I fuochi della Sila

FRANCO MIRACCO
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[CAMIGLIATELLO SILANO]

San Francesco di Paola deve avercela messa tutta per proteggere in questa estate 2021 le terre meridionali, di cui è protettore ancora molto venerato, e lo ha fatto contrastando in ogni modo roghi e incendi infernali che hanno, tra luglio e agosto, incenerito e desertificato buona parte della sua Calabria e di altre regioni del Sud, isole comprese. E, inspiegabilmente, proprio con il fuoco questo santo eremita e monaco, onorato come gran taumaturgo sia nella Venezia della Repubblica che nella Francia di Luigi XI, dove morì nel 1507, ebbe una sua “impossibile” familiarità. Quando da piccolo gli veniva detto di accendere il fuoco, il giovanissimo Francesco ubbidiva e lo faceva servendosi di carboni ardenti stretti sulle sue mani.

Ciò premesso, non sembra che il presidente Mario Draghi possa, al momento, compiere azioni decisive di contrasto agli incendi infernali con l’attivare soluzioni taumaturgiche paragonabili a quelle del santo calabrese, seppure più di un qualche beneficio miracoloso il nostro Paese, a guida Draghi, felicemente lo ha già ottenuto. Intanto, di fronte a roghi più che indomabili per la loro criminale mobilità, il presidente del consiglio ha assicurato che il governo farà la sua parte mediante ristori e rimboschimenti. Buone pratiche senza dubbio, sperimentate dopo simili disastri da precedenti governi (forse che sì forse che no), ma evidentemente non risolutive. Quindi conviene ascoltare chi conosce molto bene la Calabria e di qui il suo proporre un da farsi in grado di impedire per davvero il rogo infinito.

Pochi giorni fa lo scrittore Francesco Bevilacqua ha scritto:

Abbiamo avuto molte estati al napalm in Calabria: sono bruciati i parchi del Pollino e dell’Aspromonte; bruciarono i terreni attorno Santa Caterina sullo Ionio; bruciò il Monte Paleparto in Sila Greca, e via discorrendo. In queste ore decine e decine di incendi stanno devastando la regione. Gli ultimi fra i più gravi: Acri, Rovito, Gizzeria (….). Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto sono centinaia i roghi che, dopo aver distrutto Sardegna e Sicilia, stanno attaccando ora la Calabria.

Che accade quando gli incendi proseguono per più giorni?

Bevilacqua:

L’aria è irrespirabile ovunque, fuliggine, cenere e fumo giungono dappertutto, rendendo sinistro un paesaggio che d’estate dovrebbe essere la quintessenza della dolcezza. Le campagne, gli uliveti, i frutteti distrutti, la macchia mediterranea cancellata, i boschi insidiati, gli abitati assediati.

Terra antichissima la Calabria, che si porta dentro un’estrema complessità: al contempo è paradiso e inferno. Il grande meridionalista Giustino Fortunato la definì “uno sfasciume pendulo sul mare”. Altri precisarono il senso del dramma di questa terra aggiungendo allo sconforto del politico post-risorgimentale una sola parola: la Calabria è uno sfasciume idrogeologico pendulo sul mare.

Per millenni pastori, contadini, braccianti, cacciatori, bracconieri, hanno ritenuto di “gestire” i fuochi a proprio vantaggio, inconsapevolmente imitando il giovanissimo San Francesco che aveva il “dono” di saper usare a mani nude i carboni roventi. I millenari bruciatori di sterpaglie, o di chissà che rovi, non hanno alcun dubbio sul loro conoscere bene il da farsi per impedire il rogo infinito, sempre se ne esistano ancora di simili esperti guardiani delle terre, che comunque non rappresentano affatto la causa del male da estirpare.

Chi invece è indubbiamente uno straordinario, informatissimo conoscitore degli inferni di fuoco, nonché un teocriteo guardiano delle terre, è, appunto, Francesco Bevilacqua, che, in più articoli pubblicati sul Corriere della Calabria, spiega e consiglia su come opporsi al caos degli avvenimenti incendiari che, estate dopo estate, rischiano di incenerire le radici vitali della Calabria. Bevilacqua:

Le statistiche del Corpo forestale prima e quelle dei Vigili del fuoco ora escludono che abbia rilievo per gli incendi in Italia l’autocombustione. È sempre l’uomo che o per imprudenza o per dolo causa gli incendi. E, da quanto abbiamo visto negli ultimi decenni, non c’è nulla, neppure le azioni di sensibilizzazione, che possa far diminuire il fenomeno.

Tra l’altro, lo scrittore, nel corso di una cortese telefonata, insiste su di una imperdonabile lentezza, quella rappresentata dall’aver sottovalutato i pericoli iniziali e la feroce velocità degli incendi, così dalla Sila, in particolare da quella Greca, fino all’apocalittico Aspromonte.

Dunque?

Occorre concentrarsi sulle azioni di contrasto. Spegnimento e, ancor prima, prevenzione. La prima cosa da fare è il controllo del territorio. Fra satelliti, droni, telecamere e forze dell’ordine varie, non dovrebbe essere difficile da un lato obbligare i padroni dei terreni a ripulirli prima dell’estate e, dall’altro, bloccare sul nascere i fuochi liberi, che sono vietati, e applicare sanzioni durissime contro chi li provoca. Oltretutto le zone interessate dagli incendi boschivi sono sempre le stesse. Segno questo che anche gli incendiari sono sempre gli stessi. In secondo luogo, occorrerebbe intervenire tempestivamente con squadre attrezzate a terra per bloccare l’incendio sul nascere: operai forestali specializzati, mezzi leggeri, squadre comunali approntate per questo tipo di emergenza, volontari. Quando c’era il Corpo forestale dello Stato e tanti paesi avevano le Stazioni forestali e c’erano le squadre antincendio composte da operai forestali, il territorio era praticamente presidiato, comune per comune.

La Calabria, con i suoi 480 mila ettari di foreste ( fino a quando?) , è “tra le prime quattro regioni più forestate d’Italia”.

Allora, che fare?

È questa la situazione. Ripeto, occorre un piano di prevenzione che inizi mesi prima dell’inizio dell’estate; è indispensabile applicare i divieti di accensione di fuochi liberi d’estate; sarebbe urgente la revisione dell’intero comparto forestale , dalla cura dei rimboschimenti, oggi lasciati a sé stessi, al rinnovo del personale e alla sua formazione nell’antincendio. Da anni, cittadini e associazioni, dal Pollino all’Aspromonte, chiedono alle istituzioni di non limitarsi a stipulare contratti con le società che gestiscono i mezzi aerei, ma a concertare, invece, un’azione corale per ridurre le conseguenze di questo grave fenomeno. Tutte le istanze sono rimaste lettera morta.

E che Francesco Bevilacqua abbia le mille e più ragioni, per esempio a proposito dei fuochi liberi, la triste conferma viene da quanto abbiamo potuto vedere e fotografare sulle rive del Lago di Cecita, nel cuore della Sila Grande, proprio all’interno del Parco nazionale della Sila. Miserabili resti di bivacchi, di grigliate, con vergognoso spreco di cibi abbandonati senza rispetto alcuno dell’ambiente o di una qualche forma di civile convivenza. Chiunque può accendere fuochi ovunque, accanto ai pini, nel bel mezzo di una foresta, tanto non c’è controllo alcuno.

Non è sempre stato così da queste parti. Solo qualche secolo fa, prima di Cristo però, Teocrito, tra i maggiori poeti greci, cioè della Magna Grecia, in realtà un siciliota, scriveva cose i cui valori ritroviamo nelle pagine dello scrittore calabrese Bevilacqua.

Teocrito allora:

È qui Augia, il caro figlio del Sole, con suo figlio, il forte e glorioso Fileo. È giunto ieri dalla città per visitare in molti giorni i suoi beni , che immensi ha nei campi; anche i re sono convinti che il patrimonio sia meglio conservato, se lo curano essi stessi.

Ed è appena trascorso qualche giorno da quando Norman Douglas scrisse Old Calabria, il romanzo di una terra di cui lo scrittore europeo-anglomediterraneo prevede gli orrori a venire, che poi noi abbiamo conosciuto per davvero (un falso industrialismo ed una stolta ricerca del peggior turismo), ma ciò nonostante il viaggiatore e scrittore, stimato anche da Virginia Woolf, visse più volte, agli inizi del secolo scorso, un’esperienza quasi visionaria dove s’intrecciarono un passato antichissimo con un “presente” letto con gli occhi di Teocrito ma anche con quelli implacabili e mai convenzionali di un aristocratico britannico affascinato dai paesaggi e dalle genti di quella che divenne la “sua” Calabria con i suoi calabresi.

Se volete vedere il vero calabrese, dovete osservare i contadini quando tornano la sera dal lavoro dei campi (…) per carattere e per lineamenti, essi sono diversi dagli italiani, appartengono a un tipo ascetico, un tipo spagnolo. Il vostro calabrese è stranamente sprezzante di agi e dì comodità; è un personaggio di poche ma acconce parole, leale (…). Nella sua concezione della vita si coglie sempre un senso di distacco dalle cose mondane; avvicinando uomini simili, si intuisce che la loro disposizione al bene non nasce da un istinto, ma da una oscura consapevolezza di una Necessità preordinata. I greci e altri apporti gli hanno dato una certa versatilità e un’espressione più sorridente, ma alla base rimane sempre quell’antico homo ibericus di austera signorilità.

E che terre sarebbero la Calabria, la Sicilia, la Puglia, tutta l’Italia, se si potesse riconquistare quell’antica, austera signorilità? Certamente non assisteremmo più allo sconcio dell’estate che sta finendo e ciascuno di noi potrebbe immaginarsi, nel suo genere, come un Mario Draghi.

FOTOGRAFIE DI ALESSANDRO PORPORA MIRACCO

I fuochi della Sila ultima modifica: 2021-08-24T11:38:06+02:00 da FRANCO MIRACCO

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1 commento

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Fiorella Zanetti 24 Agosto 2021 a 23:42

Articolo molto interessante per far conoscere il problema dei fuochi in Calabria e per lo stile letterario di Franco Miracco

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