Il Pci e la DDR. Parla De Brasi

In occasione della ricorrenza della costruzione del Muro, esattamente sessant’anni fa, è di grande interesse pubblicare questa nostra intervista, con un alto dirigente comunista dell’epoca, che aiuta a gettare luce su un periodo della storia europea su cui impressioni ed emozioni spesso prevalgono sul resoconto dei fatti.
SANDRA PAOLI
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Raffaello De Brasi ha avuto un ruolo di rilievo nella politica internazionale del Partito comunista italiano, negli anni Ottanta, una fase politica di grandi, profondi cambiamenti, che culmineranno nella caduta del Muro, nel 1989. Quel muro edificato esattamente sessant’anni fa, di questi giorni. Ed è questa ricorrenza, l’occasione per pubblicare questa nostra conversazione, che fornisce elementi e dati di conoscenza su una relazione, quella del Pci con i partiti dell’area sovietica e in particolare con la SED della Repubblica democratica tedesca, che fu particolarmente importante nel decennio degli anni Ottanta. De Brasi è stato parlamentare, sindaco di Imola, dirigente del Pci emiliano e poi, chiamato a Roma, nella direzione nazionale del Pci.

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Qual era il suo ruolo alla sezione esteri del Pci?
La sezione esteri era guidata da Antonio Rubbi. Napolitano era responsabile del dipartimento. C’erano Pajetta, Bufalini, per chiarire un po’ il periodo. L’uomo chiave era Rubbi. Facevo parte, allora, della segreteria regionale del Pci, a Bologna, e fui chiamato alla sezione esteri proprio da Rubbi. Anche lui emiliano-romagnolo, ferrarese.

Dall’83 all’87 sono responsabile dei rapporti con i Paesi comunisti al potere, con quelli dell’Est, e a oriente fino alla Cina. In quel periodo, in particolar modo dall’84, abbiamo rapporti con la SED così come con tutti gli altri Partiti comunisti del Pcus. Siamo però in una fase in cui ci s’interroga sul “dopo”.

Raffaello De Brasi è attualmente membro della segretaria del Pd di Imola

Il rapporto con la SED si suddivide in momenti diversi. Nell’85, intorno a febbraio, invitato da Craxi viene in Italia Honecker. Prima, il segretario del Pci Natta (lo è dall’84 all’88) era andato ad Helsinki e Stoccolma insieme a Renato Sandri e a Rubbi ed era passato da Berlino. Questo prima dell’incontro di Roma dell’85. Quindi Craxi gioca un ruolo importante nel rapporto Est-Ovest. Siamo anche nella fase del disarmo, della distensione. E con Natta naturalmente si parla del disarmo, ma il tema vero è quello dell’atteggiamento di Honecker nei confronti delle riforme del segretario generale del Pcus Gorbačëv, della perestrojka.

C’era, sostanzialmente, una visione economicistica del rapporto: si pensava che la DDR rappresentasse, “uno sviluppo economico e sociale di grandissima portata”. La narrazione era che la DDR fosse un esempio di come il comunismo non dovesse per forza fallire ovunque sul piano economico. La DDR era un grandissimo Paese industriale nel mondo: c’era questo racconto, un po’ separato dal tema più politico e culturale.

Honecker continua a chiamare il Pci “partito fratello” nonostante le critiche avanzate sull’eurocomunismo, sul processo di revisione di Berlinguer, e anche la critica sulla lunga guerra in Afghanistan dell’Unione sovietica, sostenuta della DDR. Tutto questo era criticato dalla SED.

Noi non ci sentivamo fratelli, avevamo anche rapporti con i dissidenti. Io, per dire, andai anche in Polonia, e il generale Wojciech Jaruzelski nell’87 venne a Roma e lo incontrammo. Andai in Polonia anche con Giuseppe Chiarante e incontrammo Solidarnosc. Non solo non ci sentivamo fratelli, ma il gruppo dirigente, con il quale avevo contatti, sostanzialmente teneva di più al rapporto con i partiti socialisti e socialdemocratici. Per non parlare di Giorgio Napolitano, che i partiti comunisti non li voleva vedere neanche in cartolina! Era molto orientato verso partiti socialdemocratici e i democratici americani, verso i laburisti israeliani. In generale, comunque, un po’ tutti avevano questo atteggiamento. Natta poi non ne parliamo! Quando incontra Honecker e Jaruzelski aveva proprio un atteggiamento del fine latinista, qual era, che incontra due barbari. I commenti che faceva erano veramente molto pesanti.

Rimaneva, tuttavia, un’ambiguità: non eravamo sicuramente fratelli, avevamo la nostra strada, ma si cercava di distinguere la parte economica da quella democratica, politica e culturale. Rimaneva un atteggiamento non portato fino in fondo. Andai a un congresso a Berlino con una delegazione del Pci, con Adalberto Minucci, che allora era nella segretaria del Pci e uno dei principali collaboratori di Berlinguer – è stato anche direttore di Rinascita. Questo per dire che la nostra presenza ai congressi continuava. Andai persino in Mongolia e in Cina. Noi andavamo ai loro e loro venivano ai nostri congressi. Avveniva un po’ con tutti i partiti comunisti, nonostante le nostre posizioni.

Andammo lì, a Berlino, e rimanemmo di stucco perché fu un congresso allucinante, una scenografia inquietante, con slogan, acclamazioni, applausi, scatti in piedi insieme coralmente. Discutevano solo dell’industria tedesca. Focalizzavano l’attenzione sui temi dell’automazione, del controllo elettronico. Noi, che eravamo abituati, a volte anche troppo, a dissertare sul mondo, rimanemmo molto stupiti di questo economicismo assoluto dentro una “discussione” per modo di dire.

Un comizio di Enrico Berlinguer nel corso della sua visita a Berlino, 4-8 dicembre 1973. (Archivio fotografico del Pci)

Come reagivano di fronte alla vostra vicinanza al sindacato polacco Solidarnosc?
C’era un doppio binario da parte loro e c’erano delle ambiguità da parte nostra. Il percorso non era compiuto ancora definitivamente, era ancora un qualcosa che avveniva all’interno di una relazione. Non era più internazionale, ma comunque esisteva. A loro interessavano, in linea generale, i movimenti pacifisti e di opposizione in un ragionamento che in qualche modo andava anche un po’ oltre l’aspetto ideologico e delle relazioni. Inoltre, c’era sempre qualcosa che era detto pubblicamente e un non detto che caso mai veniva anche detto privatamente. Questo doppio binario, quest’ambivalenza a loro conveniva, e in parte conveniva anche a noi. In particolare, a noi per ragioni forse più interne al partito, oltre però al fatto che forse all’opposizione potevamo esercitare una qualche influenza (sulla politica italiana) avendo rapporti con questi partiti e con gli altri partiti socialisti e socialdemocratici.

C’era un contesto di disarmo, quello in cui si andava verso la fine della Guerra fredda, ma c’era ancora il tema degli euromissili, che era partito dal ’79, della distensione e del disarmo, che arrivò all’accordo tra Gorbačëv e Reagan nei tre summit di Ginevra, Reykjavik e Malta. Il contesto era influente. Noi avevamo fatto la scelta europea, della Nato. Era sicuramente un contesto in cui ognuno cercava di esercitare delle influenze anche nelle nostre relazioni. Si parlava anche esplicitamente delle diverse posizioni che avevamo. A mio parere, il contesto più ampio e più generale in qualche modo influenzava le relazioni tra partiti, oltre al fatto che loro non volevano dare l’idea di un movimento comunista che si disgregava. Al contempo noi avevamo il problema di gestire questo processo all’interno di un partito che era più arretrato rispetto al gruppo dirigente.

Come erano le relazioni con i dissidenti? Quando Wolf Biermann, nel 1976, era stato espulso dalla Repubblica Democratica Tedesca, Berlinguer l’aveva sostenuto. Negli anni in cui arriva lei, come vi regolavate con i dissidenti? Cercavate di aiutare alcuni di loro, quando venivano arrestati, o prendevate una posizione a favore dei diritti umani e della libertà d’espressione?
Quando avevamo degli incontri ufficiali ponevamo sempre la questione della libertà, del pluralismo, della democrazia, dei diritti umani e quindi anche il tema dei dissidenti. Ponevamo questi temi in tutti gli incontri e cercavamo di influenzare la SED. So anche di rapporti segreti, ma non ne fui io il protagonista in quei quattro anni.

C’erano rapporti segreti con i singoli dissidenti perché la situazione era molto delicata?
Sì, erano molto riservati, anche per non creare problemi ai dissidenti stessi. I burocrati della SED cercavano di stroncare i rapporti o addirittura di punire i dissidenti stessi. È tutta un’area che si è evoluta in maniera molto riservata, man mano che noi sviluppavamo le nostre posizioni.

4-8 dicembre 1973, accoglienza a Berlino per Enrico Berlinguer (Archivio fotografico del Pci)

In che lingua comunicavate in quegli anni?
Parlavano tra loro in russo, ma negli incontri nelle delegazioni c’era sempre l’interprete.

Quindi c’erano incontri ufficiali, ma anche scambi che avvenivano fuori dall’ufficialità. C’erano interpreti anche lì, oppure si parlava senza interprete, in inglese o in tedesco?
I rapporti erano molto mediati dalle ambasciate, nel senso che nelle ambasciate c’era il rapporto istituzionale. Ma c’erano anche i rapporti politici. C’era sempre qualcuno dell’ambasciata che seguiva i rapporti con il Pci. Spesso, se parliamo dell’ufficialità, tutto passava attraverso questi “commissari politici dentro l’ambasciata”. Erano loro che avevano rapporti soprattutto con noi, che mediavano, che partecipavano, preparavano gli incontri. Avevano un ruolo fondamentale. Oltre al fatto che i nostri interpreti erano interpreti di fiducia, interni al Pci.

La SED si oppose alla svolta, ostacolò in qualche modo il cambio del nome del Pci?
Già nell’85 – è il periodo in cui Berlinguer avvia il percorso dell’eurocomunismo e s’aprono nuove prospettive – Guido Carandini propone il cambio del nome del partito e il gruppo dirigente del gruppo comunista s’oppone in maniera molto ferma e compatta, direi quasi feroce. Tuttavia, siamo nella fase in cui già si discute ciò che avverrà dopo la caduta del Muro. Quindi allora non ebbero neppure bisogno di opporsi. Poi con la caduta del muro di Berlino – io fra l’altro non c’ero neanche più – furono travolti. Ci consideravano fratelli, ma revisionisti. In tutto questo bisogna tenere presente che le relazioni più assidue erano quelle del Pcus, non quelle della SED. Erano i dirigenti del Pcus che avevano rapporti con Gianni Cervetti, con Antonio Rubbi, con Armando Cossutta: ed erano quelli che anch’io vedevo più spesso, non quelli della SED. Il segretario politico dell’ambasciata della DDR ogni tanto chiedeva un incontro, magari faceva un po’ la spia. Voleva sapere un po’ la situazione, ma il rapporto più intenso, politico e ideologico era con il Pcus. Era il Pcus l’interlocutore più politico e ideologico.

La SED era molto condizionata dal Pcus. Eppure quando Gorbačëv comincia la perestrojka, la SED rimane sulle sue posizioni…
Assolutamente sì. Anche durante l’incontro con Natta questo emerse chiaramente. Nella Germania dell’Est non volevano assolutamente applicare le riforme di Gorbačëv o la perestrojka. Nell’85 questo fu molto chiaro, nel nostro incontro.

Anche se per lo meno una parte dei cittadini desiderava riforme ispirate a quelle di Gorbačëv, il regime della Germania Est rimaneva statico…
, fino all’ultimo. Fino alla cacciata di Honecker. Poi vi fu il tentativo, ovviamente impossibile e illusorio, di riprendere in mano la situazione. Ma fino all’ultimo Honecker fu quello che ha fermato tutto. Non che gli altri fossero migliori; non c’è stato al vertice qualcuno che in effetti abbia fatto quello che Gorbačëv ha fatto in Unione Sovietica, neanche un oppositore. Tutto il sistema è rimasto chiuso. Si capiva già nell’85.

Qual è stata allora la sua sensazione nell’85? Come mai questa rigidità estrema? Non si rendevano conto?
No, assolutamente. Anzi loro in qualche modo vedevano nella perestrojka e in Gorbačëv qualcosa che poteva sgretolare l’intero sistema. Quindi in qualche modo s’opponevano. Non avevano la forza di farlo apertamente, ma in realtà avevano un atteggiamento di rifiuto e di preoccupazione, con una punta di arroganza, come sempre. Erano sempre un po’ supponenti e arroganti. Natta non li sopportava. C’era un’idiosincrasia da parte sua sia per Jaruzelski sia per Honecker. Ribadivano sempre che loro erano bravissimi: lo sviluppo economico, l’industria. “Le nostre conquiste”, dicevano. In Russia raccontavano tante falsità su com’era la situazione, come s’è visto anche dopo. Nella DDR c’era anche molto fumo, non solo l’arrosto.

Lei arriva a Botteghe oscure, agli Esteri, quando Natta era già il segretario del Pci?
Sono stato un anno con Berlinguer. Sono arrivato nell’83. Ci siamo impegnati, gli davo una mano perché voleva organizzare una conferenza del Mediterraneo con i socialisti, i socialdemocratici, i partiti socialisti anche dell’Africa e con i partiti dei Paesi non allineati. Voleva fare una grande conferenza perché la sua linea era quella: socialisti, socialdemocratici e non allineati. Spingeva in questa direzione. I partiti comunisti e il Pcus lo vedevano come il fumo negli occhi.

Enrico Berlinguer a Berlino in auto tra due ali di folla che salutano (Archivio fotografico del Pci)

Berlinguer e Honecker si conoscevano dagli anni Cinquanta. La relazione tra loro era molto buona. Col tempo però si è sviluppata una forte tensione, che dal punto di vista culturale è culminata con il caso Biermann e con il caso Havemann. Quando lei arriva, nell’83, come percepiva questa relazione tra Berlinguer e Honecker?
Nemmeno Berlinguer li sopportava più. Tutto il gruppo dirigente avrebbe criticato i dirigenti della SED in modo molto più severo, se avessero detto pubblicamente ciò che pensavano davvero.

Nella DDR, anche all’epoca del Muro, vi erano pubblicazioni apprezzate anche in Occidente. Ad esempio quelle utili per l’insegnamento della lingua tedesca. Così come era apprezzato il lavoro di alcune università. Il costo dei libri era molto basso. Come vedeva il Pci la politica culturale della DDR? Era considerata alla stessa stregua dei funzionari di partito?
La situazione non era come in Cina. I funzionari di partito non erano l’élite culturale del Paese. Ma l’idea che la DDR, come l’Ungheria e la Cecoslovacchia fossero Paesi più evoluti da un punto di vista economico e dell’istruzione (forse più dell’istruzione che culturale), sicuramente c’era. Avevamo la percezione di una differenza molto forte con l’Unione Sovietica. Vedevamo una differenziazione nel Comecon fra i diversi Paesi. La DDR era uno dei Paesi che avevano uno status economico e dell’istruzione, oltre che della sanità, più elevato. Proprio perché al confine con l’Occidente e perché aveva come competitore la Germania dall’altra parte.

Il Pci e la DDR. Parla De Brasi ultima modifica: 2021-08-13T14:05:07+02:00 da SANDRA PAOLI
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