libro Armati di scienza, una raccolta di articoli già pubblicati dalla Cattaneo su alcuni quotidiani. Una coincidenza che ha permesso alla senatrice di essere ospitata (senza contraddittorio) nei programmi tv e di rilasciare ulteriori interviste sulla stampa. Dal 20 maggio, quindi oramai da un paio di mesi, abbiamo assistito a un continuo di articoli nei quotidiani e settimanali, e di lettere aperte di associazioni scientifiche a loro volta riprese dai media, la lista ce la fa la senatrice stessa in un suo ennesimo intervento del 18 giugno, stavolta su Micromega (l’Accademia dei Lincei, la Società italiana di tossicologia, il Gruppo 2003, l’Associazione Italiana Società Scientifiche Agrarie (Aissa), l’Accademia nazionale dell’Agricoltura (Ana), la Federazione Italiana delle Scienze della vita (FISV), l’Unione nazionale delle Accademie per le scienze agrarie (Unasa), l’Accademia nazionale delle scienze, l’Accademia dei Georgofili). 

  •  Ha accusato il biologico di essere un’organizzazione opaca, che non fornisce dati sull’uso dei terreni certificati, e che mira a intascare i sussidi pubblici senza nulla produrreperché sostenere che il 16 per cento del terreno italiano è dedicato all’agricoltura biologica non spiega quanta di quella percentuale è dedicata a prati e pascoli, che ricevono sussidi, ma non producono nulla”. 

Forse la senatrice lo ignora (ma temiamo che alla senatrice non interessi informarsi, dato che l’obiettivo è la diffamazione del comparto biologico), ma i dati sono di dominio pubblico e forniti dal Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica (Sinab), l’ente del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali per l’agricoltura biologica. Per il 2020: “Prati pascolo (551.074 ha), Colture foraggere (396.748 ha) e Cereali (330.284 ha). A queste categorie seguono, per estensione, le superfici biologiche investite a Olivo (242.708 ha) e a Vite (109.423 ha)”, seguono dettagli per le culture, per un totale di superficie certificata bio di quasi due milioni di ettari. Quindi, per rispondere alla domanda della senatrice (che vuole far credere che il biologico sia tutta erbaccia inutile), la percentuale a prato e pascolo è del 25 percento. Una percentuale che è in linea con quella dell’agricola italiana (in percentuale, la superficie a prato-pascolo occupa il 23 percento della superficie agricola nazionale, dati Istat 2019). Andrebbe dato invece merito all’agricoltura biologica di preservare l’uso dei prati-pascoli, agroecosistemi che l’agricoltura convenzionale sta abbandonando per la scarsa remuneratività. Non che ciò debba essere visto di per sé come un male, dato che l’avanzata del bosco garantisce lo stoccaggio di carbonio e altri importanti servizi ecosistemici, ma in merito alla preservazione delle caratteristiche del paesaggio montano, l’agricoltura biologica certamente può contribuire a dare una mano.

La senatrice ignora che i prati-pascoli sono agroecosistemi produttivi, nel contesto italiano spesso con produzioni di alta qualità e alto valore aggiunto (come le lattiero casearie), e stimolano l’ecoturismo, che per alcune aree disagiate del nostro paese costituisce un’importante fonte di reddito, a volte la sola. La senatrice ignora anche che tutta l’agricoltura alpina e appenninica si è sempre fondata sulla gestione dei prati-pascoli, e che i prati-pascoli costituiscono i due terzi di tutta la superficie agricola mondiale (per un 3,2 miliardi di ettari) contribuendo a sostenere in vita alcuni miliardi di persone.

Nei programmi per i corsi di laurea in Agraria e Scienze forestali delle nostre università vi sono da sempre corsi di Alpicoltura e Gestione dei sistemi agro-pastorali, che trattano appunto la gestione dei prati-pascoli a fini produttivi. La conservazione dei prati-pascoli rientra nelle indicazioni della direttiva comunitaria (inserita nella Pac), con particolare riguardo per le aree sensibili e ad alta biodiversità, come quelle interessate da siti della rete Natura 2000. L’agricoltura biologica (come l’equiparata biodinamica) è probabilmente la pratica più adeguata ed efficace per limitare l’impatto delle attività agricole su queste aree e garantirne uno sviluppo sostenibile.              

Dobbiamo anche accennare al ruolo dell’agricoltura biologica nella riscoperta e conservazione dell’agrobiodiversità, una funzione che diventa sempre più fondamentale in vista delle sfide che dovremo affrontare nel prossimo futuro. Il professor Paolo Bàrberi, professore di Agronomia alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, spiega che in Italia abbiamo circa 40.000 aziende agricole impegnate nel custodire semi o piante a rischio di estinzione, e molte di queste sono aziende biologiche. 

  • Ha affermato che i prodotti biologici non apportano benefici nutrizionali o ambientali rispetto ai convenzionali. Continuerò, pertanto, a fare la mia doverosa parte per segnalare in ogni occasione che i prodotti biodinamici, come i prodotti da agricoltura biologica che si trovano nella grande distribuzione, non hanno migliori caratteristiche nutrizionale, né hanno miglior cura dell’ambiente”.  

Affermazione che contraddice decenni di ricerche scientifiche e anche il buon senso. Se in agricoltura biologica (come nella biodinamica) è bandito l’uso dei pesticidi di sintesi, è ovvio che queste sostanze non saranno immesse nell’ambiente, per cui evitiamo i loro possibili effetti avversi sulla salute umana e ambientale, anche se per “la scienza secondo Cattaneo” tali effetti non esistono, mentre esistono gli effetti dei pesticidi usati nel biologico (oltretutto dimenticando di dire che il rame è ampiamente usato anche dall’agricoltura convenzionale, ma forse la Cattaneo questo lo ignora). Alcuni pesticidi di sintesi, ampiamente usati in agricoltura, tra cui l’erbicida glifosato, sono ad azione sistemica, cioè vengono assorbiti dalla pianta. Se da una parte questo ne migliora l’efficacia, dall’altra porta all’accumulo del pesticida e dei suoi prodotti di degradazione nella pianta, anche nelle parti eduli. Da notare che la gran parte di questi prodotti viene dispersa nell’ambiente senza concorrere alla difesa delle colture. Nelle colture biologiche questo non succede perché questi prodotti non si usano. 

La diversa gestione degli animali allevati, fa sì che le carni degli animali allevati in regime di agricoltura biologica (e biodinamica) siano molto meno affette dalla presenza di batteri resistesti agli antibiotici rispetto alle carni provenienti dagli allevamenti convenzionali. È attestato dalla letteratura scientifica che nel biologico (come nel biodinamico), grazie a una miglior qualità della vita degli animali e i rigidi disciplinari, l’uso di antibiotici è minimo. È permesso solo in casi di emergenza, ed è vietato inserire gli animali trattati nel regime di certificazione bio, se non dopo un periodo di detossificazione. Questo permette di evitare l’insorgenza di ceppi batterici resistenti agli antibiotici, che purtroppo si riscontrano nei prodotti animali da produzione convenzionale. 

Ricordiamo alla professoressa, che le istituzioni mediche internazionali ritengono la resistenza dei batteri agli antibiotici la più importante emergenza sanitaria dei nostri tempi, che per il 2050 si stima potrebbe causare dieci milioni di morti l’anno a livello globale (sono 1,5 milioni a oggi). Di questo problema è certamente responsabile l’uso inappropriato degli antibiotici nel trattamento delle patologie umane (antibiotici prescritti troppo facilmente o per malattie virali, o cure interrotte prima del tempo), ma soprattutto l’enorme uso che se ne fa negli allevamenti intensivi convenzionali, che si stima assorbano il settanta per cento degli antibiotici prodotti al mondo. Questo per la necessità di trattare o prevenire le infezioni che si sviluppano negli animali super sfruttati dai regimi produttivi intensivi convenzionali, e stoccati ad altissime densità (dato che la somministrazione di antibiotici favorisce anche la crescita degli animali, abbondare nella prevenzione certamente ripaga). 

  • Ha lanciato un allarme ai consumatori sui pericoli del consumo dei prodotti biologici. Ecco perché mi spaventa, seguendo le parole del relatore, che si voglia incentivare il consumo del biologico. Perché?”

Buttiamo là qualche idea. Magari perché per alcuni agenti chimici non esiste un valore soglia, dato che innescano processi degenerativi anche a bassissime concentrazioni. Perché l’esposizione a queste sostanze (spesso diverse allo stesso tempo) può danneggiare lo sviluppo del sistema neuroendocrino degli organismi animali, uomo incluso. Perché anche a basse concentrazioni una esposizione cronica a tali sostanze può generare processi degenerativi. Perché l’allevamento intensivo induce ad un uso di antibiotici che mette a rischio la nostra salute.  

Su queste tematiche vi è oramai una grande mole di lavori scientifici accumulati dagli inizi degli anni Novanta, con i fondamentali lavori di Theodora Emily Colborn e colleghi sui distruttori endocrini, e il loro allarme al pubblico lanciato col libro del 1996 Our Stolen Future: Are We Threatening Our Fertility, Intelligence, and Survival? A Scientific Detective Story (Il nostro futuro rubato: stiamo mettendo a rischio la nostra fertilità, intelligenza e sopravvivenza? Una storia di investigazione scientifica; libro tradotto in 18 lingue ma sfortunatamente non in italiano).

Nella recente pubblicazione di Paolo Vineis (uno stimato epidemiologo con cattedra all’Imperial College di Londra), Luca Carra (direttore della nota rivista scientifica Scienza in rete) e Roberto Cingolani (noto fisico e attuale ministro della transizione ecologica), Prevenzione (Einaudi 2020) gli autori scrivono:

Un altro effetto cruciale di cui sappiamo ben poco è l’effetto complessivo di molteplici esposizioni a basse dosi, come avviene nella realtà. Sappiamo che per molti cancerogeni non c’è una dose soglia, ma come piccole dosi interagiscano fra loro è ancora largamente ignoto

Mentre i limiti di soglia sono valutati sostanza per sostanza, dalla tossicologia sappiamo che in realtà il loro effetto sinergico può grandemente aumentare il loro impatto sulla salute, anche se questa evenienza non è contemplata dalle normative, per ragioni certamente non scientifiche. Ciò renderebbe opportuno, per esempio, che le donne in gravidanza e i bambini si alimentassero con alimenti privi dei residui di queste sostanze. 

Per un caso emblematico sui problemi posti dai pesticidi consideriamo il pesticida organofosfato chlorpyrifos, per il quale l’Efsa nel 2020 ha chiesta la messa al bando. Il chlorpyrifos può compromettere il corretto sviluppo degli organismi acquatici a dosi di pochi milionesimi di grammo per chilo di massa. Inoltre, essendo una molecola liposolubile, nel tempo si accumula nei tessuti lipidici (grassi) del corpo, aumentando il suo effetto tossico. Il chlorpyrifos si usa dagli anni Sessanta, e anche in Italia è il pesticida più utilizzato nelle orticole e in frutticoltura (ma si usa anche come antiparassitario per cani e gatti e per le disinfestazioni in casa). Per cui abbiamo avuto Sessanta anni di irrorazioni nelle colture alimentari prima di scoprire che causa seri danni alla salute umana (distruttore endocrino, genotossico e neurotossico). 

Una prassi drammatica: per decenni si irrorano i campi (e le nostre case) con pesticidi certificati “innocui”, rassicurati dai produttori e dagli agronomi che ne fanno da promoter tra gli agricoltori, per poi scoprire, purtroppo decenni più tardi, che tali sostanze tanto innocue non sono. Per il chlorpyrifos, ora che la multinazionale non esiste più, si è scoperto che i lavori prodotti dalla Dow Chemicals per le istituzioni a sostegno della sicurezza del prodotto erano dei falsi. Altro passo della prassi, tacciare chi invoca la precauzione di allarmismo e di essere contro il progresso e il bene del mondo, adducendo inoltre l’usuale monito che non esistono alternative.     

  •  Ha accusato il biologico di truffare i consumatori vendendo prodotti convenzionali a due, tre volte il prezzo reale. La senatrice ha spiegato che le associazioni del biologico e biodinamico, grazie a un furbo sistema di deroghe, usano pesticidi di sintesi “prevedendo entrambi i disciplinari biologico e biodinamico ampie deroghe che consente loro di utilizzare pesticidi di sintesi”, concludendo che “In sintesi, si tratta di prodotti che si trovano nei supermercati a prezzi doppi o tripli rispetto a quelli privi di certificazione biologica, ma che non hanno nulla di più se non il prezzo.”

Le associazioni del biologico, insomma, non sarebbero che delle tresche del malaffare, che (dopo aver derubato lo stato dei sussidi pubblici non producendo nulla), truffano i consumatori vendendogli, a prezzi doppi o tripli, né più né meno che dei prodotti coltivati coi metodi dell’agrochimica convenzionale. Se la Cattaneo ha prove di operatori del settore che truffano i consumatori è doveroso che le condivida con le autorità giudiziarie, a difesa della salute dei consumatori e della professionalità dei tanti operatori onesti. 

Casi del genere si sono verificati, e possono verificarsi, per cui un attento monitoraggio è certamente d’obbligo. E siamo con la senatrice se vorrà proporre di accentrare il sistema di controllo e certificazione a uno specifico dipartimenti dei Nucleo Antisofisticazioni e Sanità (Nas), senza costo per gli operatori (che ricordiamo, oltre agli enti certificatori, sono soggetti anche al controllo dei Nas, come ogni altra azienda del settore). Questo aiuterebbe a ridurre i costi di certificazione agli operatori del settore ed eliminerebbe le critiche al fatto che gli enti certificatori (i controllori) sono pagati dagli operatori certificati (i controllati). Un paradosso, quest’ultimo, che è evidenziato anche dal giudice Gian Carlo Caselli e del professor Stefano Masini, nel loro libro-denuncia C’è del marcio nel piatto (Piemme, 2018). Si eviterebbero così i sospetti di connivenza, le possibili truffe e relativi scandali, che non giovano alla credibilità del settore, il quale, persa la credibilità, sarebbe rapidamente cancellato dal mercato. E far perdere di credibilità al settore è appunto l’obiettivo che si propone la senatrice Cattaneo con i suoi interventi.       

Tuttavia, un’accusa tanto generale ha il sapore della propaganda, anzi della diffamazione ai danni degli operatori del comparto. Il citato C’è del marcio nel piatto, offre un’ampia panoramica delle truffe perpetrate nel sistema agroalimentare convenzionale. Tra i classici: l’olio di oliva extravergine contraffatto, i vini adulterati, il latte in polvere e semilavorati prodotti all’estero che diventano magicamente pregiati alimenti del Made in Italy, i pesci di specie poco pregiate che arrivano da chissà dove venduti come specie pregiate nostrane, la salsa di pomodoro proveniente dall’estero (a volte in condizioni igienico sanitarie terribili) e spacciata per prodotto italiano. Per non parlare delle agromafie che lucrano sui sussidi pubblici e sui traffici illeciti, e dell’inefficiente sistema legislativo che facilita il malaffare. Sul tema si veda anche I signori del cibo, di Stefano Liberti (2016, Minimum fax). 

L’esistenza di queste problematiche non mi permette però di inferire che il sistema agroalimentare italiano sia un sistema truffaldino che vende ai consumatori prodotti contraffatti e malsani, e che la legislazione sia stata progettata ad hoc proprio per favorire il malaffare. Caselli e Masini, infatti, sostengono che nonostante le problematiche, il nostro sistema di monitoraggio è uno dei migliori al mondo (ciò non significa che non possa e debba essere migliorato per ridurne le falle e migliorare la lotta al malaffare). 

  • Ha elogiato il nostro sano “bioconvenzionale”, dimentica di come sia stato possibile sanificare l’agricoltura. Nella sua arringa al senato la Cattaneo ha detto “Presidente, rimarco che abbiamo bisogno di prodotti sani per tutti e di fatto li abbiamo. Lo certificano la European food safety authority (ESFA). I nostri prodotti integrati bioconvenzionali sono tra i più sicuri al mondo ed è questo il messaggio di interesse nazionale che vorrei tutelato da una politica basata sulle evidenze.” 

Fa sorridere l’uso del termine “prodotti integrati bioconvenzionali”, forse usato per confondere il lettore e fargli credere che l’agricoltura integrata sia equivalente a quella biologica. Tuttavia la Cattaneo dimentica di spiegare come sia stato possibile arrivare a questo. Non è stato certo merito delle associazioni scientifiche del settore agrario, quelle che ora firmano lettere aperte contro il cornoletame e invocano il glifosato. Se si eccettuano alcuni agronomi illuminati che hanno cercato di proporre altre strade, spesso emarginati dai colleghi per non aver fede nell’agrochimica, l’agronomia non ha certo brillato per sostenere la causa dei cittadini. Fosse stato per loro e per le multinazionali dell’agrochimica, saremo fermi agli anni Sessanta e sommersi dai pesticidi. Sono state le battaglie portate avanti da ecologi, tossicologi, medici, e soprattutto dalla società civile (i cui voti sensibilizzano la politica), a farci progredire verso una agricoltura più sana. Spesso scontrandosi contro parti dell’accademia stessa, che tacciava i critici di infondato allarmismo e di essere contro la scienza e il progresso. 

Rachel Carson, che con il suo Primavera silenziosa (1962), aveva alzato il velo sugli effetti dell’agrochimica per la salute dell’uomo e dell’ambiente, fu ferocemente attaccata dall’industria agrochimica e da parti dell’accademia. Fu definita una bigotta oscurantista, e di voler affamare il paese. La si accusò perfino di essere una comunista (negli Stati Uniti dell’epoca, appena usciti dalla caccia al comunista, ancora un’accusa pesantissima). Nelle riviste di agronomia e agricoltura, sponsorizzate dall’industria agrochimica, si montò una campagna diffamatoria che dipingeva la Carson come una donna isterica e irrazionale (aggettivi spesso d’uso per le donne un po’ troppo emancipate e ribelli verso lo status quo). Le multinazionali dell’agrochimica investirono centinaia di migliaia di dollari in campagne diffamatorie contro la Carson. Un’industria agrochimica provò perfino a bloccare la pubblicazione del suo libro. 

Meno conosciuto, almeno in Europa, ma non meno importante, è il lavoro svolto negli anni Settanta-Ottanta da Carol Van Strum e un gruppo di cittadini, gente semplice che in Oregon si trovò a combattere con il servizio forestale e le istituzioni per non essere irrorata dai pesticidi cosparsi sulle locali foreste, dove i pesci dei fiumi morivano, gli animali nascevano deformi e la gente si ammalava. Il lavoro investigativo della Van Strum e degli amici portò alla luce la rete di interessi e connivenze tra l’industria agrochimica e le agenzie governative statunitensi, che da un lato garantivano all’industria il facile conseguimento di attestazioni di innocuità dei prodotti chimici, basate su false relazioni tecniche, e dall’altro insabbiavano le denunce dei cittadini sui problemi causati dall’agrochimica. La storia della Van Strum è raccontata nel libro A Bitter Fog: Herbicides and Human Rights, del 1983 (Una nebbia amara: Erbicidi e diritti umani). L’immane documentazione raccolta dalla Van Strum (circa 20.000 documenti) è disponibile al sito The poison papers

Se i cittadini non si fidano delle rassicurazioni dei nostri luminari, forse questo è anche da imputarsi a quella parte delle istituzioni e dell’accademia che ne hanno sistematicamente tradito la fiducia. 

(3) Perché bisogna screditare l’immagine dell’agricoltura biologica 

Se l’obbiettivo fosse stato lanciare un’allerta sulle possibili conseguenze dell’inclusione del termine “biodinamico” nel ddl (che volendo avrebbe potuto essere lanciata molto prima), questo attacco a tutto campo all’agricoltura biologica non avrebbe avuto alcun senso. Credo che la senatrice sapesse benissimo che le sue proposte non avrebbero avuto seguito, e che nessun partito avrebbe avuto interesse a farsi additare come quello che ha affossato la legge sull’agricoltura biologica. L’obbiettivo era invece quello di usare l’occasione per sferrare un duro attacco al biologico.

Per comprendere perché sia necessario combattere il biologico è utile fare una digressione storica e analizzare i conflitti emersi in merito alle biotecnologie nei primi anni 2000, entro diverse fazioni del governo di allora, e il ruolo degli Usa nella faccenda.    

Nei dispacci che ho rivenuto in una ricerca nel database WikiLeaks per gli anni 2002-2004, tra l’ambasciata statunitense in Italia e il governo statunitense, troviamo del materiale di grande interesse per capire come opera veramente la politica, e nello specifico, sulla storia delle politiche agricole italiane in merito alle colture Gm. Alcune parti sono state pubblicate in traduzione o per sommi capi anche da giornali italiani (p.es. L’Espresso, Il Giornale). Di seguito si analizzeranno alcuni stralci dagli originali (alcuni non pubblicati in italiano, a quando ne sa l’autore). 

Il materiale ci è utile per capire quali possano essere le pressioni in gioco anche ai nostri giorni. Nei dispacci si legge delle pressioni del governo statunitense sull’allora Ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno, contrario alla coltivazione delle colture Gm, che con la sua legge sulla coesistenza (poi approvata nel 2004), avrebbe reso praticamente impossibile la coltivazione delle colture Gm in Italia, e su Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi perché intervenissero su Alemanno per fargli cambiare idea, portandolo verso l’apertura alle coltivazioni Gm. Dai dispacci si legge che Silvio Berlusconi e Gianni Letta si impegnarono con il governo americano per bloccare l’iniziativa di Alemanno. Tuttavia, la determinazione del ministro Alemanno ebbe la meglio. Ciò pare non tanto per un particolare convincimento del ministro sul rischio posto dagli Ogm. Come Gianfranco Fini spiegò all’ambasciatore Usa, che gli chiedeva di bloccare Alemanno, la questione non era tanto che Alemanno fosse contrario agli Ogm, il problema era che i suoi elettori erano contro gli Ogm e Alemanno teneva ai suoi elettori, cioè ai loro voti. Alemanno temeva anche la possibile mobilitazione dell’opinione pubblica, che, destra o sinistra, era comunque contraria all’apertura alle biotecnologie. 

Tra i vari dispacci in tema di Ogm, riporto un paio di stralci che sono di particolare interesse (in neretto ho evidenziati alcuni passaggi chiave). 

Dispaccio “2003 November 13, 16:53”

1. (C) SUMMARY: Ref A describes Italian Agriculture Minister Alemanno’s latest gambit to effectively ban biotech crop cultivation in Italy by pushing through an extremely restrictive coexistence decree-law. Given the likely negative consequences of this proposal, not least upon U.S. seed exports to Italy, Ambassador Sembler raised strong objections to Alemanno’s approach in separate meetings this week with Foreign Minister Frattini (Nov. 10), with PM Berlusconi’s top advisor, Prime Ministry Under Secretary Gianni Letta, and with the Prime Minister directly in a phone call from Letta’s office (Nov. 11). Letta and the PM assurred the Ambassador that, either at the technical level or the political level, the draft Alemanno decree-law would be blocked. End Summary. 

Il dispaccio, oltre a riportare l’impegno di Berlusconi e Gianni Letta col governo Usa per fermare Alemanno (e aprire agli Ogm), spiega la vera natura degli interessi Usa, ossia la possibilità di esportare sementi Gm delle multinazionali statunitensi (Monsanto) in Italia. E con queste, crediamo, anche migliaia di tonnellate di RoundUp©, l’erbicida dell’allora Monsanto che veniva venduto con le sementi Gm resistenti all’erbicida (oramai tutte), e che gli agricoltori, da contratto, sarebbero stati obbligati ad acquistare dalla Monsanto con le sementi Gm (il contratto esonerava la Monsanto dal rispondere ai possibili problemi legati al fallimento delle colture Gm o problemi causati dall’erbicida, scaricando tutti i rischi su agricoltori e consumatori/cittadini).   

Dispaccio “2004 December 1, 16:43” 

“6. (C) During a dinner at his residence shortly before the decree law was approved by the Council of Ministers, Ambassador Sembler underscored to Deputy Prime Minister (and now Foreign Minister) Fini just how damaging Italian biotech policy has been to U.S. agricultural interests. Most notably, American seed exports – more that $70 million annually just a few years ago – had almost been driven completely from the Italian market. The planned coexistence decree only threatened to make matters worse, the ambassador stressed.” (traduzione: Durante la cena presso la sua residenza, poco dopo l’approvazione del decreto da parte del Consiglio dei Ministri, l‘Ambasciatore Sembler ha sottolineato al Vice Primo ministro (ora Ministro degli Esteri) Fini quanto la politica italiana in merito alle biotecnologie abbia danneggiato gli interessi dell’agricoltura statunitense. In particolare, l’industria semenziera – che annualmente fatturava più di settanta milioni di dollari fino a pochi anni fa – è stata quasi esclusa dal mercato italiano. Il decreto coesistenza minaccia solo di fare peggio, ha ribadito l’ambasciatore).        

Qua leggiamo di una lavata di capo che l’ambasciatore statunitense fa al povero Fini, colpevole di non essere riuscito a bloccare Alemanno, il cui decreto sulla co-esistenza praticamente chiude definitivamente alle colture Gm. L’ambasciatore fa presente a Fini che questo lede grandemente gli affari delle imprese statunitensi che esportano nel mercato italiano. 

I dispacci di WikiLeaks ci dicono anche di quello che è la politica al di là del teatro che ci diletta le giornate, e di cui in realtà forse poco conosciamo. I dispacci ci narrano di conflitti entro l’allora Alleanza Nazionale sulle politiche agricole e sulla questione biotech, col ministro Alemanno della corrente Storace, in conflitto con Adolfo Urso, della corrente di Fini e allora Viceministro delle Attività produttive con delega al Commercio Estero (dal 2015 Urso è in Fratelli D’Italia, dal 2011, Urso è anche Presidente dell’Associazione FareItalia e dal 2007 della fondazione Farefuturo, un importante centro studi della destra italiana). Da un dispaccio veniamo a sapere che Urso esprime all’ambasciatore Usa la sua idea per il futuro dell’agroalimentare italiano in questi termini “8. If i were the minister of agriculture, I would end agricultural subsidies and open our borders to all agriculture imports, particularly from the third world. This would allow developing countries to grow economically and afford our non-agricultural exports.” (traduzione “Se fossi il ministro dell’agricoltura eliminerei i sussidi e importerei tutta la produzione agricola, in particolare dai paesi del terzo mondo. Questo permetterebbe ai paesi in via di sviluppo di crescere economicamente e di poter acquistare le nostre esportazioni non agricole”). 

A quanto pare, per Urso la questione della sicurezza alimentare, cioè l’assicurarsi che anche in caso di crisi la popolazione possa continuare ad alimentarsi adeguatamente, non si pone proprio. Se l’idea di Urso è certamente un ottimo servizio all’industria, e ha solidi fondamenti nell’ideologia neoliberista (per esempio, specializzazione delle diverse aree del globo in relazione ai loro vantaggi comparativi, trovare alimenti sempre più economici per i lavoratori salariati per poter ridurre i salari, o almeno stabilizzarli anche al crescere dell’inflazione, per aumentare i profitti ed evitare richieste di ridistribuzione della ricchezza), a livello di società pone il problema di lasciare sessanta milioni di persone alla mercè delle bizze del fato e ai ricatti del mercato. La riduzione delle produzioni dovuta a eventi estremi e alla crisi climatica potrebbe far diminuire la disponibilità di prodotti sul mercato, e/o indurre i paesi fornitori al blocco delle esportazioni per sopperire alle esigenze interne (si può vivere benissimo senza i gadget tecnologici ma non si vive a lungo senza cibo), come già verificatosi in passato, anche in quello recente (la crisi del 2007-08). Di questi giorni uno studio apparso sulla rivista Nature communication in cui si stima che nei prossimi decenni il cambiamento climatico nelle regioni esportatrici potrebbe mettere a rischio il quaranta-cinquanta per cento delle importazioni di derrate alimentari dell’Europa. I paesi fornitori e le speculazioni dei mercati finanziari, che oramai operano in regime di oligopolio, potrebbero sfruttare la dipendenza alimentare per porre in essere speculazioni e ricatti (una volta dismesso il settore agroalimentare e perse le relative professionalità servirebbero parecchi anni per il suo ripristino). 

Crediamo che i drammatici problemi che si stagliano all’orizzonte impongano la massima attenzione alla salute del nostro sistema agroalimentare e in particolare a tre fattori chiave: la conservazione della nostra limitatissima risorsa suolo sia in termini quantitativi che qualitativi (l’Italia è un paese estremamente popolato rispetto alla terra agricola a disposizione), dell’acqua e dell’agrobiodiversità, con tutto quel bagaglio di conoscenze accumulato nei secoli che non deve essere perduto nella trasformazione degli agricoltori in operai di catena di montaggio a cottimo.   

Urso, nel frattempo, sembra però aver cambiato idea, negli ultimi anni il suo centro studi si batte per sostenere l’agricoltura italiana, adducendo anche profonde riflessioni sull’importanza di un “sano patriottismo italiano” (o almeno questo è ciò che mostra ai suoi elettori, poi quello che dica agli ambasciatori statunitensi, magari sull’opportunità di smantellare la nostra agricoltura, potrebbe essere un’altra faccenda, ma questa è in fondo la nobile arte della politica).  

Tornando al contenuto dei dispacci, il quadro che emerge è il disappunto del governo statunitense per le politiche di Alemanno, che minano gli interessi delle aziende americane (Monsanto in primis), e la visione dell’Italia come un paese da colonizzare a beneficio delle imprese agrochimiche e agroalimentari statunitensi. Le idee politiche di Alemanno sono lontane da quelle di chi scrive, ma devo dare merito all’ex ministro della sua determinazione nel rispettare il mandato ricevuto dai suoi elettori. Una determinazione che probabilmente ha salvato l’agricoltura italiana (almeno per ora) e ha risparmiato al paese un’inondazione di erbicidi. 

Ciò contraddice la visione di chi, come la nostra senatrice Cattaneo, crede che una apertura alle colture Gm possa portare allo sviluppo del comparto agroalimentare italiano. Potrebbe essere piuttosto vero il contrario: una volta sdoganate le colture Gm, l’Italia non potrà competere con un paese come gli Usa, afflitto da un cronico problema di sovraproduzione che costringe a bruciare il trenta-quaranta per cento dei raccolti di soia e mais (il senso dei biocarburanti), e che da tempo cerca sbocchi su mercati paganti (dato che lo smaltimento della produzione via biocarburanti implica un notevole costo in termini di sussidi pubblici che servono per tenere in piedi questo inefficiente vettore energetico, che però consente di stabilizzare il mercato dei prodotti agrochimici). Un paese, gli Usa, con leggi molto meno restrittive su agrochimica (l’atrazina, un erbicida bandito in Europa nel 2004, che comunque l’Europa esporta nei paesi in via di sviluppo, è ancora ampiamente usato negli Usa), ambiente e qualità dei prodotti (largo uso di antibiotici e dell’ormone della crescita). Un paese che fa un uso spregiudicato dei sussidi all’esportazione (dumping). L’apertura al consumo dei prodotti Gm e gli accordi sul libero commercio come il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip), che, per l’agroalimentare, prevedono l’adeguamento dei disciplinari europei su quelli molto meno restrittivi degli Usa, non lascerà scampo alle produzioni italiane se non nei mercati di nicchia (come il biologico). Gli agricoltori nostrani che tanto invocano le colture transgeniche, attratti dalla promessa di grandi profitti, dovrebbero analizzare per bene questi aspetti, dato che rischiano di essere spazzati via dalla concorrenza statunitense.     

Da quanto analizzato, è chiaro che per arrivare a uno sdoganamento degli Ogm bisogna lavorare sull’opinione pubblica, è questa che trattiene la politica italiana dall’obbedire alle forti pressioni esterne che mirano a colonizzare il nostro sistema agroalimentare. 

Allettare, tacere, combattere il biologico: la strategia comunicativa per convincere l’opinione pubblica alla transizione biotech  

Notava David Hume, filosofo scozzese del diciottesimo secolo, nel suo lavoro sui principi del governo, che i governanti non dispongono di nulla che li sostenga tranne l’opinione dei sudditi, e che anche i governanti più dispotici, benché dispongano della forza, si preoccupano dell’opinione dei loro sudditi. Come manipolare l’opinione dei sudditi è infatti sempre stato un tema centrale nella gestione del potere. Per la questione colture Gm, solo un’opinione pubblica più accondiscendente permetterebbe, finalmente, ai politici di turno (per i quali è meglio una poltrona sicura oggi che un posto da consulente di una multinazionale domani) di dare seguito alle richieste delle multinazionali biotech, o alle politiche commerciali di questo o quel paese, interessato a colonizzare il sistema agroalimentare italiano (per gli interessi particolari, che mirano alla colonizzazione dell’Italia, il periodo di grave debolezza economica e politica che sta attraversando il paese è certamente un’occasione da cogliere al volo). 

Negli anni 2000 la forte contrarietà dell’opinione pubblica europea e italiana alla coltivazione e consumo delle colture Gm ne impedì la diffusione. Con lo stabilizzarsi della situazione, nel corso degli anni il dibattito pubblico è andato affievolendosi, soprattutto da parte del movimento critico, mentre i promotori del biotech hanno continuato a informare i cittadini sui benefici delle colture Gm. Si veda il grande evento mediatico organizzato con la pubblicazione del lavoro di Pellegrino e colleghi nel 2018, e le continue uscite della professoressa Cattaneo e altri colleghi e associazioni pro biotech. La Cattaneo, mimetizzata dalla lotta all’esoterico e all’irrazionale, ha assunto il ruolo di “grande educatrice”, che dall’alto della sua posizione istituzionale, con la sua instancabile attività comunicativa, mira a rendere l’opinione pubblica più accondiscendente verso le colture Gm.

Come agire per far cambiare idea all’opinione pubblica. Bisogna innanzi tutto rassicurala, per esempio sostenere che il Roundup©, il cui principio attivo, il glifosato, che tiene in piedi il mercato delle colture Gm (almeno per ora, sono già in commercio colture Gm contemporaneamente resistenti a quattro-cinque diversi erbicidi), non è un problema. Da ribadire soprattutto ora che è in discussione il rinnovo del suo impiego nell’Unione Europea (interessante il voltafaccia del presidente francese Macron, che fece campagna elettorale promettendo la messa al bando del glifosato, e ora si batte per il rinnovo dell’impiego; ancora la politica come l’arte di prendersi gioco degli elettori). 

La si può allettare con l’esaltazione dei benefici che le colture Gm potrebbero apportare. Ai consumatori si possono promettere alimenti più economici (tema usato dalla Cattaneo in alcuni suoi articoli), magari più ricchi di tanti elementi nutritivi e più sani (idem). Allo stesso tempo vanno silenziati i problemi e gli scandali venuti alla luce sul comportamento delle multinazionali biotech. Va quindi demolito il biologico che potrebbe rivelarsi una spina nel fianco di difficile gestione per la transizione biotech.

Si sono promessi agli agricoltori grandi aumenti di produttività e relativi facili guadagni, scenario che non corrisponde con quanto successo negli Usa dove, nonostante l’introduzione delle colture Gm la situazione economica degli agricoltori è andata peggiorando, e dove anzi, vi è una tendenza al ritorno alle varietà non Gm, che permettono un risparmio sui costi delle sementi (da notare che tra i vari lavori sulla produttività delle colture Gm, la stessa Accademia Nazionale delle Scienze statunitense attesta che l’introduzione delle colture Gm non ha modificato la progressione storica di aumento delle rese). Per i consumatori la promessa di alimenti a basso costo, arricchiti con ogni sorta di elementi nutrizionali. Alla grande distribuzione la promessa di maggiori profitti, con la riduzione del costo delle materie prime (anche con l’importazione del surplus statunitense). 

Si evita di dire che negli Usa, nonostante l’agricoltura si sia convertita al biotech da un trentennio, vi sono cinquanta milioni di persone (un quindici per cento della popolazione), sottonutrite, un gran numero di agricoltori sono finiti in bancarotta mentre un terzo della terra agricola è finita in mano alle società finanziarie e ai grandi paperoni (in un processo che potremmo definire di neo-feudalesimo globalizzato). Inoltre, la salute della popolazione è peggiorata, portando gli Usa ad essere tra i paesi con la minor durata della vita media tra i paesi Ocse (minore anche di alcuni paesi in via di sviluppo), e con un incremento esponenziale di malattie croniche e degenerative. È questo il modello che la senatrice ha in mente per l’Italia?

Si è taciuto anche sugli scandali che hanno interessato il comparto biotech (per una dettagliata narrazione del malaffare sul caso glifosato, che vede coinvolte multinazionali biotech, istituzioni distratte e accademici compiacenti, si veda il libro “White wash”, di Carey Gillan, Island Press 2017, un testo che speriamo possa essere reso disponibile anche al pubblico italiano). Non vorremmo certo informare i cittadini che il direttore della sicurezza della Monsanto, William Heydens, nel 2012, scriveva ai colleghi che vi erano talmente tanti studi che provavano la genotossicità del glifosato (la capacità di una sostanza di danneggiare il Dna delle cellule), che la relazione alla quale stavano lavorando (che doveva provare il contrario), non avrebbe potuto essere credibile (testo originale dell’email: “It unfortunately turned into such a large mess of studies reporting genotoxic effects that the story as written stretched the limits of credibility”). O che alcune revisioni della letteratura firmate da insigni accademici, che assicuravano dell’innocuità dei citati prodotti, furono, in realtà, stilate da personale della Monsanto che operò come ghost writer, con successivi donativi agli insigni accademici per il loro impegno in favore dell’umanità. Alcuni di questi lavori farlocchi hanno costituito il perno su cui si sono basate le decisone dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente statunitense (Epa).    

Perfino l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), nel 2015, produsse una relazione, subappaltata a un’istituzione tedesca (Das Bundesinstitut für Risikobewertung (BfR), l’istituto Federale per la Valutazione del Rischio, che fa capo al Ministero dell’Alimentazione e dell’Agricoltura) il cui nucleo centrale risultò copiato pari pari da un documento della Monsanto del 2012. Col senno di poi, cioè l’acquisizione della Monsanto da parte della tedesca Bayer nel 2018 (una trattativa ufficialmente in corso dal 2015, quindi probabilmente in maniera riservata già da qualche anno prima), qualche domanda sui possibili conflitti di interesse in gioco potrebbe anche essere legittima. 

Una recente revisione della letteratura scientifica fornita dalle aziende produttrici di glifosato alle istituzione per l’approvazione del prodotto, svolta da ricercatori dell’Istituto di ricerca sul cancro dell’Università di Vienna (Austria), ha riscontrato che quasi tutti i lavori (una cinquantina sui 52 analizzati) sono di scarso valore scientifico e mancano di test adeguati per la valutazione della cancerogenicità del glifosato, per cui non soddisfano gli standard scientifici. Il noto tossicologo Pete Myers (che con Theodora Emily Colborn ha contributo alla scoperta dei distruttori endocrini) ha recentemente commentato che gli scandali che sono emersi e stanno emergendo sulle pratiche disoneste del comportato agrochimico non si possono ricondurre a poche mele marce, ma che ad essere marcio è tutto il cesto, e allerta che è tutto il sistema di regolamentazione che deve essere riformato.  

Non mi pare che la professoressa Cattaneo, sempre attenta all’etica e alla razionalità della scienza, ma soprattutto al cornoletame, si sia mai espressa in proposito. Forse non trova nulla da eccepire sul senso dell’etica e rigore scientifico di queste aziende, degli insigni colleghi e di tali istituzioni, o forse sono questioni che ignora. 

Bisogna infine screditare un sistema alternativo, il biologico, che è in forte ascesa (in Italia il consumo di prodotti bio è passato dal 2,2 per cento della spesa alimentare del 2014 al 3,6 per cento del 2020) che, anche se non arriverà a coprire grandi percentuali dei consumi, potrebbe rappresentare un habitus culturale dei consumatori (già oggi qualche prodotto bio lo comprano tutti), spingendo la politica verso un modello agroecologico piuttosto che biotecnologico. Soprattutto rendendo recalcitranti i politici, e i partiti di turno, all’apertura alle colture Gm (come fu per Alemanno). Va quindi screditato di fronte agli occhi dei consumatori prima che si diffonda troppo.   

Un ampio movimento biologico potrebbe porre dei problemi su questioni giuridiche legate alla contaminazione delle colture non Gm da parte di quelle Gm o da problemi legati all’uso degli erbicidi. Potrebbe mettere in discussione le politiche sul controllo delle sementi, su cui le multinazionali dell’agrochimica stanno investendo molto e da tempo, mirando a una integrazione verticale della filiera, cioè avere il controllo di tutta la filiera produttiva, e con questo, probabilmente anche del sistema agroalimentare. In un articolo del 2014, su Repubblica, la senatrice scrive “I contadini sono proprietari anche dei semi Ogm acquistati e li possono riseminare sui loro terreni tutte le volte che desiderano”. Un falso, ovviamente. La risemina è proibita da contratto e anzi comporta la denuncia per truffa, come dimostrano i fatti e le sentenze emesse dai tribunali americani. Non capiamo come si possano scrivere cose di questo genere. Un tentativo di rassicurare i nostri agricoltori trattandoli da ignoranti, o solo l’ignoranza della materia da parte della senatrice? In ambo i casi un serio problema per l’informazione.      

Philip H. Howard, un analista dei sistemi agroalimentari dell’Università del Michigan (Usa), ha pubblicato un importante lavoro sui processi di concentrazione di potere nel sistema agro-alimentare, “Concentration of power in the food system” (traduzione, Concentrazione del potere nel sistema alimentare; Bloomsbury, 2017), che include anche il mercato semenziero e agrochimico. Howard mostra come il trend del sistema agroalimentare globale (nel settore agrochimico-sementiero, come per la grande distribuzione) sia quello di avviarsi verso la creazione di potenti oligopoli. Per il settore semenziero e agrochimico, oggi abbiamo tre mega multinazionali che controllano il Settanta-Ottanta percento del mercato. Mega multinazionali capaci di condizionare e indirizzare le decisioni e dei singoli stati e della politica in generale (della quale le multinazionali sono abituali e generose contributrici, nonché fornitrici di personale; negli Usa, per esempio, sono decine le importanti figure istituzionali cresciute alla Monsanto, inclusa Hilary Clinton, ex avvocato dell’azienda), di controllare i media e ingegnerizzare le scelte dei consumatori, di condizionare anche l’accademia con i loro lauti finanziamenti (da includere poi gli affari legati ai brevetti e le consulenze). Howard riporta quanto ebbe a dire Robert Fraley, Ceo della Monsanto, sulla strategia dell’azienda: “Quello che il mondo sta sperimentando non è il mero consolidamento di una azienda semenziera, ma il consolidamento dell’intera filiera alimentare”. Ora la palla è passata alla Bayer, ma presumiamo che l’obiettivo non sia cambiato, anzi forse si è esteso, dato che la Bayer produce anche medicinali, per cui può certamente aspirare alla chiusura del cerchio: dal seme alla cura. Un problema che sembra non toccare gli aficionados del biotech, pronti a tacciare di complottismo coloro che osano far presente la questione, né la Cattaneo, che forse la questione la ignora.

(4) Tra disinformazione e ipocrisia: perché le esternazioni della Cattaneo sono un problema 

Da quando è stata elevata a senatrice a vita, ruolo che garantisce una grande visibilità mediatica, la Cattaneo ha lavorato in parallelo su due fronti: la denigrazione dell’agricoltura biologica e la promozione delle biotecnologie (e del glifosato) come il necessario (obbligato) futuro dell’agricoltura del nostro paese e dell’umanità tutta.  

Non vi sarebbero critiche da fare se la Cattaneo ci spiegasse le sue ragioni in un quadro coerente, nell’ambito di un serio dibattito scientifico. Se la Cattaneo crede che l’agricoltura biologica sia un problema, e che il biotech la soluzione ai mali del mondo, è giusto che possa esprimere il suo punto di vista e ci potrebbero essere casi sui quali ci potremmo anche trovare d’accordo con la Cattaneo. Questo, però, va fatto rispettando le regole del gioco scientifico: la correttezza dell’informazione e l’uso di ragionamenti coerenti. Altrimenti scadiamo nella propaganda e nella disinformazione. Purtroppo, a volte, la comunicazione della senatrice sembra più affine alla propaganda che al corretto dibattito scientifico, e le esternazioni intrise di una incoerenza che fatichiamo a comprendere, a meno di non imputare alla senatrice l’ignoranza delle questioni che riguardano il sistema agroalimentare. Un tema altamente complesso, che la senatrice si ostina a semplificare troppo (a volte scadendo a nel ridicolo). Nelle esternazione della Cattaneo osserviamo inoltre anche una certa dose di ipocrisia, che ci fa dubitare dei reali interessi della senatrice per i problemi su cui dibatte.

Alcuni ricercatori del settore biotech sostengono che le colture Gm (quando non richiedano l’impiego di pesticidi) potrebbero essere coltivate con le pratiche dell’agricoltura biologica e certificati bio. Pratiche, che ammettono i medesimi autori, portano grandi benefici al suolo e all’ambiente per non usare pesticidi di sintesi. Un testo di successo su queste posizioni è il libro Tomorrow’s table: Organic Farming, Genetics, and the Future of Food (La tavola di domani: Agricoltura biologica, genetica e il futuro del cibo, Oxford University Press, 2018) di Pamela C. Ronald (una genetista) e Raoul W. Adamchak (un professore di agricoltura biologica).   

Mauro Mandriolo, professore di genetica dell’Università di Modena e Reggio Emilia, pur essendo un fautore delle colture Gm, nel suo libro Nove miliardi a tavola (2020, Zanichelli), un testo divulgativo sugli sviluppi della tecnologia in agricoltura, commenta un passo della Cattaneo, dove la senatrice critica l’insostenibilità e l’inutilità dell’agricoltura biologica, scrivendo: “A differenza di quanto afferma la senatrice, in alcuni contesti e per alcune colture senza dubbio l’agricoltura biologica è una soluzione utile ed è la migliore soluzione perseguibile; in altri casi non è così”. Il citato professor Paolo Barberi, della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa nota che il 75 per cento del nostro territorio è caratterizzato da aree collinose e montuose, spesso a rischio abbandono, e in questi contesti il biologico è una pratica ottimale, come confermano i rapporti della Commissione Europea. Barberi riflette anche sul fatto che il biologico attrae molti giovani, e donne in particolare, creando opportunità imprenditoriali e valore aggiunto, spesso in zone rurali a rischio abbandono, così rivitalizzandole. Barberi fa anche presente che si critica la minor resa del biologico ma si sorvola sul fatto che un 30 percento del cibo prodotto viene sprecato.     

Anche l’agricoltura biologica va certamente sottoposta a scrutinio scientifico, e le problematiche e i limiti discussi. Ma affrontare i temi della sostenibilità del sistema agroalimentare richiede di adottare una visione di sistema, cercare di capirne il funzionamento nel suo complesso, dal locale al globale.

Per esempio, rese minori si possono certamente sostenere se si riducessero i consumi di carne. Una forte riduzione del consumo di prodotti animali è oltretutto necessaria, dato che il trend di aumento a cui assistiamo (per esempio per la Cina) non è sostenibile. Che altri 3-4 miliardi di persone aumentino i consumi di proteine animali verso il livello europeo non può che portare al collasso del sistema agroalimentare globale. Un lavoro del 2013 pubblicato da Emily Cassidy e colleghi nella rivista scientifica Environmental Research Letters, ha stimato che trasferendo al consumo umano la quantità di cereali e semi oleosi che finiscono alla mangimistica si potrebbero alimentare (a livello energetico) quattro miliardi di persone. Nel 2018, Poore e Nemecek in un lavoro pubblicato su Science, hanno stimato che, a livello globale, il settanta-ottanta percento della terra ad uso agricolo è impiegata per nutrire gli animali allevati. Un lavoro pubblicato nel 2017 sulla rivista scientifica Nature communications, stima che, a livello globale, assumendo che: le colture biologiche siano un 25 per cento meno produttive delle convenzionali, la forte riduzione dei nostri consumi di prodotti animali, e una forte riduzione dello spreco (stimato a un altrettanto spaventoso trenta-quaranta per cento della produzione di campo), il sistema agroalimentare potrebbe essere sostenuto dall’agricoltura biologica. Possiamo notare che un 65 per cento della biomassa globale che alimenta i nostri ruminanti proviene da aree che non si prestano bene all’agricoltura intensiva, come i prati-pascoli (che la senatrice Cattaneo crede aree improduttive). Tuttavia, come spiegano gli autori, l’impatto ambientale è comunque enorme, a causa delle emissioni di metano da parte dei ruminanti e dei gas serra legati alla loro gestione. Ovviamente, modelli globali o troppo generali risentono di forti semplificazioni, e i risultati vanno sempre presi a titolo indicativo. Però non c’è dubbio che un ripensamento del nostro sistema agroalimentare sia necessario e urgente e che una sua riforma possa grandemente contribuire allo sviluppo di un mondo più sostenibile, sia in termini sociali che ambientali.    

È anche una narrativa ipocrita, quella della Cattaneo, quando tace su questioni che dovrebbe invece definire abominevoli. Risulta piuttosto ipocrita accusare il biologico di essere meno produttivo del convenzionale e poi tacere sulla perversione delle politiche sui biocarburanti e dell’energia da biomassa, cioè il finanziamento pubblico (sussidi prodotti dal fossile o dal debito) alla produzione di colture alimentari come mais, soia, frumento, colza, canna da zucchero, olio di palma, che poi vengono bruciate nelle nostre auto e centrali energetiche. Uno studio condotto da ricercatori italiani ha stimato che, a livello mondiale, la quantità di terra agricola dedicata alla produzione di biocarburanti, 41 milioni di ettari (per comparazione l’Italia ha una superficie di trenta milioni di ettari) potrebbe nutrire un trenta per cento della popolazione malnutrita del mondo (cioè un 250 milioni di persone). In Italia sono 40.000 gli ettari di terra agricola dedicati a coltivare, a spese dei contribuenti, colture che mandiamo letteralmente in fumo (e con esse anche i denari delle nostre tasse). Se alla Cattaneo interessasse davvero la questione agroalimentare, lo spreco delle risorse e la fame nel mondo, sarebbe ogni giorno sui media a denunciare la perversione e l’immoralità delle agroenergie. Ma alla senatrice la questione pare non interessare, o forse la ignora.      

La senatrice cita spesso la fame, quasi imputandola all’agricoltura biologica. Come se ignorasse che la fame, almeno nell’età moderna, è stata sempre legata a fattori socioeconomici più che produttivi, per esempio: i conflitti che hanno insanguinato il continente africano e le politiche statunitensi ed europee che per decenni ne hanno bloccato lo sviluppo agricolo, le assurde pretese di rapido sviluppo industriale di Mao per la carestia cinese, l’introduzione di una economia di mercato incompleta che penalizzava gli agricoltori ed erronee scelte gestionali dell’emergenza per la carestia del Bengala, l’appropriazione della terra da parte dei latifondisti inglesi per la fame Irlandese (l’infezione alle patate fu un problema solo perché gli irlandesi furono relegati nelle aree marginali e costretti a vivere di patate). Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia per i suoi studi sulla questione, ha dimostrato che il fattore più rilevante del problema fame non è la mancanza di alimenti, ma l’impossibilità di una parte della popolazione di poter accedere agli alimenti per la mancanza di risorse economiche. Il problema è quindi un problema distributivo più che produttivo, come chiaramente dimostra il caso Usa, dove decine di milioni di persone soffrono la fame mentre una metà della enorme produzione agricola va bruciata per smaltire la sovrapproduzione o si butta.     

In un passo de Il pane selvaggio (2002, Il Saggiatore, ristampato nel 2016), il famoso antropologo culturale Piero Camporesi analizza la trattazione della fame nella letteratura europea tra il quindicesimo e diciottesimo secolo. Parlando degli intellettuali del periodo (medici, scienziati, filosofi, uomini di chiesa), scrive Camporesi (p. 140),

Ignorando i meccanismi politici della fame e non discutendo neppure il principio della disuguaglianza e il problema della ridistribuzione dei beni e delle risorse, essi fantasticavano in modo allucinato, sopra questo irrisolto problema della fame, sopra questa impossibile incognita alimentare con una serietà stupefacente.

E come avrebbero mai potuto vedere la disuguaglianza e il problema della ridistribuzione delle risorse, quando il ruolo di questi intellettuali nella società (ciò per cui il potere egregiamente li accudiva) era quello di giustificare come volontà divina o legge di natura, la grande giustezza e l’ineluttabilità dello status quo?  

Ha detto la Cattaneo nel suo discorso al senato:

Vi ricordo che i bovini non perdono le corna come i cervi; le corna vanno segate dai crani, ma il disegno di legge n. 988 (né – mi sembra – alcun disciplinare) non ci spiega purtroppo se si deve prima macellare l’animale e tagliare le corna, oppure se queste vanno potate dall’animale ancora vivo.

Bene fa la Cattaneo a preoccuparsi della possibile sofferenza dei bovini (ai quali però non vengono amputate le corna, come specifica Carlo Triarico), ma è una citazione ipocrita se non si preoccupa anche del taglio delle corna tra gli allevatori convenzionali, o della sofferenza degli animali negli allevamenti lager, dove migliaia di animali sono ammassati in condizioni spaventose, mutilati, sfruttati all’inverosimile (una mucca può vivere una ventina di anni, ma una mucca da latte a produzione intensiva ne vive due o tre), fornendo un perfetto brodo di coltura per germi e virus di ogni tipo che mettono a rischio la nostra salute. Siamo certi che la senatrice, che tanto ha a cuore il dolore degli animali, troverebbe nei disciplinari di allevamento biologico e biodinamico un valido modello (certamente migliorabile), da far adottare in tutti gli allevamenti convenzionali. Ma non è questo che interessa alla nostra esperta, o forse anche questo è un tema che ignora. E che dire delle sofferenze di decine, forse centinaia, di milioni di animali che vivono e muoiono nei laboratori di ricerca, spesso per ricerche inutili, che non vengono pubblicate perché i risultati non si confanno alle aspettative, come denuncia un lavoro apparso recentemente sulla rivista scientifica Science. Ma nemmeno questo interessa alla nostra pseudoanimalista. Nel suo discorso, la senatrice ha citato le vesciche di cervo maschio usate per il preparato biodinamico 502, accusando la pratica di fomentare la caccia al cervo… probabilmente non sapendo che anche i cervi si allevano.     

Siamo certamente con la Cattaneo sull’esoterismo, come siamo con lei sull’omeopatia e altre sue posizioni. Però nulla dice la nostra senatrice dei finanziamenti pubblici alla religione cattolica, culto esoterico, magico e stregonesco, astorico e ascientifico, che viene addirittura insegnato da adepti del culto nella scuola pubblica e nelle università (dove della gente lautamente pagata dallo stato indaga il pensiero degli dei). Tace sugli accordi tra il nostro stato laico (?) e uno stato confinante teocratico, che cerca di imporre la volontà dei suoi esoterici dei al nostro paese. Tace, essedo la nostra senatrice una fedele adepta di tale culto esoterico, e un’assidua partecipante alle pratiche magiche e stregonesche della setta, la stessa che costrinse Galileo Galilei a scegliere tra all’abiura e il falò, sul quale finirono invece Giordano Bruno e tanti altri miscredenti, per il solo fatto di voler pensare razionalmente. La nostra senatrice pare non veda l’elefante nella stanza. Ha un che di stupefacente come la nostra mente riesca a razionalizzare e giustificare la nostra creduloneria, per quanto assurda e irrazionale possa essere, e allo stesso tempo a vedere come irrazionale e assurda la creduloneria degli altri.

Per concludere, mentre la senatrice in queste settimane era impegnata a disquisire sul cornoletame su stampa e Tv, in Italia e nel mondo accadevano cose. Alcuni titoli apparsi nei giornali italiani di queste settimane sul tema agroalimentare.

Corriere del Mezzogiorno (21 maggio): Bari, ciliegie Ferrovia a un euro al chilo Agricoltore in lacrime: noi derubati” A Casamassima il gesto disperato di un piccolo produttore: sversa tra Comune e Polizia Municipale le casse raccolte. «Nei supermercati le vendono a dieci euro e io fallisco».

La Stampa (22 maggio): Sos Coldiretti: “Il monopolio cinese mette a rischio i semi italiani” La Cina a un passo dall’acquisizione dell’azienda romagnola Verisem. Già 2 semi per ortaggi ed erbe aromatiche su 3 sono in mano a 4 multinazionali straniere. Appello al governo delle sigle dell’agricoltura: “Golden power e cordata nazionale”. 

Il Messaggero (26 maggio): Sabaudia, indiani drogati per lavorare di più. Nelle serre dell’Agro Pontino, a 50 gradi, i lavoratori indiani facevano turni di 12-16 ore al giorno per pochi euro l’ora, drogati dai proprietari per poter resistere al massacrante lavoro.

la Repubblica (27 maggio): Brescia, dall’inchiesta sui fanghi tossici nei campi le intercettazioni shock: “Quel mais lo mangiano i bambini” (…) “150.000 tonnellate di fanghi contaminati da metalli pesanti, idrocarburi ed altre sostanze inquinanti spacciati per fertilizzanti e smaltiti su circa 3.000 ettari di terreni agricoli nelle regioni Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna” (…) “Io ogni tanto ci penso, cioè, chissà il bambino che mangia la pannocchia di mais cresciuto sui fanghi” 

Corriere ortofrutticolo (8 giugno): Pomodoro egiziano pieno zeppo di pesticidi: maxi sequestro a Salerno. (…) 821 tonnellate di pomodori semilavorati provenienti dall’Egitto sequestrate nel Salernitano. Pomodori che sarebbero stati poi venduti come Made in Italy nel mercato nord europeo, rischiando, oltre che di compromettere la salute dei consumatori, di rovinare anche l’immagine delle produzioni italiane e dei produttori onesti. 

L’Espresso (9 giugno): di Maurizio Martina, ex ministro dell’agricoltura e oggi vicedirettore generale della Fao, L’allarme della Fao: chi specula sul cibo mette milioni di affamati nelle mani di un algoritmo. Attorno all’andamento del costo degli alimenti si è creato un colossale giro di scommesse. Che determina la volatilità dei mercati. E influenza la qualità della vita di intere popolazioni. 

Panorama (13 giugno): Perché il made in Italy a tavola non piace alle multinazionali. Con la giustificazione di un’alimentazione più sana è in corso un’offensiva alle produzioni del nostro Paese da parte di chi vuole occuparne gli spazi di mercato. Così tra etichettature a semaforo europee e “overdose” di proteine vegetali, si cerca di sostituire ai principi riconosciuti della dieta mediterranea uno standard di consumo globale. L’articolo riporta le dure critiche di alcuni rappresentanti dell’agroalimentare italiano, come Ivano Vacondio presidente di Federalimentare, a questo che apparare un vero e proprio assalto organizzato ai danni del sistema agroalimentare italiano. 

la Repubblica (21 giugno): “Spreco alimentare e rifiuti, le sfide dell’Onu al 2030” quasi un miliardo di tonnellate il cibo sprecato ogni anno (Lo studio rileva che “in quasi tutti i Paesi lo spreco alimentare è stato notevole, indipendentemente dal livello di reddito” e dimostra che la maggior parte di questi rifiuti proviene dalle famiglie, che scartano l’11% del cibo totale disponibile nella fase di consumo della catena di approvvigionamento).

Non vogliamo certo distogliere la senatrice dall’eroica crociata contro il cornoletame, né dalla umanitaria opera di promozione del glifosato. Però se le avanzasse del tempo, potrebbe occuparsi anche di queste questioni, con suo comodo naturalmente. 

L’accanimento contro l’agricoltura bio ultima modifica: 2021-07-27T17:17:34+02:00 da TIZIANO GOMIERO

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