La visione oscurata del G8 di Genova

Di quel tragico weekend del luglio 2001 si ricorda solo la “pars destruens”, degli scontri violenti, ma ben più grande era il numero di coloro che avevano fiducia nella possibilità di costruire pacificamente un futuro migliore.
GIOVANNI LEONE
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Per pre-vedere il futuro occorre essere visionari. Lo sono a modo loro astrologi, stregoni o sciamani. Oggi possono dire di esserlo anche gli autori di soggetti fantastici o di fantascienza, con le loro intuizioni pre-veggenti. Lo sono le avanguardie sociali, che con la lucida osservazione delle dinamiche in atto vanno contro corrente per contrastare il futuro che si palesa loro davanti. La gravità di ciò che è accaduto durante il G8 di Genova nel 2001 relega in secondo piano la pre-veggenza dei contenuti portati avanti dal movimento No Global, nato a Seattle due anni prima e dilagato poi nel mondo intero.

Su Genova converse tanta bella gente, famiglie e attivisti, credenti di fedi diverse e ambientalisti, studenti e professori, intellettuali e agricoltori. La protesta portava alla ribalta le ragioni delle regioni, le proteste delle periferie del mondo e delle minoranze, contestando il modello di sviluppo neoliberista dell’economia da parte di un gruppo ristretto di paesi potenti che, grazie alla forza politica, militare ed economica, imponevano misure globali a scapito delle realtà locali e dell’ambiente. Oggi la forbice tra ricchezza e povertà sta aumentando esponenzialmente, sia sul piano individuale, sia su quello nazionale. Allora l’ONU muoveva i primi passi sulla tutela dell’ambiente.

La repressione fu violenta, si esaltò la presenza di pochi e agguerriti black bloc per alimentare un clima di contrapposizione e di scontro, che consentì l’ostentazione di forza, esagerata. Si riuscì così a criminalizzare un movimento civico sano, variegato e lungi-mirante, come racconta il poliziotto veneziano Gianluca Prestigiacomo in “G8 Genova 2001. Storia di un disastro annunciato. La testimonianza di un uomo della DIGOS” (un bel libro edito nel luglio scorso da Chiare lettere). I violenti erano una trascurabile minoranza in una marea di gente comune, ma tanto bastò perché molti liquidassero comodamente l’intera questione come una prevedibile conseguenza di una protesta violenta. Non fu così e, trattandosi di Genova, città natale di De André, torna alla mente il ritornello della “Canzone del maggio” (1968): per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti. Ed è qui il cuore della questione ambientale: nessuno può tirarsene fuori, siamo tutti coinvolti.

La visione oscurata del G8 di Genova ultima modifica: 2021-08-09T19:11:49+02:00 da GIOVANNI LEONE
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