L’incredibile felicità pindarica di questa prima domenica d’agosto

FRANCO MIRACCO
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Maledizione. Adesso che ho perso la voce per urlare sulle vittorie d’oro di Giammarco Tamberi e Marcell Jacobs, ho pensato di trovare, banalmente, le parole giuste in Pindaro sfogliando di corsa Le Olimpiche, Le Pitiche, Le Nemee, se non altro per calmarmi nel modo migliore. Niente, Pindaro dove sei? Si è nascosto chissà dove approfittando di un recente trasloco, sottraendomi così, proprio durante le Olimpiadi, la possibilità di avvicinarmi al mistero che fa di un ragazzo o di una ragazza un mito olimpico (tanto più esaltante il mistero quando donne e uomini hanno più di trent’anni). Ma il pomeriggio di questo 1 agosto 2021 si è posato su di noi sdraiati di fronte alla tv con leggerezza e follia.

A casa, attorno a me, nessuno sapeva chi fosse Jacobs, e io che qualcosina di lui sapevo ho creduto fino a qualche ora fa che il cognome fosse il nome di colui che è volato, con pensieri soavi di vittoria, nella sera di Tokyo. Ai Pindaro che verranno sappiano che questo vincitore di Olimpia si chiama Lamont Marcell Jacobs. Ed è divinamente sul far della sera che l’uccello di Atena ci ha svelato che esiste, eccome se esiste, l’Italia dei Jacobs, delle Egonu, delle May, delle Osakue, ed è un’Italia che vince, che ci fa vincere dove non abbiamo mai vinto e la loro pelle è la nostra pelle, il loro colore è il nostro colore.

So di certo che la civetta di Atena, l’uccello della saggezza, conosce moltissime donne, moltissimi uomini che soffrono, lottano, vivono e non si arrendono, perché si sentono già italiani e da queste vittorie si attendono che l’Italia diventi finalmente la loro vittoria in ogni campo, non solo nello sport. Cerca che ti cerca, alla fine un po’ di Pindaro è saltato fuori. Inutile, viene sempre bene sia se si tratta di Jacobs o di Tamberi o di tutti/e coloro che hanno vinto o vinceranno o che hanno solo partecipato:

Occhio che lungi splende è la sua gloria / nelle piste d’Olimpia, ove prestezza lotta / e l’ardimento d’una forza all’apice: / gode chi vince, per la vita, / un miele di benessere. Tanto le gare danno.

E come non sorprendersi, non ridere, non fare scongiuri, quando Tamberi prima di saltare i suoi 2 metri e 37 centimetri depone sulla pista di lancio un doloroso talismano, una reliquia delle sue soffertissime attese, cioè il gesso, ora taumaturgico, che gli fu applicato cinque anni fa per la rottura del tendine d’Achille.

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Lacrime, sorrisi, tantissima lealtà, gentilezza, in queste Olimpiadi. Gli abbracci di Tamberi con Barshim l’amico con cui fantasticamente ha condiviso l’oro del salto in alto, e poi quello fraterno tra Jacobs e Tamberi, degno di esser rivisto con la musica di “Momenti di gloria”. Ma in questa Olimpiade italiana sono riapparsi più e più volte ragazze e ragazzi di un paese che Pasolini avrebbe chiamato “umilissima voce dell’umile Italia”. Un paese dalle radici cresciute nell’umiltà e nella tenerezza e che non pensavamo esistessero ancora, e che non credevamo affatto servissero per vincere. Un paese che non dimentica nemmeno per un istante la forza, il sostegno, l’esempio che ha ricevuto dai nonni, dai genitori, dalla famiglia, da un mondo di sentimenti che ha aiutato a superare ostacoli che immaginiamo pesantissimi. Basta ascoltare ciò che hanno detto dopo le loro vittorie Vito Dell’Aquila, Odette Giuffrida, Mirko Zanni, Irma Testa, Lucilla Boari… Ecco, se Pindaro avesse visto questi puntini sospensivi mi avrebbe augurato di precipitare in un vulcano. Avrebbe avuto più di una ragione, e di questo mi pento, ma come fare a ricordare tutti i vincitori, tutte le vincitrici delle nostre Olimpiadi diventate l’incredibile felicità pindarica di questa prima domenica d’agosto?

 

L’incredibile felicità pindarica di questa prima domenica d’agosto ultima modifica: 2021-08-01T21:50:54+02:00 da FRANCO MIRACCO

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