Un’idea di città, una visione del futuro

Ricorrono oggi 25 anni dalla scomparsa di Antonio Cederna.
FRANCESCO ERBANI
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Per tutta la vita, fino a che si è spento, il 27 agosto 1996, venticinque anni fa, Antonio Cederna ha sopportato l’accusa di essere un nostalgico, un patito della conservazione, un cultore arcigno della più insignificante pietra incastonata nel muro di un centro storico. Di essere, insomma, un avversario del moderno, in nome di un ambientalismo che sa solo retrodatare lo sguardo. C’è un però. Se Cederna non avesse preso la parola durante un consiglio comunale nell’aula Giulio Cesare del Campidoglio – era il giugno 1991, faceva caldo nonostante fosse passata la mezzanotte – Roma non avrebbe visto la costruzione della più rilevante architettura cittadina del secondo dopoguerra, l’Auditorium di Renzo Piano. Il suo intervento fu determinante per localizzare l’edificio là dov’è ora, di fronte al villaggio Olimpico, assecondando l’intuizione di un giovanissimo architetto, Francesco Ghio. Furono le sue parole, stentoree e martellanti, a sconfiggere l’altra proposta (il Borghetto Flaminio) che risaliva al piano regolatore di Marcello Piacentini del 1931.

La motivazione che Cederna adottò rivela un’idea di città tutt’altro che rivolta al passato: è l’urbanistica, la scelta di un luogo, la funzione in relazione a un contesto che rende possibile la buona architettura, non il contrario. E la prova è sotto gli occhi di tutti i romani, e non solo dei romani, che oggi frequentano quello spazio, che siano interessati alla musica o che non lo siano. L’Auditorium è un luogo di qualità, ma soprattutto è un pezzo di città, fa città, e come tale è riconosciuto.

Parco della Musica, Auditorium

Venticinque anni dopo la sua morte e alla vigilia del centesimo anniversario della nascita (27 ottobre 1921), in certi ambienti Cederna è comunque ancora raffigurato come il signor no, l’intellettuale, il giornalista dotato di un potere d’interdizione. Un influente protagonista del mondo immobiliare e finanziario, Francesco Gaetano Caltagirone, ha parlato spesso di un “cedernismo” che bloccherebbe grandi opere e altre intraprese ostacolando l’incedere della modernità. Dopo Cederna molti altri hanno subito le stesse imputazioni. Ma, restando a Cederna, come far rientrare in questa immagine la gran mole di articoli che, dal Mondo di Mario Pannunzio (dove scrive dal 1949 al 1966), al Corriere della Sera (che lo ospita dal 1967 al 1982), a Repubblica e all’Espresso (nei quali lavora fino alla morte), attestano una convinzione di fondo, e cioè che la salvaguardia dell’antico è un valore in sé, ma intanto è prodotto del mondo moderno e soprattutto è la condizione perché cresca una città effettivamente moderna?

Moderna è la disciplina urbanistica, insiste Cederna. Moderna è la città al cui interno il verde ha una funzione fondamentale, e non è soltanto un arredo che ingentilisce. Inoltre l’aggettivo moderno qualifica tutti i contesti in cui Cederna l’adotta. Gli piace la Piramide che l’architetto Pei realizza nel cortile del Louvre. Ma soprattutto gli piacciono i moderni quartieri, quasi sempre di edilizia pubblica, che si costruiscono nell’Europa del Nord, in Germania e in Francia ed essi sono una costante pietra di paragone, modello inarrivabile per le “palazzine e le palazzate”, gli “intensivi” senza verde e senza servizi che affollano le periferie di Roma. 

Un’immagine dell’Amsterdamse Bos, il Bosco di Amsterdam

Già a metà degli anni Sessanta, in una serie di articoli sul Mondo, Cederna sfoggia una rigorosa, meticolosa contabilità di quanto verde sia a disposizione dei cittadini di Amsterdam e quanto esiguo sia quello di cui godono i romani. È un verde che la città olandese attrezza ogni volta che realizza un quartiere, al pari di scuole e di ambulatori, di strade e di fognature, frutto di calcolata pianificazione, concepito come elemento cospicuo e non come vuoto. Un insediamento non è tale, aggiunge, se non ha una dotazione di parchi e giardini sufficiente allo svago o allo sport. 

Una vena di entusiasmo lo coglie nel raccontare la creazione del Bosco di Amsterdam, un parco a sud-ovest della città che sfiora i mille ettari e che gli appare prodotto culturale, essendo l’Olanda immune “da certe rovinose presunzioni di origine idealistica” e invece capace di una grande lezione: “quasi tutto quello che vediamo di naturale, dal meraviglioso paesaggio agricolo dell’ex Zuider See al Bosco di Amsterdam, è stato creato dall’uomo, dove prima c’erano mare e palude”. 

Non sono argomenti di cui la stampa di quegli anni si occupi. Ma lui insiste e alla fine degli anni Sessanta il Corriere lo invia negli Stati Uniti. Formalmente è incaricato di un’inchiesta sul tempo libero degli americani. Nei fatti scrive otto puntate sui 430 parchi pubblici di Chicago, sui 23 metri quadrati di verde a beneficio di tutti gli abitanti di Boston, “sull’immensa risorsa di natura e bellezza” frutto delle operazioni di ingegneria idraulica della Tennessee Valley Autority.

La città, il paesaggio, il patrimonio storico-artistico, il verde pubblico sono i campi in cui si esercita, dalla fine degli anni Quaranta e lungo il resto del Novecento, la sua controstoria dell’Italia repubblicana, il racconto di un Paese che patisce i danni di una crescita sregolata, dettata da interessi di parte. Ne sono effetti il dilagare delle seconde case, l’abusivismo edilizio, l’assalto alle coste meridionali, la galoppata del cemento che mette a rischio assetti idrogeologici e provoca la frana di Agrigento (1966) o le voragini che si spalancano nelle strade di Napoli.  

Cederna assume come proprio il radicalismo che si respira nelle stanze del Mondo. Non è né un estremista né un marxista. Come Ernesto Rossi contro i monopoli, la sua penna denuncia l’uso e l’abuso del suolo che fra Cinquanta e Sessanta si manifestano con voracità favorendo il formarsi di posizioni dominanti nel mercato delle aree. 

I vandali in casa è uno dei suoi articoli forse più celebri (e dà il titolo al suo libro del 1956). Esce sul Mondo nel 1951 e produce una delle più clamorose vittorie di Cederna: denuncia e blocca il progetto di distruggere la romana via Vittoria, una traversa di via del Corso, e gli isolati barocchi che arrivano a via Margutta. Uno strazio, lo definisce, risalente, di nuovo, al famigerato piano Piacentini. Un appello viene sottoscritto da centinaia di intellettuali. Secondo molti è l’atto di nascita di una coscienza ambientalista, che sfocerà qualche anno dopo nella fondazione di Italia Nostra.

Le aggressioni al centro storico di Roma sono agli occhi di Cederna in relazione con l’espansione distorta della città. Protagonisti di entrambe sono gli stessi attori, in prima fila la Società Generale Immobiliare, di proprietà vaticana. La tutela integrale dei centri storici è un’altra medaglia che Cederna può appuntarsi: dalla Carta di Gubbio in poi (1960) i nuclei antichi delle città godono di una protezione che dai monumenti si estende a tutto l’abitato.   

Oggi non mancano le insidie nei confronti dei centri storici, afflitti da spopolamento e spesso ridotti a quinta turistica. Ma il piccone che ancora all’alba degli anni Cinquanta si abbatteva a Milano sulla chiesa di San Giovanni in Conca, è in gran parte storia passata, anche se capita che torni in auge, come nella demolizione di alcuni villini primi Novecento a Roma. È qui un’altra delle vittorie che Cederna può vantare, al pari d’aver impedito che la villa dei Quintili, sull’Appia antica, diventasse un quartiere di lusso o che altrove, nella Regina viarum, sorgesse addirittura uno stadio. 

Tante vittorie, ma anche tante sconfitte inanellano la carriera di Cederna. Un bilancio che non si può ridurre in termini agonistici. E insieme al bilancio tante idee che ancora sfidano sindaci e assessori. Una su tutte: il romano Progetto Fori, che, come d’abitudine per Cederna, è un piano per dare valore (non commerciale) all’immensa area archeologica centrale della capitale, eliminando lo stradone dei Fori imperiali, ma che in più destina alla città “uno straordinario spazio pubblico” (così Leonardo Benevolo), un luogo da vivere, come si vive una piazza o come si vive l’Auditorium, e dove si spinge il “cuneo verde” che dall’Appia s’infila nel cuore di Roma.

Un’idea di città, una visione del futuro ultima modifica: 2021-08-27T12:35:08+02:00 da FRANCESCO ERBANI

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