C’è vita a Venezia

In “Se Venezia vive” Mario Isnenghi la descrive come la perfetta antitesi della città della morte. È una città “del fare”, resiliente. Tutt’altro che declinante, e che forse farebbe per se stessa anche di più di quel che le è consentito, se non fosse stretta com’è da incessanti dibattiti cittadini e internazionali, sul “dov’era, com’era”.
ALBERTO FERRIGOLO
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Ha ragione lo storico Mario Isnenghi: La morte a Venezia di Thomas Mann ha accompagnato e segnato – più nel male che nel bene – la città più unica che rara al mondo lungo tutto il secolo breve. L’ha ingessata. Pietrificata. Inchiodata a un’immagine non propria. Legandola a un passato passatista che non vuol passare mai. Finendo per toglierle il presente di tutti i giorni quanto il suo futuro fatto di evoluzione e cambiamento. Quante occasioni perse! Tutte finite in interminabili discussioni, litigi di e tra categorie, senza mai decidere alcunché, ma che hanno contribuito ad imporre alla città una patina nostalgica che non è più riuscita a scrollarsi di dosso. E che la rende un luogo dei ricordi struggenti, delle emozioni romantiche cullate dalle gondole senza soluzione di continuità tra turismo d’antan, con valigie e servitù al seguito, e quello mordi-e-fuggi dei giorni nostri, pre e post pandemia. Economia a cui, per altro, guardano e anelano tutte le amministrazioni comunali, passate, presenti – in particolare – e future. E fine che non sembra destinato a cambiare nell’approccio alla città. Anche se, spiega il docente emerito di Storia contemporanea a Ca’ Foscari, non è nel 1912, con la pubblicazione del romanzo di Mann, che s’imprime per Venezia l’immagine del declino. Comincia ben prima, con la fine della Serenissima Repubblica, nel 1797, ed “è diventato un genere letterario, la variante funebre del ‘viaggio in Italia’, reale o mentale” che sia. 

La prima edizione di Der Tod in Venedig [Morte a Venezia], 1912

Ma Se Venezia vive, questo il titolo del poderoso, ricco e denso volume di Isnenghi edito da Marsilio per la collana Nodi – un’accurata carrellata di annotazioni, riflessioni, idee e di personaggi tra Otto e Novecento per “Una storia senza memoria”, questo il sottotitolo –,  è in realtà la perfetta antitesi della città della morte, destino al quale tuttavia nessuno mai vorrebbe si arrivasse. Cioè una città “del fare”, resiliente. Tutt’altro che declinante, e che forse farebbe per se stessa anche di più di quel che le è consentito, se non fosse stretta com’è da incessanti dibattiti cittadini e internazionali, sul “dov’era, com’era”. Costruire e ricostruire allo stesso modo. Nello stesso punto. Con lo stesso stile, così a partire dal crollo del campanile di San Marco, il 14 luglio 1902, all’ultimo incendio de La Fenice, il 29 gennaio 1996, per intenderci. 

La stessa città dove è stato inibito ad architetti come Frank Lloyd Wright e Le Corbusier di portare a termine progetti come la palazzina Masieri tra Ca’ Foscari e Palazzo Balbi oppure l’ospedale a San Giobbe. Per evitare innesti architettonici contra naturam. In nome della nostalgia, di un rigore filologico con un passato che non si vorrebbe mai superare e lasciarsi alle spalle. Eppure le città sono cuori pulsanti, in perenne trasformazione mentre Venezia la si vuole – appunto – sempre “dov’era, com’era”… 

Campo Santa Margherita

Eppure non è sempre stato così. I ponti in ferro sono stati sostituiti da quelli in pietra. E, nel tempo, aggiunti di nuovi perché – se la Venezia della Serenissima, in verità, “era una città straordinariamente moderna, proiettata verso il futuro e il rinnovamento al fine di migliorare sempre più la vita dei suoi abitanti”, assomigliando probabilmente “molto più a Dubai che a un luogo di memorie qual è, di fatto, oggi” – la realtà storica dei suoi edifici vuole che molti di essi siano stati “costruiti solo nell’Ottocento”. Si chiede Isnenghi: “Perché il mondo vuole i veneziani custodi del museo che si viene a vedere in vacanza?”. Già, bella domanda. O forse, anche, la domanda delle domande. Alla quale neanche l’autore sembra riuscire a dare una risposta, anche se “nella Venezia della prima metà dell’Ottocento non s’intravede nessuna monocultura turistica, tantomeno come progetto”, chiosa l’autore.

E lo storico, infatti, ipotizza e traccia tre fasi dell’innovazione della città nel corso della prima metà dell’Ottocento: la prima che “parla francese”, influenzata dalla rivoluzione e poi da Napoleone; una seconda “austriaca” e di “depressione”, soprattutto politica più che di altro genere in quanto emerge “tutta una serie di elementi sintomatici che non va più nel senso della crisi, ma della ripresa” tra il post 1849 e il pre 1866. Sono, questi, gli anni i cui prolificano gli innovatori, i cultori dell’azione edilizia, al tempo stesso sventratori del piano regolatore ma anche progettisti di una edificazione popolare, fatta anche di ponti, appunto, che legano campi e campielli che sono, all’interno della città, delle vere oasi o Repubbliche alternative, come nel caso di Campo Santa Margherita, definito “uno spazio-tempo che figura esserci sempre stato e che ciascuno di noi vive”. Al quale, però, fa da contraltare, nel Novecento, nel 1910 per l’esattezza, due anni prima della comparsa del romanzo di Mann, la furia futurista di Marinetti che spinge l’innovazione in laguna al punto tale da immaginare e teorizzare l’asfaltatura del Canal Grande… Innovazione estrema. 

La costruzione del Ponte della Libertà, allora Ponte Littorio, 1933

Comunque anche la costruzione del ponte translagunare, quello della ferrovia prima e delle auto poi, è stato oggetto di accese discussioni. Tra chi da Milano lo vedeva come un possibile snaturamento di Venezia non più isola ma legata alla terraferma, tra il 1820 e il 1840. Anni in cui, per altro, la città si svuota arrivando a 93 mila abitanti nel 1938, che sono comunque quasi il doppio degli attuali, si prosciugano i tremila patrizi assillati dai debiti e assieme a loro anche i tremila gondolieri. L’avvio di un declino? 

Nel testo, Isnenghi fa ricordare per esempio Giandomenico Romanelli, per decenni direttore dei Musei civici lagunari, che

molta letteratura si avvolge con soddisfazione funebre, in questa Morte a Venezia. Tale straordinario spettacolo di una morte annunciata e differita […] di decennio in decennio ha costituito uno dei pilastri culturali e, insieme, una delle più pregnanti ragioni d’essere dell’Ottocento veneziano, vale a dire […] di uno dei secoli più vitali, intensi, innovatori della storia recente della città.

Ma il monumentale libro di Isnenghi non è solo legato alla denuncia di un passato recente e di un presente legato al programmatico immobilismo cittadino su piani diversi È anche un passare in rassegna i personaggi e le personalità che hanno fatto la storia della città, che l’hanno cantata mentre, dalla caduta dei Dogi, si trova alle prese con due imperi – austriaco e francese – periodo in cui spiccano le figure di Foscolo e Nievo, Pellico, il teatro di Giacinto Gallina, D’Annunzio, l’invenzione del Lido tra bagni e vacanze e personaggi noti e minori, l’economia e l’industria dell’Arsenale, la costruzione di Marghera, l’idea e l’invenzione della Biennale che si deve alla giunta progressista del sindaco Riccardo Selvatico, definito dall’autore “il Cacciari di allora”, che spalanca le porte all’industria culturale con l’avvio della Mostra del Cinema, dei festival di teatro, musica e arte, che del libro costituiscono la mappa di un percorso allo stesso tempo storico ma anche in sé sentimentale. Passando per gli anni dell’antifascismo e della Resistenza, che ritraggono la figura di Cesco Chinello, lo storico di Porto Marghera per eccellenza, interrompere il 12 marzo 1945 al Teatro Goldoni lo spettacolo pirandelliano Vestire gli ignudi per leggere un proclama davanti ad una platea le cui prime file sono occupate da gerarchi e ufficiali tedeschi dopo che un gruppo di partigiani ha fatto irruzione sul palco. E il volume è un continuo andirivieni lungo la storia di due secoli, fatto di continui rimandi.

Negozio Olivetti, in piazza san Marco, opera di Carlo Scarpa, 1957/58

Insomma, Isnenghi mette a nudo gli stereotipi che ammantano Venezia e ne sviscera i nodi, ne denuncia i riti e i falsi miti, contrasta il destino declinista della città e che si vuole sempre e comunque cinico e baro e senza responsabili. Mette a fuoco quel cantiere politico in sé originale che diede vita al laboratorio amministrativo del primo centrosinistra, a metà degli anni Settanta, ma che in anni recenti lo è diventato però anche sul fronte del centrodestra, per esempio del sindaco Brugnaro. 

Forse a non tutti piacerà la pagina conclusiva, il cui l’autore si chiede: “E il Mose?” E le Grandi Navi? Il primo “da solo non basta”, riconosce lo storico, “niente grandi navi in Bacino San Marco. No perché no” ma detto questo, però, complementarmente, anche no: alle navi fatte scappare per disperazione a Trieste e neppure a San Benedetto del Tronto” perché “i difensori zelanti di Venezia unica non possono espellerne così, semplicemente, le navi e il porto”. E conclude: “È cambiata la scala di grandezza dei problemi: e i rimedi siano all’altezza dei problemi”. E con avveduta nostalgia, chiosa: “La famosa, tanto decantata Serenissima, questo appunto riusciva a fare”. Già. Sono passati quasi tre secoli e Venezia non sta proprio serenissima. E mostra tutti gli acciacchi del tempo. Cosa si aspetta a salvarla per davvero?

Se Venezia vive è la storia di una memoria antideclinista.  

foto di copertina di Silva Menetto

C’è vita a Venezia ultima modifica: 2021-08-19T11:26:16+02:00 da ALBERTO FERRIGOLO

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1 commento

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Laura Lucco 1 Settembre 2021 a 12:44

Bella la recensione . Che non solo invita alla lettura del libro di Isnenghi, ma ne offre anche stimolanti punti di vista e chiavi di interpretazione critica.

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