Mercedes, la cattiva ragazza di Fuerteventura

LUCIO FAVARETTO
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A Fuerteventura, con più frequenza nella capitale che porta il nome di Puerto del Rosario, quindicimila abitanti stabili, si vedeva passare Mercedes. Afroamericana, di origine cubana, scappata in Europa da bambina sotto la protezione della sorella che lavora dodici ore al giorno in uno dei supermercati locali.

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Mercedes disturbava i turisti e i proprietari degli infiniti locali che si trovano lungo la nostra “vasca”, la strada principale che scendendo a piedi porta al mare, alla grande spiaggia della cittadina. 

Mercedes aveva subito da ragazzina le angherie di un balordo che l’aveva iniziata all’eroina. Era bellissima, e per procurarsi il denaro per la droga batteva con qualche anziano crocierista, nascondendosi dietro un palazzo diroccato in via di ristrutturazione. 

Aveva circa 24 anni ed era insolente con chiunque le capitasse a tiro. Era capace di offese, spinte, tirava graffette, penne, ciò che era riuscita a rastrellare con i suoi piccoli furti nei negozi cinesi. 

Passando tra i bar si prendeva di soppiatto, veloce come una lince, il cappuccino o la birra di qualche avventore, la beveva e scappava.

I tedeschi, soprattutto, rimanevano attoniti, con espressioni inenarrabili, ma i padroni dei locali, o i camerieri, spiegavano che si trattava di una ragazza disturbata, piena di problemi. Cambiavano il bicchiere di birra e tutto ritornava come prima. 

Quando esagerava nelle molestie, veniva chiamata la Polizia municipale. Il tutto finiva con una ramanzina e Mercedes per qualche giorno spariva dalla strada centrale.

 La Polizia si scusava con i turisti, spiegando ciò che le era successo, la difficile situazione della famiglia, e raccontava che per una forma di pietas nei confronti della sorella, cercavano di non sanzionare, ma di persuaderla, a volte anche con toni autoritari, a non disturbare più la gente che si godeva in santa pace qualcosa da bere. 

Quando la vedevo mi chiedeva subito delle rapide prestazioni e al mio “no grazie” accompagnato da qualche spicciolo, mi dava del maricon (frocio) e se ne andava. Quando capì che qualche moneta usciva dalla mia tasca non mi insultò più.

Anche gli autisti degli autobus non la facevano pagare onde evitare le sue ritorsioni.

La sua bellezza, il suo corpo perfetto, malgrado l’abuso di stupefacenti, veniva deturpato dalla sua “mise” di lavoro. Quando stava per adescare qualcuno si metteva rapidamente parrucche variopinte: blu cobalto, giallo fieno, rosso carminio… mal disposte sulla sua testa. Sembrava una bambina dispettosa che giocava a mettere le parrucche delle bambole a carnevale. Non parrucche pettinate e bene acconciate, ma scomposte e appoggiate in testa a mo’ di cappello. Come fanno le bambine quando giocano ai travestimenti per non essere riconosciute. 

Un giorno, un marinaio di una nave da crociera la portò con sé, non si sa come, dati i ferrei limiti per chi sale in nave. Fu poi ritrovata dalla polizia in Portogallo, più fatta che mai, priva di documenti, ma la fecero rientrare a Fuerteventura. Erano due mesi (a Fuerte si commentano i fatti in pubblico, fuori dalle case) che tutti si chiedevano se fosse malata o dove fosse finita. Nessuno di quelli che mi è capitato di sentire criticava la sua povera vita, piuttosto davano giudizi severi verso gli uomini che avevano il coraggio di accettare prestazioni sessuali da una ragazza che al solo sguardo faceva pena, nelle sue piccole violenze, nei suoi piccoli dispetti che amava fare a tutti.

Nessuno le ha sparato, nessuno ha chiesto severi provvedimenti quando è ritornata con un’ordinanza del giudice (in Spagna serve il parere del giudice e non del sindaco) che le imponeva un T.S.O di due anni in una comunità per disintossicarla.

Prima della sua dipartita per il Portogallo, avevano provato a salvare Mercedes con le varie chiese (i cattolici sono in minoranza): Testimoni di Geova, Chiese avventiste del Settimo giorno (talvolta pericolose, vedi Trump e i suoi supporter), che hanno il primato della raccolta di disgraziati in cambio di urla collettive dentro a qualche struttura tra un “Jesus is great” e un “Jesus will help you”, trasformando, per chi ci crede, la suggestione delle grida in un rapporto personale che potesse aiutare una degli ultimi di Fuerteventura: Mercedes, la tossica, impestata, ladra, insolente, e aggressiva come una bambina capricciosa.

Mi dicono che ora sta bene, le hanno dato un lavoro socialmente utile e pare addirittura che un uomo si sia innamorato di lei. La vedono in attività normali, come fare la spesa, sempre accompagnata da lui, nei centri commerciali. Senza parrucche e sempre molto bella.

Questo per dire che, diversamente dall’orrenda sparatoria avvenuta in centro a Voghera, su cui decideranno i magistrati, non sono servite pistole, non sono servite sparatorie. È servita un po’ di gente, seccata ma tollerante, che se ne prendesse cura, senza esagerare la portata di uno spintone, o del furto di mezza birra, che lì è capitato a chiunque.

Ci sono altri modi per risolvere le situazioni, gentile assessore di Voghera. La polizia locale In Spagna è dotata di pistole ma mai, mai si è sentito che ne facessero uso. Quei pochi emarginati vengono seguiti dal Comune, ora fino alla vaccinazione, e a nessuno viene in mente di aggredirli. A Voghera saranno i magistrati a stabilire se e quando gli eccessi di legittima difesa possano spegnere una vita già di per sé difficile e disgraziata. Nessuno, a parte le forze dell’ordine, deve girare armato. Servono strutture di aiuto, un po’ di tolleranza di tante brave persone che ho avuto il modo di conoscere. A nessuna di queste verrebbe in mente di chiedere il porto d’armi. 

Lì si conoscono tutti, le assistenti sociali fanno i letti per ospitare quei due o tre homeless che dormono per strada. 

Spero, Mercedes, che tu sia guarita dopo il trattamento sanitario. Voci mi raccontano che stai meglio, anche se nessuno è convinto che tu ti possa liberare del male che ti attanaglia. Dicono che ti hanno dato un lavoro socialmente utile, ma temono che assegnarti a un lavoro normale sia come imbrigliare l’oceano. 

Di certo nessuno ti sparerà, ti lascerà esanime per strada. Una spinta e un sorso di birra non valgono la tua vita, nulla vale una vita umana per quanto disperata e difficile. La sorella di Stefano Cucchi, a cui hanno ammazzato il fratello a forza di botte, si è messa eroicamente a disposizione sui fatti di Voghera. Speriamo che la sua competenza in materia di ingiustizie possa aiutare la famiglia di quel poveretto – che non aveva la fortuna di vivere a Fuerteventura – caduto nella futile guerra dei baristi (non tutti) e degli assessori all’ordine pubblico. Lui non c’è più, gli altri protesteranno perché si dovrà mostrare un green pass onde evitare di contagiare un intero esercizio commerciale.

Non sono così sicuro, se non per le voci sentite quando mi trovavo lì che Mercedes sia guarita. Lo spero molto. Dicono che nei primi anni di scuola era una ragazzina brillante.

La immagino non più trafitta dalla chimica, ma come la bambina che guarda le incredibili notti stellate del posto, dove nessuno degli astri distrugge, e dove abbia vinto la comprensione disarmata. 

Aggrediva leggermente perché aveva paura e la droga, che purtroppo gira, si era impossessata di lei e del suo dolore. 

Speriamo che anche da noi il salto della cura e della comprensione venga compiuto, così che nessuna arma venga data per ammazzare gli ultimi così come è capitato. E, come scriveva De Andrè, un giorno ci si possa arrendere alla pace. Senza assessori armati.

Mercedes, la cattiva ragazza di Fuerteventura ultima modifica: 2021-08-20T17:23:57+02:00 da LUCIO FAVARETTO
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