Maledetti noi se non salveremo S. Marco

FRANCO MIRACCO
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Ci sarebbe di che maledire Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, i due che trafugarono o traslarono o più semplicemente rubarono il corpo di San Marco ad Alessandria d’Egitto per portarlo a Venezia. Quando ebbe inizio questo innesco di una sospesa maledizione su di noi? Scrive Francesco Sansovino in Venezia città nobilissima: “San Marco, questo tempio adunque posto sulla Piazza pubblica della città ebbe principio in un cantone del Palazzo Ducale l’anno 829 alli 4 di marzo e fu cominciato in forma di cappella, sì per collocarvi il corpo” dell’Evangelista. Ma le nostre maledizioni dovrebbero rivolgersi soprattutto a chi dette inizio all’impresa e che, sempre stando al Sansovino, dovrebbe essere stato Giustiniano Partecipazio il decimo Doge, “il primo che vi mise pietra”. Di seguito molti altri Dogi illustri, seppure ancor più maledettissimo fu il Doge Selvo o Silvo “il primo che cominciasse a farla incrostar di finissimi marmi, che fece condurre da Atene e da diverse isole della Grecia e della Morea, molte colonne, e diede principio a far lavorare di Mosaico il suo Cielo”.

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Ma perché la Basilica di San Marco, incalcolabile patrimonio di storia e di arte, ci porta a maledire coloro che lo costruirono e che gli dettero la bellezza immaginativa dell’arte e del perdersi nell’inconoscibile? Perché i creatori di San Marco ci hanno lasciato una responsabilità che potrebbe per davvero farci maledire dalle future generazioni. Basta ascoltare ciò che dice il Procuratore di San Marco Carlo Alberto Tesserin:

È dall’acqua alta del 28 ottobre 2018 che continuiamo a ripetere che non c’è più tempo, eppure si fa come se il problema non esistesse. In ogni momento i lavori potrebbero iniziare, visto che il progetto è stato da tempo approvato dal Ministero della Cultura in accordo con le altre istituzioni. Invece, niente di nuovo purtroppo sul fronte della salvezza di San Marco.

Tesserin, che rappresenta la plurisecolare Procuratoria di San Marco, parla di fallimento, ma a onor del vero a fallire non è stata la Procuratoria, piuttosto tutte le istituzioni pubbliche sia locali che nazionali dimostratesi fino ad ora incapaci di imporre una “vaccinazione” tesa a eliminare una volta per tutte il virus che minaccia mortalmente la Basilica. Ed è un virus altamente distruttivo, così come ce lo spiega l’architetto Mario Piana, il proto di San Marco:

La Basilica ha sofferto e soffre particolarmente il fenomeno delle Acque Alte. Sia la pavimentazione esterna antistante il portale maggiore sia quella del suo Nartece – il portico d’ingresso alla chiesa – infatti, sono poste a una quota di circa 62 centimetri sul medio mare. La frequenza degli allagamenti ha oramai toccato livelli insostenibili: nell’ultimo decennio la media delle Acque Alte si aggira intorno ai cento eventi annui. Ogni Acqua Alta, sommergendo talvolta per più di un metro la millenaria fabbrica, apporta notevoli quantità di acqua salata nelle sue ossature di spiccato, esasperando la degradazione delle sue pietre, delle cruste marmoree che la rivestono, degli apparati scultorei, delle pavimentazioni in opus sectile e tessellatum, dei mosaici parietali. E si tenga presente l’enorme rischio in atto a danno delle cruste marmoree, che hanno uno spessore esilissimo. Di rado supera i tre centimetri.

Ignorando le responsabilità di un ministro qual è Dario Franceschini (tra le veneziane assurdità c’è anche quella che a sovrintendere alla Procuratoria di San Marco ci sia il Ministero dell’Interno, secondo quanto stabilito nel 1931, così mi pare), una riflessione attenta su questa maledetta storia andrebbe fatta dal presidente Draghi. Se non altro perché, essendo cresciuto tra Padova e la sua Riviera del Brenta, saprebbe venezievolmente risolvere il futuro di San Marco. E c’è da chiedersi, signor Presidente, perché il Mose, se quel sistema non riesce a proteggere il corpo e l’anima di Venezia? E il Mose potrebbe, eccome, salvare San Marco. Inoltre, perché negare il passaggio alle Grandi Navi lasciando inutilizzato il Mose non ancora del tutto completato? E così via interrogandoci su una città che indubbiamente le è molto cara.

Per concludere su quei frammenti di marmi e mosaici che il salso ci sta portando via, forse è utile comprendere ciò che scrisse sul valore dei frammenti un grande storico dell’arte, Konrad Fiedler.

L’arte non può ricevere dall’esterno la propria imprescindibile legge: essa risulta dall’interiore armonico equilibrarsi degli elementi di cui essa consiste. Quanto più questo equilibrio viene raggiunto fin nel più frammentato particolare, tanto più l’opera d’arte appare meravigliosa, infinita, inesauribile a chi la contempla.

San Marco, per ottenere quel suo interiore armonico equilibrarsi, ha avuto bisogno del pur minimo frammentato particolare ed è proprio da tutto questo insieme di frammenti che si è creata un’opera d’arte meravigliosa, infinita, inesauribile a chi la contempla.

Maledetti noi se non salveremo S. Marco ultima modifica: 2021-08-12T19:49:16+02:00 da FRANCO MIRACCO

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