I sessant’anni del Muro di Berlino

Nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961 veniva eretto il “Berliner Mauer”, simbolo indiscusso dell’epoca della Guerra Fredda. È stato concretamente e, ora, in maniera astratta il simbolo di un’epoca storica ricca di avvenimenti che hanno cambiato l’assetto della storia europea e mondiale, ma anche culturale e linguistica.
ISABELLA FERRON
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On the day the wall came down /
They threw the locks onto the ground /
And with glasses high we raised a cry /
for freedom had arrived
[A great day for freedom, Pink Floyd (The Division Bell, 1994)]

Il 13 agosto è una data importante nella storia recente della Germania e dell’Europa: nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961 veniva eretto il Muro di Berlino (Berliner Mauer), simbolo indiscusso dell’epoca della Guerra Fredda e, con la sua caduta il 9 novembre 1989, dell’inizio di una nuova era di ridefinizione negli equilibri mondiali. Il 13 agosto di quest’anno ricorre il sessantesimo anniversario della sua costruzione, che – assieme alla sua esistenza e poi crollo – ha influenzato per decenni il destino politico del mondo e ha dato vita a una memoria storica comune a tutti noi, anche se per ognuno di noi allo stesso tempo diversa. Non solo la sua caduta, ma anche la sua costruzione rappresentano dei punti di svolta che possono influenzarci nella percezione di fenomeni attuali. Nella sua lunghezza di circa 155 km attraversava, non in modo rettilineo ma più sinuosamente come un serpente, la città di Berlino, separando l’enclave di Berlino Ovest sotto l’influsso delle potenze vincitrici, dalla Berlino Est, capitale della Repubblica Democratica (DDR).

Perché la costruzione del muro? Tra il 1949 e il 1961 circa 2,5 milioni di tedeschi dell’Est passarono a Berlino Ovest attratti dalle migliori condizioni di vita e dalle maggiori libertà: nonostante la sua costruzione fosse stata smentita anche un mese prima proprio da Walter Ulbricht, segretario generale del Partito socialista unificato di Germania (SED), il muro fu costruito per tentare di fermare o almeno arginare questa fuga verso occidente. Fu definito un muro di difesa dal dilagare del fascismo (antifaschistischer Schutzwall) con un rimando all’immagine della DDR come stato “antifascista”.

Walter Ulbricht, dal 1950 al 1971 Segretario generale del Partito socialista unificato di Germania (SED) e fino alla morte, nel 1973, presidente del partito [foto: Deutsche Fotothek / wikimedia]

I lavori di costruzione iniziarono appunto tra le notte del 12 e del 13 agosto 1961 con l’installazione di palizzate e filo spinato, a cui seguirono successivamente rinforzi con blocchi di cemento alti all’incirca tre metri allo scopo di costruire un muro vero e proprio. Lo scopo principale era quello di isolare i settori occidentali rendendoli un’enclave all’interno della Germania Est. Furono in seguito studiati sistemi e migliorie per renderlo facilmente controllabile, con torrette di controllo, posti di blocco e cecchini pronti a sparare contro chiunque cercasse di superarlo. Si stima che nei 28 anni in cui il muro divise la città di Berlino, circa duecento persone furono uccise nel tentativo di superarlo; altri cinquemila riuscirono a oltrepassare il confine utilizzando bagagli con il doppio fondo, tunnel scavati al di sotto del muro e altri tipi di stratagemmi.

Il muro è stato concretamente e, ora, in maniera astratta il simbolo di un’epoca storica ricca di avvenimenti che hanno cambiato l’assetto della storia europea e mondiale, ma anche culturale e linguistica. Al centro di opere letterarie, musicali (si pensi solo ai Pink Floyd, Leonard Cohen, Peter Gabriel, U2 e Lou Reed), il Muro di Berlino è la metafora di un confine imposto nazionalmente, che delimita le libertà personali, ma rappresenta anche un luogo di sperimentazione narrativa: i 28 anni di esistenza del Muro diventano fonte di ispirazione per autori della vecchia e nuova generazione, i quali, riflettendo sul significato dell’esistenza di questo muro, meditano sui problemi della divisione prima e della riunificazione poi da prospettive differenti. Si pensi, ad esempio, alle opere di Christa Wolf (Il cielo diviso; Riflessioni su Christa Wolf; Un giorno all’anno. 1960-2000), Wolf Biermann, Reiner Kunze, ma anche Thomas Brussig (Eroi come noi; In fondo al viale del sole) o Ingo Schulze (Semplici storie), Monika Maron (La mia Berlino) o Wolfang Hilbig (Le Femmine. Vecchio scorticatoio); o al cinema con film come Il muro della paura (1962), La spia che veniva dal freddo (1965) o Il ponte delle spie (2015).

L’attorney general Robert Kennedy con il borgomastro di Berlino Willy Brandt su una piattaforma di osservazione presso il Muro di Berlino, il 22 febbraio 1962

Il Muro di Berlino era e rimane una di quelle costruzioni che segnano la storia, il simbolo per eccellenza di decenni di ideologia, una costruzione che incarna sentimenti di odio, paura, divisioni e inimicizie tra i popoli. Durante i 28 anni egli rappresentò il confine europeo tra le potenze mondiali, ridisegnò l’ordine geopolitico e presso di esso molti trovarono la morte durante i loro disperati tentativi di fuga verso Ovest: gli episodi forse più famosi sono quello dell’ottantenne Olga Segler, di Marienetta Jirkowsky, uccisa nel 1980 con 27 colpi di pistola, all’età di 18 o di Peter Fechter, ferito dai cecchini e lasciato morire dissanguato nella “striscia di morte” che si trovava tra i due muri paralleli che formavano la frontiera.

Oggi, percorrendo il tratto di muro ancora rimasto in piedi, visitando il Memoriale del Muro presso la Bernauerstraße, si può solo provare a immaginare, a sessant’anni di distanza, che cosa possa aver significato questa costruzione, in parte sopravvissuta alla distruzione e abbellita di murales (si pensi alla East Side Gallery). È difficile ancora oggi poter capire fino in fondo quanto i suoi resti simboleggino un passato di paura, conflitto: quel muro che per 28 anni aveva rappresentato una barriera invalicabile che aveva diviso famiglie, amicizie, un “muro della vergogna” – com’era chiamato in Occidente – contro il quale l’allora sindaco di Berlino Willy Brandt si batté a lungo. Tuttora esso è il simbolo concreto della divisione in due blocchi dell’Europa e del mondo: da un lato la parte occidentale in cui si sviluppò un sistema democratico e liberale, dall’altro lato la nascita di un regime oppressivo che tenne per anni la propria popolazione sotto controllo (si pensi al ruolo della STASI, ossia il servizio segreto della DDR).

Un tratto dell’odierna Mauerradweg, la pista ciclabile lungo il tracciato del Muro

Non solo il suo valore politico, ma anche quello mediatico e culturale è altrettanto importante: per la forza iconica dell’immagine di una città divisa in due, che sembra incarnare un ideale distopico trasformatosi in realtà, esso non ha solo modificato e influenzato il codice genetico dell’Europa, divenendo un simbolo indiscusso di quello che Hobsbawm ha definito il “secolo breve”, ma ha cambiato nel profondo ogni dettaglio della vita quotidiana, partendo dal linguaggio stesso. Se si osserva infatti lo sviluppo della lingua tedesca si può notare come il nazismo avesse completamente stravolto la lingua, caricando le parole del linguaggio quotidiano di significato politico, basti solo pensare al termine Lager che letteralmente significa ‘magazzino’, ma che nella memoria collettiva viene associato al campo di concentramento. Dopo il 1945 gli scrittori sia all’Est che all’Ovest sentivano il bisogno di rinnovare e denazificare la lingua tedesca: mentre in Germania Ovest nasceva, ad esempio la Gruppe 47, gruppo di scrittori di cui hanno fatto parte Heinrich Böll e Günter Grass, la DDR all’Est, in quanto stato antifascista, condusse una campagna di repressione linguistica che portò, ad esempio, alla repressione di alcune parole a favore di altre (un solo esempio, il termine per patente di guida Führerschein, considerato inadeguato, fu sostituito da Fahrerlaubnis, letteralmente “permesso di guidare”) o al conferire una connotazione positiva o negativa alle parole stesse. Si pensi al termine Plattenbau che indica i condomini prefabbricati in cui all’Est viveva la maggioranza della popolazione: nella Germania dell’Est esso ha un’accezione positiva al contrario che all’Ovest.

La Trabant 601 è il terzo e più popolare modello della serie Trabant prodotto nella DDR

Durante la Guerra Fredda esistevano addirittura due versioni del dizionario Duden (Duden West, pubblicato a Mannheim, e Duden Ost, pubblicato a Lipsia), come anche due istituzioni differenti che si occupavano della lingua tedesca e della sua diffusione, a ovest il Goethe Institut e a est l’Herder Institut. A tal riguardo, in Germania, sulla lingua della DDR esiste una letteratura molto ampia che inizia a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso. Tra il 1960 e il 1970, un gruppo di linguisti con a capo Manfred W. Hellmann attuarono un’importante ricerca empirica che metteva a confronto il lessico del tedesco orientale con quello occidentale, basando la ricerca sull’analisi statistico-computazionale di testi giornalistici. Da questo progetto fu creato un dizionario ragionato (tre volumi) del lessico della DDR. Si può affermare che il tedesco parlato all’Est differisce da quello parlato a Ovest sul piano lessicale ma non sintattico. Le differenze si trovano soprattutto nel linguaggio burocratico per il tipo di impostazione diversa dei sue sistemi di governo, ma si pensi anche alla quotidianità, ai nomi dei supermercati (Aldi), delle bevande (marche di birre Doppelkorn e Bock), degli oggetti (Trabbi per l’auto). Si pensi alla censura che vietava l’uso di termini occidentali: parole come jeans, t-shirt, Supermarket non erano in uso nella DDR dove erano rispettivamente Niet(en)cose, Nicki, Kaufhalle etc. Non si può sostenere con certezza che sia esistita una lingua della DDR. Sicuramente una varietà dell’Est che, con la caduta del Muro, ha continuato a esistere nella memoria dei singoli individui, ma anche a livello collettivo se si pensa alla produzione letteraria in cui tale memoria continua ancora oggi a vivere.

La storia del Muro di Berlino è quindi anche un esempio di come il linguaggio possa assumere differenti caratteristiche che dipendono dall’influsso delle ideologie e di come la manipolazione linguistica nei regimi di tipo totalitario possa diventare un mezzo di persuasione.

Questo articolo figura nella raccolta Caleidoscopio tedesco, a cura di Sandra Paoli.
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I sessant’anni del Muro di Berlino ultima modifica: 2021-08-10T18:38:47+02:00 da ISABELLA FERRON
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