Piccolo mondo toscano

“Gli anni forti” di Paola Martini, uscito lo scorso anno in una prima ristampa e penalizzato dalla pandemia, meriterebbe più attenzione. La narrazione oscilla tra lo spazio dell'intimità famigliare e quello della città, e tra questi due punti di riferimento si snoda la vita dell'autrice, fino al momento in cui si chiude il libro: alla fine è un po' una sorpresa.
UMBERTO ROSSI
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Confesso di essere letteralmente incappato in Gli anni forti di Paola Martini e grazie all’autrice. Uscito lo scorso anno in una prima ristampa, è uno dei tanti libri penalizzati dalla pandemia, e anche per questo ha faticato a farsi notare: peccato, perché meriterebbe più attenzione. Non è semplicemente un romanzo: si tratta invece del memoriale di una boomer, come usano dire oggi i più giovani (spesso in tono sprezzante). Paola Martini è stata bambina negli anni Cinquanta, adolescente negli anni Sessanta e giovane nei famigerati anni Settanta, descritti sempre con la formuletta “anni di piombo”, ma che confronto ai nostri anni di merda (specie dal 2001 in poi) a mio modesto avviso brillano.

Dico questo perché Martini riesce a tracciare assai bene, e con uno stile mai sciatto, ma nella sua cura reader-friendly, un percorso di vita che da una realtà rurale e quasi premoderna, un piccolo mondo antico toscano quasi scaturito dalle pagine di un Federigo Tozzi, e una grande casa padronale che pare uscita – mutatis mutandis – dalle pagine di Nievo, arriva fino al fatidico 1978 del sequestro Moro. Così ci viene mostrata l’evoluzione di una società da un punto di vista soggettivo (ma tutt’altro che miope). Gli anni forti mi fa venire in mente da una parte Sessantotto visionario di Renzo Paris, dall’altro L’eredità dei viventi di Federica Sgaggio, per la capacità di mettere sempre i singoli avvenimenti personali nel contesto collettivo. Memoria individuale, sì, ma anche storia d’Italia; e questa combinazione mi convince per una specie di disarmata onestà nel raccontare, per una cura della lingua che salvaguarda quel particolare registro dei toscani, un italiano per certi versi originario. Ma soprattutto apprezzo la capacità di stare alla larga dall’esaltazione acritica (niente “meravigliosi quegli anni” stile Mario Capanna e altri leaderini) come anche dalla fustigazione democristiano-fascistoide (come se tra il 1968 e il 1982 tutti quelli che non votavano DC e non stavano a casuccia a guardare la tv fossero stati o brigatisti o fiancheggiatori).

Personalmente mi vien da leggere la narrazione di Martini come reportage da una specie di mondo ucronico: certe cose le ho vissute pure io, ma con una sfasatura di almeno dieci anni, per cui è tutto – ai miei occhi – leggermente distorto, ma non tanto da offuscare il quadro che l’autrice ha dipinto. E poi c’è il vissuto di una donna uscita dall’associazionismo cattolico e transitata alla sinistra extraparlamentare, ma con juicio; infine, la Toscana non è il basso Lazio dove vivevo io. Un conto è il Granducato, altra cosa lo Stato della Chiesa.

Martini aggiunge un tassello al mosaico di quel processo di modernizzazione che portò una nazione agricola, stracattolica, feudale, ignorante, chiusa nella grettezza dei campanili, a trasformarsi, anche se in modo contraddittorio, tra una bomba e l’altra, con occasionali pistolettate. Però nella sua narrazione risulta in modo chiaro e semplice che il cambiamento ci fu; ci insegna che alla fine nel suo essere sempre se stessa l’Italia comunque cambia. Basti leggere le pagine dedicate alla quotidianità dell’emancipazione femminile, al terremoto del referendum sul divorzio e all’arrivo della pillola, alla motorizzazione di massa e a ciò che ha comportato anche per il cambiamento della vita femminile (chiedetevi un po’ perché i fondamentalisti islamici ce l’hanno tanto con le donne che guidano: una donna motorizzata è mobile, e la mobilità fa a cazzotti con la visione medievale dei ruoli in famiglia, che è essenzialmente immobile, o tale pretenderebbe di essere).

Due i poli di questo piccolo mondo che dall’antico scivola inesorabilmente verso il moderno: la grande e antica villa Gina, retaggio di un passato aristocratico, nella quale s’insedia la famiglia dell’autrice nelle primissime pagine; e il vasto e inquieto mondo esterno. La narrazione oscilla tra questi due spazi, quello dell’intimità famigliare e quello della città, prima Empoli e poi Firenze. E tra questi due punti di riferimento si snoda la vita dell’autrice, fino al momento in cui – ma no, non posso dire come si chiude il libro, alla fine è un po’ una sorpresa.

E poi la cucina. Martini riesce a parlare del cibo un po’ dappertutto e mai a sproposito, come in questo passaggio:

I Settanta sono stati anni di una generazione quasi totalmente presa dai progetti della politica, di un’Italia ancora assai moderata nei consumi, quasi spartana, per niente americanizzata, ancora contenta della sua ruralità. Le colazioni al bar col cappuccino e una buona pasta, un succo, una spuma, un pezzo salato, le merende in campagna o nelle pizzicherie di città, il bombolone caldo alle cinque, la cecina, la pizza a taglio o il migliaccio d’inverno, hanno accompagnato le nostre uscite.

Insomma: non era ancora l’ora dell’apericena, dei fast food, del finger food, degli chef star, di Eataly. Provenendo l’autrice da una famiglia di fornai, c’è tutta un’attenzione (gloriosamente italiana) a quello che si mangia e a quello che bolle in pentola. Ovviamente declinata toscanamente, tra ribollite e cecine (chi non sa cosa sono vada alla Wikipedia, ormai ci trovate tutto).

Sarà anche per questo che Gli anni forti l’ho mangiato in due giorni, come un bel panino con la finocchiona e accompagnamento di Chianti quello vero. Come merenda estiva, si può anche fare. (Però non scivoliamo sui compagni di merende, per carità, potremo essere in Toscana ma non siamo a Scandicci!).

Piccolo mondo toscano ultima modifica: 2021-08-24T10:57:27+02:00 da UMBERTO ROSSI

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