Giochi senza frontiere

ROBERTO BERTONI BERNARDI
Condividi
PDF

Non avevamo dubbi che sarebbero state bellissime, perché queste Olimpiadi venivano dopo un anno e mezzo di strazio mondiale e tutti, ma proprio tutti, avvertivano l’esigenza di rinascere. Ciò che nessuno avrebbe potuto prevedere, invece, era una spedizione azzurra così vittoriosa: addirittura la migliore di sempre, superando i record di Los Angeles 1932 e Roma 1960 ma anche, più di recente, i fantastici risultati di Atlanta e Sydney. Tuttavia, non è la quantità, quaranta medaglie, a impressionare ma la qualità dei successi che abbiamo conseguito. Perché a vincere è stata l’altra Italia, quella che non trova quasi mai ascolto, che non vive in televisione, di cui si parla poco o nulla nei talk show, di cui la politica si occupa una volta ogni quattro anni o, comunque, quando c’è da mettere il cappello sulle vittorie altrui, cui non solo non ha contribuito in alcun modo ma che ha cercato continuamente di ostacolare.

Ha vinto, infatti, l’Italia multiculturale e multietnica, l’Italia che vorrebbe lo Ius soli senza temperamenti, in nome del principio per cui chi nasce qui è italiano, l’Italia dei sacrifici e delle sofferenze, l’Italia figlia di badanti e ricca di storie di fatica e affrancamento sociale.

Ha vinto l’Italia delle minoranze, degli ultimi, dei deboli, dei fragili, degli sconfitti, dei dimenticati, l’Italia degli sport considerati, va a capire perché, minori, l’Italia in cui si corre alla pari anche se ingiustizie e disuguaglianze crescono di giorno in giorno, l’Italia solidale che si prende per mano, rifiutando il modello liberista che prevede una competizione sfrenata, disumana e senza esclusione di colpi.

Ha vinto una magnifica Italia a colori, in cui sono state attrezzate palestre con mezzi di fortuna, in cui ci si è allenati nei garage e si sono stretti i denti, in cui non ci si è arresi ai lockdown e alle distanze imposte dalla pandemia e ci si è stretti l’uno all’altro per farsi forza a vicenda. Nelle Olimpiadi di Desalu e di Tamberi, di Jacobs e di Ganna, dell’ultima Pellegrini e della grinta smisurata di Paltrinieri, abbiamo assistito anche alla fragilissima forza di Simone Biles, la ginnasta statunitense che ha scelto di fermarsi al momento opportuno per ritrovare se stessa e non darla vinta a chi la considerava unicamente una macchina sfornamedaglie.

E che dire di Quan Hongchan, la truffatrice cinese che, a quattordici anni, è andata a Tokyo per raccogliere i soldi necessari per curare la mamma malata e ha vinto l’oro perché è semplicemente straordinaria? Nella festa del mondo, abbiamo visto sventolare le bandiere di nazioni di cui sappiamo poco o nulla, di cui non conosciamo nemmeno l’inno, i cui campioni li vediamo ogni quattro anni e poi basta, eppure ci emozionano sempre perché anche loro si vede che hanno alle spalle storie difficili e una voglia di riscatto senza confini. L’Italia, in questa epifania dello sport che è stata l’estate del 2021, ha saputo dare il meglio di sé quando nessuno ci credeva e in pochi ci speravano, si è saputa rialzare alla grande e si è saputa gettare alle spalle, almeno per due mesi, divisioni, incomprensioni, tensioni e tutto ciò che da domani tornerà ad asfissiare in pianta stabile il nostro dibattito pubblico.

Non abbiamo la sensazione, ahinoi, che questa politica sia in grado di recepire il messaggio che ci è giunto prima dai ragazzi di Mancini e poi dalla spedizione olimpica più forte di sempre; tuttavia, coltiviamo ancora qualche ingenua speranza, con l’auspicio che qualcuno voglia rilanciare un’idea di civiltà di cui avvertiamo più che mai il bisogno. L’idea che si vince insieme, che si è grandi quando si è uniti, che nessuno può farcela da solo; un’idea talmente sbiadita e contrastata dal morbo liberista che tiene prigioniero il mondo da tre decenni che abbiamo fallito proprio negli sport di squadra, là dove, sulla carta, partivano quasi favoriti.

Eppure, per tutta risposta e, forse, anche un po’ per reazione, abbiamo saputo essere gruppo nell’individualità, amici nel confronto, fratelli del mondo in una competizione sana e di grandissimo valore, come testimonia la scelta di Tamberi e del qatariota Barshim di dividersi l’oro nel salto in alto, senza cercare uno scontro titanico che avrebbe avuto come unica conseguenza l’umiliazione reciproca. È l’esatto opposto di ciò che viene predicato ogni giorno a reti ed edicole unificate, anche per questo è un miracolo. L’Italia è tanta roba e a me, alla vigilia del centounesimo anniversario della sua nascita, torna in mente una frase di Enzo Biagi: “Sono contento di essere italiano non per Fermi o per Marconi ma per l’umanità della mia gente, che si rivela quando le cose vanno male. Noi siamo un grande popolo nei momenti difficili”.

Giochi senza frontiere ultima modifica: 2021-08-08T19:03:42+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento