Ministri e sindaci alla corte del green pass

Quale bussola per una sinistra senza voce e senza messaggi?
MICHELE MEZZA
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Il rinculo del governo sul green pass nella scuola, dopo un colloquio Salvini/Draghi, mostra come in un quadro di debolezza politica una pressione sociale, di piazza, quale quella che la destra ha evocato, possa diventare anche un pressante limite per l’esecutivo. Se non proprio un’egemonia culturale, certo la destra ha acquisito posizioni rilevanti, se pensiamo a come personaggi quali Massimo Cacciari o Giorgio Agamben, certo non frivole banderuole, si siano trovate a interloquire con le posizioni libertarie che la piazza reazionaria ha ospitato. 

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Torniamo al dualismo libertà-sicurezza, che si era posto subito, con i primi decreti del marzo 2020, del governo Conte. In questo gioco la destra ha riciclato la sua vecchia tradizione statalista e autoritaria, ibridando il liberismo mercatista del meno Stato più privato, con un pensiero libertario che costruisce attorno all’autonomia dell’individuo l’idea di società distanziata.

Infatti proprio la trasformazione della pandemia da emergenza occasionale in fenomeno endemico che accompagnerà per vari anni il riassetto sociale ha spostato i termini della contesa politica. Non si tratta più di gareggiare in efficienza terapeutica, ma di proporre una nuova ingegneria sociale che integri le forme di cautela immunizzante, soprattutto il distanziamento e la vaccinazione, in un modello di riorganizzazione delle principali attività, dalla scuola al lavoro dalla pubblica amministrazione.

La destra si è trovata a poter coniugare il suo storico ribellismo eversivo contro ogni opzione dello stato sociale in una rivolta delle attività e delle autonomie, individuali o istituzionali, che, con il supporto dei grandi gruppi tecnologici e finanziari, dessero vita ad una nuova versione del più società e meno stato di thatcheriana memoria. 

Dopo le prime ondate trumpiane e johnsoniane, siamo ora a un più sofisticato lavoro di federatismo ideologico, in cui le forse di destra che sentono un vento in poppa in vista della prossima tornata di elezioni politiche, e consci di un limite nel governare e usare il consenso raccolto, come le esperienze alle più imminenti elezioni comunali dimostrano, mira a cooptare il fronte tecnocratico che si sta aggregando attorno all’asse Draghi – Unione Europea.

Meno marce mussoliniane, più agitazione bottegaia, non senza ignorare i molti chierici senza collare che s’aggirano per i salotti culturali del paese.

Lo spettro del mostro di Big Pharma, guidato dalla demoplutocrazia europea, con sullo sfondo le incognite di frettolosi vaccini offrono un palcoscenico perfetto per salvare un neo dannunzianesimo nazionale con istinti identitari e di autenticità umanistica di matrice heideggeriana.

A fronte di questa abile sartoria culturale la sinistra si nasconde dietro la lealtà al governo, sperando che sia Draghi a spezzare le reni a Salvini.

Un mutismo che provoca inesorabilmente l’irritazione di quanti, come appunto Cacciari o Agamben, non accettano subordinazioni intellettuali e scendono in campo alla spicciolata.

I due filosofi pongono il tema della consapevolezza, o meglio del soggetto debole da proteggere in questa lotta di gigante sui vaccini.

Chi sono oggi i cittadini più sacrificati e minacciati nella pandemia? I liberi pensatori che non vogliono sottomettersi a pratiche sovietiche quali il green pass, come scrivono appunto Massimo Cacciari e Giorgio Agamben nella loro lettera in difesa dei diritti violati dalle decisioni governative, o i malati, alcuni dei quali, con percentuali che variano ma restano comunque instabili, diventano deceduti?

Una domanda che rimane inevasa nel dibattito, soprattutto a sinistra. I tremori dei sindacati dinanzi alla prospettiva di vaccinazioni di massa sul posto di lavoro, fanno capire come il tema risulti assolutamente contrastato e incerto nella base sociale più organizzata del movimento del lavoro.

Vengono al pettine nodi che da mesi, fin dall’inizio della pandemia, sono stati esorcizzati e accantonati a sinistra. E forse ancora da molti prima. In sostanza si riaffaccia, con una crudezza e inesorabilità la discussione sul dualismo fra diritti e conflitti che da molti anni sta deviando e deformando l’identità stessa dell’idea di sinistra.

La pandemia ha reso ineludibile sciogliere questo nodo. Fino a oggi ci eravamo illusi di poterne fare a meno. I vaccini avrebbero risolto il problema per noi, ci siamo illusi, ripristinando la situazione ante contagio. Non è così. Da tempo una scuola di pensiero scientifica ci sta spiegando che viviamo non una crisi, come scrive Andrea Crisanti nel libro Caccia al virus (Donzelli) che abbiamo scritto nella primavera scorsa, che prima o poi finirà, ma una transizione che ci accompagna in un nuovo mondo. Un mondo in cui l’endemicità della minaccia di contagio ci porta a riorganizzare le principali forme di convivenza sociale, dal lavoro alla scuola, per ridurre, mitigare dicono gli esperti epidemiologi, la virulenza del virus. Premessa di questa riorganizzazione è l’estensione, su scala globale, e non solo nel salotto di caso o nel centro storico della propria città, della tutela della salute e della sicurezza collettiva. Senza questa garanzia gli stati perdono autorevolezza e riconoscimento ed emergono medievali forme di autorganizzazione aristocratica dei poteri.

Lo sbandamento culturale a sinistra su questi temi ci mostra da una parte come ormai non ci siano zoccoli duri nell’identità sociale e politica del fronte democratico e progressista, e dall’altro come si proceda al buio nelle decisioni del momento.

 Pensiamo alla vicenda di Immuni, l’app che langue sui nostri telefonini, mentre in Inghilterra l’app locale ha contribuito fortemente a frenare e rintuzzare il ritorno di fiamma delle infezioni. Immuni nasce morta anche perché a sinistra si era levata la voce di chi temeva il grande fratello, paventava l’allestimento di un data base per controllare ogni nostro passo che poi avrebbe usato Salvini tornato al ministero degli Interni. 

Questo mentre gruppi privati, che vendono tanto al chilo le proprie informazioni a chiunque, scannerizzano ogni atto della nostra vita, mappando movimenti, destinazioni, e attività, e dunque anche preferenze politiche e culturali, di ognuno di noi. Su questo silenzio assoluto, sul fatto che Immuni non abbia potuto ridurre la mattanza di vittime che abbiamo avuto fra la prima e seconda ondata nessun commento.

Ora assistiamo a un’inversione dei valori. La destra, tradizionalmente statalista e autoritaria, abbraccia l’anarco individualismo e si fa avanguardia di una richiesta di meno stato e meno tutele collettive, la sinistra, timidamente si nasconde dietro ai decreti del governo del momento per chiedere almeno una strategia legittima e legale.

Se siamo, come ci dicono gli scienziati più accreditati, solo nella fase iniziale di un periodo di vari anni, in cui convivere con il virus, come vogliamo acconciarci? Possiamo riverniciare il darwinismo sociale che è sotteso alla richiesta di ognuno per sé e Dio per tutti che viene sollecitata dalle più diverse forze neoliberiste o vogliamo darci una bussola per spingere la riorganizzazione sociale in una direzione più inclusiva e democratica? Il motore di questa seconda scelta non sono la codifica di diritti individuali ma l’innesto di conflitti sociali in grado di controllare e negoziare i processi terapeutici e tecnologici. Vaccini e algoritmi sono oggi i due principi del sapere che si propongono come base di un nuovo potere, tendenzialmente privatistico, che tende a sostituirsi allo spazio pubblico. 

La sinistra deve invece ricostruire uno spazio pubblico dove lo stato centrale sia il punto finale di un processo di relazioni e patti sociali che assorbano vaccini e piattaforme in un modello di sorveglianza sociale diffusa, di autorganizzazione territoriale, in cui riprenda forma una soggettività politica forte.

Non a caso nella polemica sui vaccini si ignora il secondo corno della discussione, quella che Crisanti, con un senso anche di provocazione chiama appunto la sorveglianza territoriale, che altro non è che una nuova strategia di stato sociale che costruisca sul territorio anticorpi in grado di intercettare e prevenire i focolai di contagio. Testing di massa negli ambienti dei positivi, tracciamenti reticolari sul territorio, con un’app agganciata al GPS che possa mappare la dinamica delle varianti sono gli strumenti per rendere l’immunizzazione una politica e non una tecnica di tutela e inclusione sociale.

Le prossime elezioni per il sindaco nelle grandi città possono essere da questo punto un banco di prova. A condizione che quel patto di omertà che sta escludendo il nodo della pandemia dalla campagna elettorale sia rotto: cosa pensano di fare a Napoli, Roma, Milano e Torino i candidati del centrosinistra? Quale forma urbana vogliono proporre, visto che il sindaco è il responsabile della sanità nelle città? Sarebbe un modo per dare la parola alla politica per rispondere alle domande dei filosofi. 

Ministri e sindaci alla corte del green pass ultima modifica: 2021-07-28T19:45:10+02:00 da MICHELE MEZZA

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