La mente di Calasso

È stato capace di realizzare ciò che forse non è mai riuscito a nessun editore-bibliofilo: pubblicare solo i libri che avrebbe voluto leggere lui stesso. Niente poteva entrare nel catalogo Adelphi se non occupava uno spazio nella biblioteca mentale del suo editore.
ALESSANDRO CARRERA
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Se Adelphi l’aveva pubblicato, si poteva leggere. Era questa la legge non scritta che guidava la mano alla ricerca di libri con il fascino del proibito. Sto parlando della generazione degli anni Settanta, quella che mai avrebbe letto un autore considerato, non dico reazionario, ma anche solo conservatore, o comunque non allineato. Ma se l’aveva pubblicato Adelphi non ti dovevi vergognare a leggerlo in presenza dei tuoi compagni. Era, come dire, sdoganato. Potevi concederti il piacere colpevole di costruirti una biblioteca decadente e allo stesso tempo tuonare contro quello stesso decadentismo. Sostenevi la scuola di Francoforte, il marxismo scientifico di Althusser, flirtavi con la rivoluzione culturale cinese della quale in realtà non sapevi nulla, ma il vero piacere del tuo sé bibliofilo consisteva nell’accumulare libri su libri con la meravigliosa grafica Adelphi (ispirata ad Aubrey Beardsley, si poteva essere più decadenti?). Era un godimento segreto mettersi a leggere La Cripta dei Cappuccini, nel 1974, quando uscì, dopo aver proclamato nelle piazze e nelle aule universitarie la fine della cultura borghese. Perfino i “dissidenti” del comunismo, come venivano chiamati una volta, erano accettabili se li pubblicava Adelphi.

Non sto parlando di me, ma di storie comuni. Lasciatemi però passare alla prima persona. Lo devo ammettere: non c’è un solo libro pubblicato da Adelphi che non vorrei avere, e non credo di essere il solo a essermi assuefatto alla strana sostanza psicochimica che emana da quelle pagine. Mi piacerebbe potere riordinare la mia biblioteca mettendo in fila tutti gli Adelphi che posseggo, senza curarmi nella differenza di epoca e di disciplina. Con la biblioteca di mia moglie ci sono riuscito, ma lei ne ha “solo” una settantina. Io ne ho di più e sono sparsi fra tre luoghi diversi. Se mai lo potessi fare, riconoscerei semplicemente che esiste un’altra disciplina da accomunare alla letteratura, alle scienze, alla filosofia, alla storia e al saggismo. E quest’altra disciplina è la mente di Roberto Calasso, che è stato capace di realizzare ciò che forse non è mai riuscito a nessun editore-bibliofilo: pubblicare solo i libri che avrebbe voluto leggere lui stesso. Niente poteva entrare nel catalogo Adelphi se non occupava uno spazio nella biblioteca mentale del suo editore. Non erano ammesse divagazioni. O, almeno, non che io ne sia mai venuto a conoscenza. La casa editrice Adelphi era un’estensione della mente del suo editore, e non lo dico per sminuire il lavoro dei suoi collaboratori, che è stato essenziale, ma perché l’impronta del “produttore” era troppo forte. 

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Calasso non si limitava a pubblicare libri; li “produceva” come David O. Selznick produceva Hitchcock o come Norman Granz produceva Ella Fitzgerald. Non aveva importanza se il libro era antico, se veniva da una cultura lontana, se l’autore era noto o sconosciuto ai più. Nel momento in cui un nuovo autore entrava a far parte del catalogo, il tocco Adelphi te lo faceva riconsiderare, lo rimetteva a nuovo. Mi rendo conto che questa lode tocca i limiti del feticismo, e non soltanto il feticismo del libro ma proprio quello del marchio, del brand. Sì, il libro Adelphi è stato anche una moda, perché ogni brand forte prima o poi diventa una moda, una merce ancora più feticizzata. Non credo che questo sviluppo, dall’anno della fondazione nel 1962 a opera di Roberto Bazlen e Luciano Foà fino a quando Roberto Calasso ne prese in mano le redini nel 1971, fosse calcolato. Vi si potrebbe leggere una straordinaria strategia di marketing, capace di rendere accessibile una serie di prodotti altamente sofisticati e, in altre circostanze, di commercializzazione impossibile. Ma una simile strategia deve venire da una sola persona, non da un consiglio di amministrazione, e perché riesca non deve nemmeno essere una strategia; può solo essere una passione. 

Ho conosciuto parecchi piccoli editori in vita mia. Tutti, o quasi tutti, in qualche modo si convincevano di essere gli autori dei libri che pubblicavano, anche quando li avevano letti a malapena. Non ho avuto questa impressione lavorando con grandi editori, dove le decisioni, tranne rari casi, non vengono prese da un singolo. Ma nel caso di Calasso, che ho incrociato molto brevemente una volta sola (non a Milano ma a Toronto), non ho mai percepito quella sensazione di precaria onnipotenza che i piccoli editori, anche quando sono bravissimi, sono ansiosi di trasmettere. Il suo progetto non era affatto onnivoro; al contrario, era quello di creare un’orchestra di libri, ogni volume uno strumento convocato a suonare col suo unico timbro, a patto che quel timbro si armonizzasse con il resto dell’insieme. Poteva essere un timbro meraviglioso, ma se non si fondeva con l’ensemble non sarebbe stato scritturato. E doveva anche essere estremo, maestoso, sopra le righe, e pure un po’ sinistro.

Per pubblicare con Adelphi non bastava essere uno scrittore, uno scienziato, un pensatore. Bisognava essere un sintomo. Ma non un sintomo che rimanda immediatamente a una diagnosi, no. Un sintomo, piuttosto, che fa segno a una malattia dell’anima ancora sconosciuta. I libri Adelphi, classici a parte, ma anche su quelli si potrebbe fare un discorso simile, sono una biblioteca di tormenti, cronache di civiltà che crollano, mondi che finiscono, realtà che si dissolvono. Sono sonde gettate nel nichilismo universale, tenute insieme da un’idea di scrittura non come difesa contro le rovine, ma come rovine vere e proprie, ormai tanto imponenti da ergersi a difesa di se stesse. (Parecchi anni fa un mio manoscritto arrivò su una scrivania Adelphi. La editor che lo lesse mi disse poi: “avrei potuto proporlo a Calasso, ma tu non sei né morto, né pazzo, né suicida. Qui c’è troppa joie de vivre”).

Calasso ha potuto riempire le nostre biblioteche perché conosceva il vuoto che si annidava nelle menti dei suoi contemporanei, e ha trovato il modo di colmarlo, o di dare questa incredibile illusione. Non solo lui, certamente no. L’editoria italiana è a suo modo straordinaria, un incredibile formicolare di lavoro e passioni, idee e proposte di altissimo livello in un paese in cui forse (dico forse) si legge più di quello che si crede, ma molto, meno di ciò che si dovrebbe. Le quattromila pagine di saggistica che Calasso ha accumulato nei suoi venti e più libri deve essere misurata insieme a quella di altri grandi saggisti, da Giovanni Macchia a Elèmire Zolla, da Claudio Magris a Umberto Eco, la cui stella filosofica ha sofferto il tramonto della semiotica ma la cui opera saggistica, che non potrebbe essere più diversa da quella degli altri autori che ho nominato, continua a suo modo a brillare. Ma c’è una differenza. Dai grandi saggisti si può imparare molto su loro stessi, se è questo che – nella tradizione di Montaigne – ci vogliono trasmettere, o si può imparare molto di ciò di cui ci vogliono parlare – nella tradizione che vede, almeno nel ‘900, Walter Benjamin come forse il loro più grande esponente. Dai saggi di Eco, Zolla, Macchia, Magris e altri (non voglio dimenticare Nicola Chiaromonte) si può imparare molto, quanto e più che dai migliori trattati accademici, ma Calasso è diverso. Forse il suo libro dal quale veramente si impara è La rovina di Kasch, se si è disposti a perdersi nel labirinto delle sue pagine. Ma già con Le nozze di Cadmo e Armonia la questione si fa più problematica.

Se si vuole davvero studiare la mitologia greca, se la si vuole davvero apprendere, sarà da leggere Károly Kerényi, Gli dèi e gli eroi della Grecia. Se si vuole una lettura forte, più poetica che scientifica, ci si può rivolgere a Robert Graves, La dea bianca (pubblicato da Adelphi, peraltro). Le nozze di Cadmo e Armonia, così come molti dei libri successivi di Calasso, non sono fatti per insegnare qualcosa a qualcuno. Sono fatti per volare. Volare sulla superficie accidentata della mitologia greca, o indiana nel caso di Ka e L’ardore; volare sulla Parigi capitale del XIX secolo come nel grande La folie Baudelaire. Volare senza fermarsi, senza l’imperativo di dover prender nota e ritenere. Il volo è spesso magnifico, ma non è fatto per partire da A e giungere a B. Non c’è tesi da dimostrare e non c’è obiettivo da conquistare. Perché, forse, i libri di Calasso non sono scritti veramente per essere letti.

In La letteratura e gli dèi, Calasso elabora una certa qual nozione di letteratura assoluta. Ma il termine “letteratura” rimanda all’idea che qualcosa venga scritto perché sia letto, come una lettera. E se i libri di Calasso fossero invece scritti per essere scritti, per il piacere della scrittura assoluta, per omaggio “all’insensato gioco di scrivere”, come lo chiamava Blanchot? Soltanto se li leggiamo da intrusi nella mente del loro autore, più che da lettori, li possiamo veramente godere. Non intendono trasmettere, spiegare o insegnare una cultura. Intendono sostituirla, creare non un corpus di opere letterarie o erudite bensì una mente esterna a quella del suo creatore e allo stesso tempo inscindibile da lui, come una external drive che puoi staccare dal tuo computer ma contiene le stesse informazioni che vi hai copiato per comodità. 

Calasso ha lasciato, da questo punto di vista, un’eredità inquietante, un modello di trasmissione della cultura che non trasmette veramente nulla, nel senso che rifiuta quel passaggio da emittente a ricevente che è il cuore del sistema dell’informazione e la ragion d’essere della sua efficacia, nel bene come nel male. I libri di Calasso dicono moltissime cose, ma non informano; a questa imposizione si rifiutano. Non propongono una teoria, un’immagine del mondo, e certamente non un programma di studio, bensì l’accesso a una mente. E in questo il loro autore ha colto il suo tempo, perché cos’è che vogliamo veramente? La cultura, o una cultura acquisita per procura? Il sapere, o solo l’accesso al sapere? (“Sono entrato nella mente di Calasso, e ho pure tutti gli Adelphi. Sono una persona colta?”) Questa è la soglia che Calasso ha aperto per noi, che dobbiamo decidere se passarla o se restare ostinatamente da questa parte, ad aspettare non si sa bene che cosa.

La mente di Calasso ultima modifica: 2021-07-30T10:30:14+02:00 da ALESSANDRO CARRERA

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