Non lasciamo sola la comunità Lgbt afghana

La vittoria dei talebani è una condanna a morte per le minoranze sessuali nel paese. Serve un intervento su misura della comunità internazionale per evitare la tragedia.
MATTEO ANGELI
Condividi
PDF

“I talebani non si vendicheranno di nessuno. I diritti delle donne saranno tutelati nel rispetto della sharia”. Così s’è espresso Zabihullah Mujahid, portavoce del gruppo, nella sua prima conferenza stampa a Kabul. Con la presa della capitale, avvenuta domenica scorsa, gli integralisti islamici tornano al potere in Afghanistan, vent’anni dopo la cacciata statunitense. A diffidare delle parole di Mujahid non sono solo le donne afghane, memori di come i talebani, dal 1996 al 2001, le privarono di ogni diritto. Per i membri della comunità Lgbt, la situazione è addirittura più drammatica. 

ytali è una rivista indipendente. Vive del lavoro volontario e gratuito di giornalisti e collaboratori che quotidianamente s’impegnano per dare voce a un’informazione approfondita, plurale e libera da vincoli. Il sostegno dei lettori è il nostro unico strumento di autofinanziamento. Se anche tu vuoi contribuire con una donazione clicca QUI

Già prima del ritorno dei talebani, le minoranze sessuali non avevano vita facile. Sotto il regime precedente, lesbiche, gay, bi e trans del paese erano costretti a nascondersi, a vivere nell’ombra il loro orientamento sessuale o la loro identità di genere. Il codice penale in vigore, infatti, vieta i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso. L’articolo 130 della costituzione consente la punizione di questi comportamenti attraverso l’impiego della sharia, la legge islamica. La pena massima è la morte, sia per gli uomini sia per le donne. Tuttavia, pare che dal 2001 essa sia stata applicata solo in casi molto sporadici. Molto più di frequente, donne e soprattutto, uomini Lgbt che si facevano “beccare”, erano arrestati, detenuti, rapinati e stuprati. 

Ora che i talebani sono tornati, nascondersi non basta più. Bisogna scappare. Durante la precedente dittatura talebana, gli uomini accusati di avere avuto rapporti omosessuali erano puniti a morte per lapidazione o sepolti sotto il crollo di un muro. Per una generazione cresciuta al di fuori di tali orrori, la paura che questa torni a essere la norma è grande. Un mese fa, un giudice talebano, intervistato dal quotidiano tedesco Bild, ha detto chiaramente che la sua organizzazione non ha cambiato posizione sulla questione: “Per gli omosessuali possono esserci solo due punizioni, cioè la lapidazione o la sepoltura sotto un muro di 2,5 o 3 metri d’altezza”. 

Nella conferenza stampa di martedì, durante la quale i talebani hanno cercato di presentarsi come “moderati” agli occhi della comunità internazionale, nessun riferimento è stato fatto alle persone Lgbt. Perché per il gruppo di fondamentalisti islamici, lesbiche, gay, bi e trans non possono essere perdonati. Non possono semplicemente esistere, lo dice la sharia. 

Questa volta, scappare ai talebani è ancora più difficile, perché essi sono pure online. Come racconta a Vice un conduttore radiofonico afghano, che vive in Turchia, per anni i talebani hanno dato la caccia online alle persone Lgbt afghane, minacciando di ucciderle. Hanno costruito falsi profili per smascherarle. Ora tali comportamenti e minacce non solo incrementeranno, ma potrebbero in molti casi diventare realtà. 

Interrare la propria identità, autocensurarsi completamente diventa quindi molto difficile, se non impossibile. Per molti, cercare asilo in un altro paese è l’unica speranza di salvezza. Le leggi internazionali in materia sono chiare e riconoscono il diritto a chiedere protezione a chi è perseguitato a causa del suo orientamento sessuale o della sua identità di genere. In altre parole, per le persone Lgbt afghane è molto probabile vedersi riconosciuto il diritto d’asilo. Ciononostante, si tratta di un procedimento molto faticoso, irto di pericoli, che ora diventa pure più complesso.

Innanzitutto, si deve riuscire ad abbandonare l’Afghanistan. Se prima della vittoria dei talebani, infatti, era ancora possibile attraversare la frontiera con Iran e Pakistan e dirigersi verso la Turchia e poi l’Europa, ora i nuovi padroni hanno sigillato i confini e tengono il paese in ostaggio. L’aeroporto di Kabul è assaltato dai disperati che cercano di fuggire, i talebani ne controllano l’accesso. Per le persone Lgbt solo uscire di casa è diventato molto pericoloso, figurarsi attraversare la capitale o fare un viaggio più lungo. Come assicurare a queste persone un salvacondotto sicuro, è al momento tutt’altro che chiaro.

Il Canada è stato finora l’unico paese a impegnarsi espressamente ad accogliere dei rifugiati afghani Lgbt. Il governo di Ottawa ha promesso di accogliere 20mila afghani, “incluse dirigenti donne, attivisti per i diritti umani, giornalisti, minoranze religiose perseguitate e membri della comunità gay e lesbica”. Il piano di estrazione si rivolge sia a coloro che sono ancora in Afghanistan, sia a chi ha già abbandonato il paese.

Il Canada è purtroppo però un caso isolato. I governi degli altri paesi, negli Stati Uniti e in Europa in testa, non hanno speso una parola a riguardo. Anzi, soprattutto nel Vecchio continente, la reticenza ad accogliere nuovi rifugiati resta alta. Da questo punto di vista, le comunità Lgbt nei paesi occidentali possono giocare un ruolo significativo nel sensibilizzare l’opinione pubblica, e spingere così i governi ad assumersi le loro responsabilità in quella che è già una grave crisi umanitaria.

Lesbiche, gay, bi e trans che vivono in Europa e negli Stati Uniti hanno il dovere di denunciare ad alta voce questa tragedia. Va portata l’attenzione sul lavoro di quelle Ong che sostengono i rifugiati Lgbt e che s’impegnano per farli uscire da una situazione di grave pericolo. Queste non hanno bisogno solo di contributi individuali, ma soprattutto di un supporto governativo. Non lasciamo soli i nostri fratelli e sorelle afghani! 

Non lasciamo sola la comunità Lgbt afghana ultima modifica: 2021-08-22T16:00:20+02:00 da MATTEO ANGELI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento