La politica nel tempo della precisione

ALBERTO MADRICARDO
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Le due funzioni essenziali della politica sono: 1) l’orientamento della società verso mete che essa stessa, o altri (la religione, la filosofia, la scienza ecc.), pongono; 2) la mediazione tra interessi sociali in contrasto tra loro. Essa riunisce in sé queste due pratiche e le esercita cercando di mantenerle in un equilibrio dinamico. Non è solo collettrice d’interessi ma anche traduce di momento in momento in un linguaggio comune la “confusione delle lingue” in cui vive la società. 

Più la capacità di orientamento della società da parte della politica è forte e prestigiosa, più le sue mediazioni tra interessi e i particolarismi sono efficaci: una politica che riesce a muovere la società verso mete ideali, riesce più facilmente a tenere e a rinnovare i legami sociali, essendo capace, con il suo dinamismo, di contrastare gli attriti e le crepe che via via, nel duro contatto con la realtà, si formano nella coesione sociale. La politica ha dunque bisogno di darsi delle mete che parlino al cuore degli uomini – che siano appunto suggestive prima ancora che credibili – e di apparire, nella propria pratica, coerente con esse. 

La suggestione nasce nell’animo umano dal senso di appagamento che esso prova quando può liberamente oggettivare il suo desiderio in qualcosa di esterno che, per la sua apparenza vaga e sfuocata, glielo consente. Ma la capacità della politica di suscitare attrazione verso mete suggestive può sopperire fino a un certo punto al deficit di coerenza di cui essa spesso, nella pratica, da prova. 

La nascita della politica

La politica nasce dall’esigenza di custodire e riprodurre la coesione sociale, quando si cominciano ad avvertire minacce di una sua dissoluzione. Come teoria e pratica consapevole sorge nella polis della Grecia classica, quando s’indeboliscono le tradizioni arcaiche che avevano mantenuto unite le comunità preistoriche, nel solco delle ripetizioni mitiche e rituali. Queste comunità umane, fino a che sono rimaste “senza storia e senza politica”, sono state interamente avvolte nella vaghezza confortevole dei loro universi simbolici.  

Una caratteristica essenziale di queste grandi sintesi simboliche primitive è che restano vitali nelle società in cui sono nate fin quando nessuno ne mette in discussione la verità e l’efficacia. Appena la loro condivisione non è più scontata, la loro forza coesiva svanisce, o si riduce molto, e sorge invece il bisogno di un diverso tipo di mediazione.  

La politica come pensiero e pratica del governo sociale nasce da qui: dal bisogno di dare un orientamento comune ai nuovi dinamismi che scuotono le comunità, a causa dei cambiamenti prodotti dallo sviluppo economico, dalla differenziazione sociale e da quella delle idee e opinioni. Ciò è avvenuto a un certo punto nelle città greche, e in particolare ad Atene.

Paolo D’Orazio

La politica nasce dalla filosofia

Prima ancora che sorga la politica, nasce la filosofia. Essa risponde a un bisogno di precisione e di coerenza che nasce dall’urgenza di dar ordine alle discussioni senza fine che si accendono nelle piazze. È un bisogno sconosciuto prima, nelle società rituali, che spinge verso la sostituzione, almeno in parte, delle narrazioni tradizionali favolose e imprecise. Alla base della nuova attività del pensiero è posto il principio di non contraddizione. Per quanto esso sia esplicitamente enunciato piuttosto tardi, da Aristotele, questo principio -per il quale sulla stessa cosa non si possono affermare verità opposte (come invece spesso avveniva nei miti) – è praticato già da alcuni secoli prima di lui. 

La politica – e anche la storia – nascono quali costole della filosofia, come loro applicazione pratica. Ma ben presto se ne distaccano. La storia, infatti, si concentra sul divenire per descriverlo e coglierne le intime leggi. La politica, invece, sull’esigenza pratica di governarlo. Essa individua di volta in volta il mutevole baricentro nel divenire, il suo punto archimedico su cui elevare la comunità alle mete chiare e coerenti che le sono indicate dalla filosofia. Poiché è spinta dall’urgenza operativa, la politica non disdegna di utilizzare, al posto della rigorosa argomentazione filosofica, gli artifici della retorica: l’approssimativa ma suggestiva arte della persuasione, la quale, più che alla ragione, si appella alle emozioni e ai sentimenti degli esseri umani. 

Immersa e incalzata dagli eventi e dalla mutevolezza dei tempi, tenendo più a raggiungere i suoi scopi del momento che a verità eterne, la politica nelle sue manifestazioni più deteriori non rifugge nemmeno dalle argomentazioni ingannevoli e fallaci della sofistica, pur di raggiungere i suoi scopi.  

La filosofa può evitarlo – almeno questa è la sua aspirazione – perché si eleva sopra il tempo. Cerca l’eterno, opera con concetti chiaramente definiti, costruendo sempre nuovi sistemi che tentano di conciliare l’eterno con il tempo, l’immobile con il mutevole, l’uno con il molteplice. La politica, invece, convive con la loro divergenza, opera nell’ambigua varietà delle cose e delle situazioni, utilizzandole il più possibile a proprio vantaggio. L’efficacia per lei vale di più della coerenza. Per questo non può fare a meno di continuare ad avvalersi anche dello strumento principe che – prima della scoperta del concetto – l’uomo aveva a sua disposizione per “catturare” e riunire l’ambiguità delle cose: il simbolo.

La politica e “l’imprecisione necessaria” 

Il simbolo è sempre in se stesso ambiguo: accosta, connette, sovrappone o sostituisce cose tra loro diverse come se fossero la stessa cosa. Ha una potenza unificatrice pari a quella dei concetti ma, al contrario di questi (sulla cui natura peraltro si è a lungo dibattuto), i quali includono quanto escludono, include più di quanto non escluda. La forza del simbolo non sta nella sua precisione ma nella vaghezza e imprecisione delle connessioni (e delle esclusioni) che opera.

Esso perciò non sopporta di essere esaminato troppo insistentemente e troppo da vicino. Lo stesso vale per la politica che, destreggiandosi nel mutevole scorrere del tempo senza preoccuparsi troppo della coerenza, per mezzo della retorica e del simbolismo può mantenere una certa credibilità anche nella frequente inconsequenzialità del proprio agire. 

Mentre la filosofia (e poi la scienza) come suo programma vuole precisare il mondo, tenere insieme tutto e nulla tralasciare, la politica – quando si emancipa e non è semplicemente la longa manus della filosofia dentro il tempo – promuove, usa e agisce nell’imprecisione. Se la filosofia – come dice Platone – deve “osare tutto” – la politica, al contrario, una volta “emancipata” da quella, tralascia, schiva o procrastina. Non sta a suo agio nella luce abbagliante della precisione, in cui invece operano (o dovrebbero operare) la filosofia e la scienza. Preferisce i crepuscoli, i chiaroscuri, se non proprio le segrete oscurità della notte. 

Questo però la espone alla perdita di credibilità, e con ciò a un crescente logoramento. Ciò anche nella misura in cui – come succede oggi – crescono gli strumenti tecnici con cui i suoi amministrati possono aumentare la loro capacità di ricordare. Per quanto ogni giorno abbiamo l’impressione frustrante di vivere in una società di smemorati, mai come oggi la memoria è stata – almeno tecnicamente – più socialmente conservata. 

Assediata come non mai da un passato che le riesce sempre più difficile far dimenticare, la politica ha due possibilità. Riaccostarsi alla filosofia e, ispirandosi alle istanze di coerenza di questa ( e della scienza), riacquisire il prestigio necessario a orientare la società e a compiere le proprie mediazioni, o avvalersi di più dell’ambiguità del simbolo, allentando il più possibile con l’ imprecisione di esso il cappio dell’obbligo di coerenza intorno al proprio collo. 

Paolo D’Orazio

La politica tra concetto e simbolo

Solo in rari estremi momenti la filosofia, riprende direttamente le redini del divenire, quando il pragmatismo della politica sembra insostenibile, e paiono effettivamente all’ordine del giorno svolte radicali e rivoluzioni nel corso della storia. Sono momenti eccezionali, in cui si ha l’impressione che l’eterno sin sovrapponga e coincida con il divenire, e che lo splendore pieno delle idee possa sostituirsi allo sfuggente chiaroscuro dei simboli. 

In un batter d’occhio però il tempo si separa di nuovo dall’eterno e la politica dalla filosofia. Le idee luminose di questa, una volta inglobate nel flusso della storia, sono esse stesse “simbolizzate”, trasformate in principi, una sorta di segnavia disseminati sui sentieri della storia che la politica seguirà a suo modo, cioè approssimativamente. Simbolicamente

La politica non soltanto trasforma in miti e simboli le idee nuove che riceve dalla filosofia. Nel suo perenne bisogno di legittimare l’ambiguità e l’incoerenza del proprio agire mantiene in vita anche i suoi simboli più antichi e materiali, come lo scettro, la corona, il trono, la tiara, la bandiera, ecc. 

Accanto a questi sono sorti anche simboli più astratti, promossi dalla stessa ragione. Qualcosa del “corpo mistico” dei re medievali resta nell’aura di prestigio del “Capo dello Stato”, nella cui figura fisica si riassume simbolicamente “la sintesi della nazione” (ogni simbolo è, in quanto tale, una sintesi). 

Anche insiemi di persone, come i parlamenti, i governi, la magistratura, ecc. hanno un potere molto superiore a quanto consentirebbe la loro consistenza “reale”, cioè fisica. Per esempio, il parlamento (alcune centinaia di persone) rappresenta il popolo, composto spesso da parecchi milioni di persone (cioè sta per – è al posto di, con un passaggio che rimane avvolto nell’ambiguità simbolica, e che perciò Rousseau ha sempre contestato). Il governo (molto più esiguo di numero anche rispetto al parlamento) ne esprime lavolontà”, appunto grazie alla forza simbolica che misticamente incorpora, in modo non meno misterioso di quanto avvenga nella transustanziazione del pane e del vino nel sacramento della comunione cristiana. 

La politica usa anche come simboli eventi storici (per es. una vittoria militare, una rivoluzione o una resistenza al dominio straniero), sportivi (per es. una vittoria ai campionati di calcio), grandi opere costruite o da costruire sul territorio (per es. il nuovo ponte costruito a Genova a tempi di record al posto del ponte Morandi crollato, o il mitico ponte sullo stretto di Messina), ricorrenze del calendario, (per es. la festa delle Repubblica), ecc. 

Paolo D’Orazio

La duplice base della politica

Anche grazie ai margini di manovra che le concede la forza ambigua – suggestiva (la “potenza”) del simbolo, la politica riesce a compiere la sua funzione di mediazione tra interessi sociali divergenti. Può “conciliare l’inconciliabile” fino a che le divergenze sono in qualche modo assunte e sublimate dal prestigio che esso le conferisce. 

Ma il potere simbolico, come tale, se ancora conserva una parte della sua antica potenza, non può ai nostri tempi quasi più reggere, legittimare da solo l’azione politica. L’azione di “precisazione- coerentizzazione del mondo” condotta dalla filosofia – e ora soprattutto dalla scienza – gli ha tolto – come si dice – molta terra sotto i piedi. Perciò oltre che sul simbolo, la politica ha bisogno di appoggiarsi a idee della filosofia.       

Essa deve apparire in certo modo l’erede (klèros), una sorta di “clero” della filosofia nella storia. Il che comporta che non può essere deve render conto, non essere troppo disinvolta nel contraddirsi, mantenere il suo prestigio grazie a una certa, almeno apparente coerenza (e l’apparenza non può dissociarsi troppo dalla sostanza). 

Se non può esibire un certo grado di coerenza, l’agente politico vede ridursi la credibilità e l’efficacia della sua mediazione sociale. Il crescente bisogno di precisione (e appunto di coerenza), in un mondo fatto di cose disambiguate e identificate, può condurre verso l’ingestibilità e il caos. 

In concorrenza e controtendenza a questo tipo di politica, sorgono poteri disinibiti e cinici, in perenne stato di eccezione, che contano solo sulla propria potenza efficace per legittimarsi. E certe manifestazioni e movimenti nell’opinione pubblica – come il complottismo e la diffidenza verso la scienza – che esprimono un oscuro ma prepotente bisogno di “riambiguare” il mondo, ricreando doppifondi simbolici, misteri e penombre. Ma un ritorno indietro simile a quello avvenuto negli ultimi secoli dell’Antichità sembra oggi impossibile. Il processo di desimbolizzazione e di precisazione del mondo è andato troppo avanti.

Paolo D’Orazio

La crisi dei simboli e il suo esito: la complessità 

Gli esseri umani sono “naturalmente” animali simbolici. Dalla loro credulità nelle approssimative rappresentazioni simboliche che si sono procurati, essi sono stati a lungo protetti dall’estraneità del mondo e dalla disperazione. Con la traduzione della realtà nei loro linguaggi, con l’interpretazione del mondo nelle loro narrazioni , essi hanno trasformato un mondo altrimenti indifferente e ostile in un universo vago, ma amico e familiare. Per loro, come scrive Baudelaire: 

La Nature est un temple où de vivants piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles;

L’homme y passe à travers des forets de symboles
Qui l’observent avec regards familiers 
[Corrispondences, in Les fleurs du mal]

Le lingue che essi hanno creato sono geniali, complicati sistemi simbolici arricchiti e stratificati lungo il corso di migliaia e migliaia di anni da un incalcolabile numero di generazioni. Essi hanno “addomesticato”, addolcito l’estraneità delle cose tra loro e con noi, rendendole comunicabili. Non solo le cose. Essi hanno trasformato in simboli di tipo nuovo (nella forma dei principi di cui si è detto) anche i concetti astratti della filosofia.

La potenza del simbolo è immensa, ma non può resistere indefinitamente alla richiesta di precisione. Poiché vive nella vaghezza, quando è guardato troppo insistentemente e troppo da vicino, la sua efficacia ordinativa svanisce come neve al sole.

E’ quello che è avvenuto negli ultimi secoli, durante i quali lo sguardo umano sulla realtà si è fatto sempre più insistente, metodico e penetrante. Questa disambiguazione del reale, che è proceduta non senza scosse e ritorni all’indietro, è stata chiamata secolarizzazione, o anche disincanto. Ha riguardato i simboli religiosi, ma anche quelli politici, lasciando infine apparire un mondo senza più una cornice di sintesi: “esploso” nella complessità

Simbolo – concetto – complessità 

Il concetto, creato dalla filosofia e dalla scienza, per sua natura scinde e distingue, prima di raccogliere una molteplicità di cose in un “recinto ideale” stabilito dalla definizione. Ha bisogno di grovigli simbolici su cui esercitarsi. Ci sono ancora oggi dei simboli che siano in grado di velare, come in passato, l’essenza autocontraddittoria della politica e del potere? 

Sì, ci sono. Ma sono – per così dire – ridotti al lumicino. La “plasticità” e capacità di rigenerazione della politica e del potere all’ombra del simbolo sono ridimensionate. 

Sempre più cose, fatti, eventi, restano ancorati a se stessi, separati, refrattari a ogni sintesi simbolica. L’unità del reale sembra infranta in una miriade di cose solitarie, non riducibili a un tempo comune. La frammentazione della realtà produce, come effetto d’insieme, un senso di arresto e sospensione, come quello che cantano le lavandaie di una poesia di Pascoli: 

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi che pare
dimenticato, tra il vapor leggero (…)
Quando partisti come sono rimasta:
come l’aratro in mezzo alla maggese.

In questa situazione di arresto sospeso della realtà, una politica con sempre meno simboli da usare e principi da applicare alla “Storia” è costretta quasi solo a digredire o procrastinare.

La digressione impossibile nel tempo della complessità

Il fatto è che oggi ci pensa la complessità del reale a far digredire imprevedibilmente eventi e situazioni, contenendo e assorbendo la capacità di diversivo della politica stessa e del potere. Che cosa resta a essi quando, tramontata anche l’heideggeriana “epoca della visione del mondo”, il reale appare in una precisione complessa, cioè esplosa, senza alcuna cornice di sintesi, divenuto così imprevedibile e fantastico da superare la stessa fantasia degli uomini? 

Siamo vicini alla situazione in cui una politica e un potere assediati da ogni parte dalla complessità, messi nella condizione d’impossibilità di sfuggire alla cruda luce di un mondo frantumato dalla desimbolizzazione, potrebbero decidere di dimettersi?

Sarebbe la prima volta nella storia dell’umanità che viene meno, non episodicamente – di tanto in tanto è avvenuto – ma definitivamente, la facoltà della politica e del potere di scaricare sui loro sottoposti le conseguenze delle loro incongruenze. 

Oppure politica e potere saranno in extremis risparmiati dai loro assoggettati, per il venire meno in loro della forza della richiesta di coerenza, perché spaventati, una volta che “il trono” resta vacante , davanti alla prospettiva di doversela assumere tutta sulle proprie spalle? Apparirà, a questi, insopportabile la “fatica del reale”, i contrari squadernati nella “coesistenza indifferente”, nel nudo spettacolo del caos complesso? Il quale caos, non è quello primordiale, iniziale, su cui possiamo vagamente fantasticare, ma quello, “finale”, prodotto dalla troppa precisione, dalla desimbolizzazione – disambiguazione razionale del mondo e della stessa costitutiva “vaghezza” dell’esistenza umana. 

Reclameranno costoro con forza e a gran voce – come già alcuni stanno già facendo – un ritorno all’ambiguo ma confortante, familiare impero del simbolo?

Quel che è certo è che politica e potere non possono evitare di immergersi nel caos complesso generato dalla ragione. Contenendo – come si è detto – i contrari, irriducibili nella loro reciproca indifferenza, questo caos complesso è allo stesso tempo latente ed evidente, persistente e collassato. Non crolla perché non sa dove crollare: seduto su se stesso, è l’unica realtà che abbiamo. 

Tutto ciò che vuole uscire, evadere dalla complessità ipso facto ridonda ed è riassorbito in essa. Il vecchio ordine, le vecchie mentalità e le procedure della libertà intesa come “evasione”, sul cui asse la politica e il potere moderni si sono plasmati negli ultimi secoli, possono sopravvivere indefinitamente, ma come residui, fantasmi di se stessi. 

Strategie nel caos complesso: la nuova politica 

Dal caos della complessità, effetto della “troppa precisione”, non ci si eleva, non si evade: la piattezza è dunque il nostro destino. E’ bene che ci familiarizziamo con questa idea. Non c’è un centro, perché tutto è eccentrico. 

La mossa giusta, in questa prigione senza mura e senza sbarre, è quella di non voler evadere, di starci dentro, fino a dimenticare la possibilità stessa di evadere: la prigione c’è fino a che qualcuno vuole evadere.  

Per rinforzare questa dimenticanza non basta la volontà soggettiva, bisogna ricorrere a espedienti “oggettivi”, fare come l’astuto Ulisse che si lega all’albero della sua nave per costringersi ad ascoltare la voce languida e maliosa delle Sirene che cantano la nuda realtà del caos. 

La nuova politica non ha metafisici alberi di nave cui legarsi. Può però cogliere le opportunità che il caos offre. Afferrare e mettere creativamente insieme i frammenti che girano intorno a portata di mano, zavorrarsi con questi, radicarcisi sempre più. Assumere la piattezza, vivendola attivamente come orizzontalità in cui ci si con – solve, invece di dis –solversi. Evitando di rotolare al centro, perché questo è il miraggio che la rende inerme davanti all’azione dissolvitrice del caos

La nuova politica non vive nel seno ambiguo dei simboli. Si muove in un mondo liscio, totalmente orizzontale e immanente. Non ha simboli ma è essa stessa, in sé, simbolo, potere di connettere (syn – ballein) pezzi, frammenti di realtà, di linguaggi. Non c’è altro che questo suo umile mettere insieme che posa prosciugare a poco a poco, dal suo interno, la realtà esplosa del caos complesso.

L’opportunità che la complessità offre, è tanto grande quanto il pericolo che impone a chi vi si trova. Mentre tutto è perduto, per la coesistenza dei contrari che la costituisce, anche non lo è. Nella complessità il grande influenza e dirige il piccolo ma anche il piccolo influenza e orienta il grande. Basta che da qualche parte si produca l’ormai classico battito d’ali di farfalla per far cambiare umore e tendenza al mondo.

La politica nel tempo della precisione ultima modifica: 2021-08-08T19:43:35+02:00 da ALBERTO MADRICARDO

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