Non riavremo più l’Inghilterra del vecchio nomadismo

FRANCO MIRACCO
Condividi
PDF

Sarà stato dopo i miei primi dieci anni che mi accadde di leggere di un paese chiamato Inghilterra e dei suoi abitanti, gli inglesi. La scoperta, se così la si può chiamare, avvenne pagina dopo pagina su quella gran bibbia della letteratura che è il Kim di Rudyard Kipling, dentro cui mi avventurai probabilmente con l’edizione della Bur “grigia” del 1952. Come ogni buon lettore di ytali sa, Kim è in larga misura lo stesso Kipling, che al suo romanzo seppe dare un’immensa capacità estensiva, una specie di effetto caleidoscopico in grado di captare le inarrestabili immaginazioni di chi legge, ma al contempo anche di comunicare il ridestante desiderio dello scrittore di non subire limiti spazio-temporali.

ytali è una rivista indipendente. Vive del lavoro volontario e gratuito di giornalisti e collaboratori che quotidianamente s’impegnano per dare voce a un’informazione approfondita, plurale e libera da vincoli. Il sostegno dei lettori è il nostro unico strumento di autofinanziamento. Se anche tu vuoi contribuire con una donazione clicca QUI

Sia Kipling che Kim (invenzione letteraria che accoglie molto del suo autore) nascono in India e la loro prima lingua è l’hindi, che di sicuro li educa a essere inglesi in un impero. Innanzitutto perché a chiunque voglia studiare l’hindi viene subito detto che si tratta di un “continuum dialettale di lingue del subcontinente indiano”: uno sconfinato oceano di lingue e dialetti che danno vita a un continuum – l’hindi – in cui però si riconoscono illimitate diversità, che contribuiscono alla particolare e straordinaria complessità di un impero. Ma per tenere assieme un continuo c’è bisogno di una grande anima, di una visione, che è ciò che si legge nell’ultima pagina di Kim.

Come una goccia tende verso l’acqua, così la mia anima è volata verso la Grande Anima che è di là da ogni cosa. A questo punto, esaltato in contemplazione, ho visto tutta l’India, da Ceylon giù nel mare fino ai Monti, fino alle mie Rocce Dipinte e a Suchzen; ho visto ogni campo e villaggio, fino al più piccolo dove mai abbiamo riposato. Li ho visti tutti in una sola volta, poiché erano dentro l’Anima. Ho capito, allora, che l’Anima aveva superato ogni illusione di Tempo e di Spazio e di Cose. Ho capito ch’ero libero.

Frammento dopo frammento lo sbalorditivo viaggio di Kim e del suo vecchio lama ha inizio in un Museo, quello di Lahore, che conservava e conserva ancora oggi opere d’arte profondamente significative a proposito del continuum, e il cui ordinamento nel 1875 fu affidato a un favoloso storico dell’arte, “un inglese dalla barba bianca”: incancellabile manifestazione del padre stesso dello scrittore. Ma perché mai il lama vuole vedere le immagini esposte in quella che lui chiama “la casa delle meraviglie”? Perché dopo aver già subíto un’enorme impressione nell’attraversare l’atrio in cui “sorgevano le grandi statue della scultura greco-buddhista”, il vecchio monaco sarà preso da una irrefrenabile emozione: in un qualche modo era a conoscenza che in quella Casa avrebbe visto

centinaia di pezzi, fregi in bassorilievo, frammenti di statue e lastre gremite di figure, che già avevano incrostato le pareti di mattoni degli stupa e vihara buddisti.

In breve, capolavori dovuti esclusivamente a un assemblante continuum di popolazioni, religioni, culture. Si sta dicendo dell’arte del Gandhara, che attira Kipling per uno “stile misteriosamente trasmesso dai greci”, mentre per un formidabile archeologo e indianista quale fu Maurizio Taddei rappresenta

una produzione artistica tra il Pakistan e l’Afghanistan, a partire dalla nostra era, in cui concorrono elementi di tradizioni diverse: indiana, iranica, ellenistica.

In effetti, una immensa Ruota di civiltà, e su cui scivola “ogni illusione di Tempo e di Spazio e di Cose”, dato che a farla ruotare sono le influenti variazioni di un interminabile continuum. E il continuum in cui si immergono Kim e Kipling, inglesi per un impero, è attraversato da milioni di genti, di razze, di lingue, di “racconti” inimmaginabili e che s’intrecciano tra loro. Di qui un’India di inconcepibili contraddizioni, indistinte, imprevedibili. Ma per accettarle bisogna saperle vivere. Il che fece dire al prodigioso Giorgio Manganelli, scrittore, traduttore, critico letterario:

per Kipling essere inglese significa obbedire ad alcune regole del gioco; essere indiani significa obbedire a regole incompatibili con le prime…E forse la persistente, irriducibile grandezza di Kipling sta qui appunto; non è uno scrittore ambiguo, o duplice; è qualcosa di più raro e prezioso: uno scrittore della contraddizione.

Se questa è, secondo Manganelli, la grandezza di Kipling, com’è potuto accadere che dal Kipling-Kim-India-Mondo, con il mutuo intercorrere delle loro intrinseche contraddizioni, cioè delle tentatrici ma sperimentate contraddizioni già inglesi, si sia precipitati nelle attuali contrapposizioni mostruosizzatesi in quell’Isola ora incompatibile? Non c’è dubbio alcuno, è stato quel volgare scandalo della Brexit a pietrificare la gloriosa Rabbia britannica di Swift, di Fielding, di Smollet, di Hogart (implacabile nel gettare la propria rabbia nelle incisioni sui “quattro stadi della crudeltà). Una rabbia ancora utilmente perversa nel 1956 della nostra gioventù con il John Osborne di Look Back in Anger. L’esperienza ineguagliabile di una Rabbia che fu artistica e magnifica, perché civile, seppur incontenibile, con quella sua grazia accuratamente velenosa volendo unire “l’uomo all’uomo”, anche quando meno te lo aspetti, per esempio in Dickens, o molto di più in Auden nei suoi “irati flutti”, e perché no, in David Hockney con quel suo crudele vuoto nella piscina del più grande Splash. Allora, non più la Rabbia britannica ormai. Così nel prima e nel dopo Brexit. Quella che stiamo conoscendo nulla ha a che vedere con quel genere di Rabbia. È l’oscena rissosità fuori e dentro lo stadio di Wembley, e lo stesso a Westminster o nel Castello di Windsor.

Alison (Mary Ure), Cliff (Alan Bates), Helena (Helena Hughes) Jimmy (Kenneth Haigh) in Look Back in Anger [Ricordo con rabbia] al Royal Court Theatre, 1956; (Photo by Houston Rogers).

Parlando d’altro, Samuel Beckett nel 1930 (!) ebbe a dire qualcosa che cade più che a proposito:

Come si può scrivere qui, se ogni giorno si volgarizza l’ostilità e si trasforma la rabbia in dispetto e petulanza?

E come avrebbe descritto Beckett quella rissosità maleducata, urlante, pezzente, che si è impadronita del pubblico post inglese delle partite di tennis a Wimbledon? L’anno prima che nascesse l’autore di Aspettando Godot e di migliaia e migliaia di altre pagine, l’arguto Jerome K. Jerome scrive Idee oziose nel 1905, dove si sofferma non poco sul fascino del tennis e dei suoi appassionati:

Il campo spesso si trova in una posizione incantevole; la sede del circolo è oltremodo pittoresca, da per tutto si ride e ci si diverte… un’atmosfera piena d’una mescolanza di pigra gaiezza, di flirtation, e di grata sensualità.

Per decenni nell’estate delle vacanze ci sono stati i lunghi pomeriggi alla Tv per vedere Wimbledon e per ascoltare Gianni Clerici, che del tennis fu tutto e non solo in Italia. Giocatore, giornalista, scrittore, poeta, il pifferaio magico di quel gioco sull’erba battuta (sua la definizione); insomma, Clerici, modello insuperabile di uno stile che si chiamò inglese nel suo essere spaventosamente preciso, spiritoso, e interpretato con “pigra gaiezza”. Quel pifferaio magico, wimbledoniano più dei duchi di Kent, per un viaggio in Topolino nel 1953, dovendo giocare nel Vaticano del tennis (copyright Giorgio Bassani). In ogni caso sempre a casa sua da quelle parti, anche per via di una clericissima e dandystica raffinatezza. In fondo, per generazioni una certa idea di inglesitudine ci è stata donata proprio da Wimbledon-Clerici, ora del tutto spazzata via da una massa di reietti arruolatisi nella Brexit, vittime del loro stesso odio, del loro non saper vivere le contraddizioni, così come seppero fare per secoli i britannici, quando l’inglesitudine aborriva l’andare a caccia esclusivamente di stupide contrapposizioni.

Rod Laver e Mark Cox, Wimbledon, 1968

Reietti da Wembley a Westminster, da Wimbledon a ovunque ci sia chi pratica “la fuga dalla memoria”. Esattamente da quella memoria che invece era servita alla gente dell’inglesitudine nel far propria “ogni illusione di Tempo e di Spazio e di Cose”. E sennò perché noi europei più inglesi degli inglesi assieme agli inglesi a modo loro europei, fummo capaci di sfidare l’ignoto sull’Endeavour del capitano James Cook, mentre con Robert Louis Stevenson ci demmo il tesoro di poter comprendere le feroci contraddizioni di Gulliver, venendo spinti da lui su altre dimensioni di tempo, di spazio e di cose? Per noi uno degli ultimi inglesi è stato Patrick Leigh Fermor totalmente scrittore ed europeo come pochi altri, morto quasi centenario nel 2011 e che a 18 anni partì dall’Inghilterra

con uno zaino, un vecchio cappotto militare, una sterlina alla settimana da ritirare al fermoposta e l’inflessibile proposito di raggiungere a piedi Costantinopoli.

Che Dio benedica l’Adelphi di Roberto Calasso per averci fatto conoscere Fermor e i suoi libri, l’ultimo dei quali è La strada interrotta. Nello zaino del diciottenne c’erano due libri, una popolarissima raccolta di Oxford sulla poesia inglese e le Odi di Orazio, che forse ci aiutano a capire meglio le coltissime radici dell’affascinante scrittura di un inglese che si rifiutò sempre di aver raggiunto l’ultima strada.

Le figure a gambe incrociate con le calzature dalla punta in su, i cinquanta copricapi di pecora, i volti larghi e ossuti illuminati dal fuoco, le fusciacche, le bestie inquiete, l’occasionale clangore della campanella di una pecora o di una capra e lo scintillio soffuso di una moltitudine di stelle evocavano regioni ben più a oriente dell’Europa, come se la nostra destinazione fosse Samarcanda, o il Khorosan, Taskent o Karakorum.

Patrick Leigh Fermor in Grecia

I viaggi furono i suoi romanzi e come per Kipling anche in Leigh Fermor ci fu l’India di mezzo, dove si ritirarono i suoi genitori lasciandolo da solo in Inghilterra, a vivere un’infanzia e una adolescenza che avrebbe attratto il Dickens dei tormenti infantili. A Creta divenne un eroe e una leggenda della Resistenza greca contro i nazisti, il che gli guadagnò la stima e l’amicizia di Ian Fleming, che riconobbe nello scrittore e nel soldato “una pericolosa miscela di sofisticazione e incoscienza”. Nel libro Mani raccontò i suoi viaggi nel Peloponneso, e nel risvolto dell’edizione Adelphi leggiamo cose che potrebbe aver scritto Roberto Calasso:

Quasi sempre a piedi, e per anni, come il suo grande amico Bruce Chatwin, Leigh Fermor ha percorso la parte estrema del Peloponneso, descrivendone i paesaggi fascinosi, quasi lunari, facendone rivivere (…) storie, leggende e personaggi, insegnandoci a viaggiare simultaneamente nel tempo e nello spazio, e trasmettendoci un germe benefico: quello del nomadismo.

Se nomadismo vuol dire l’esatto opposto della Brexit; se nomadismo significa saper essere un “viandante” dentro la tua e l’altrui società, dentro la tua e l’altrui storia, allo stesso modo del viandante Samuel Johnson che stabilì quale fosse la lingua dell’Inghilterra moderna e senza confini; se per nomadismo s’intende il sapersi allontanare da ogni genere di intemperanza, pesantezza, volgarità, “come l’uovo dal pesce, come il pesce dall’acqua, come l’acqua dalla nube, come la nube dall’aria” – a scriverlo fu Kipling – non ci resta che una tristissima conclusione: c’è da temere che non riavremo più un paese che ci ricordi l’Inghilterra del glorioso nomadismo.

Il posto di guida di una MGA 1600 del 1960 con guida a destra. Una raffinata spider prodotta dalla casa automobilistica inglese MG (Morris Garages), 

Non riavremo più l’Inghilterra del vecchio nomadismo ultima modifica: 2021-07-31T17:45:58+02:00 da FRANCO MIRACCO

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento