Il nesso demografia-crisi climatica

Un recente rapporto dell’Onu sul cambiamento climatico mette di nuovo in primo piano il ruolo della crescita incontrollata della popolazione sulla Terra.
VITTORIO FILIPPI
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Se non si ridurranno le emissioni inquinanti in maniera tempestiva, le piogge torrenziali e le ondate di grande caldo peggioreranno per frequenza e intensità. Secondo i risultati preoccupanti del nuovo, recente rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change dell’ONU, non è ancora troppo tardi per impedire che nei prossimi decenni le temperature medie globali aumentino di più di 1,5 gradi rispetto al periodo preindustriale, considerata una soglia di riferimento per evitare danni catastrofici. Danni che comunque già ci sono: gli ultimi cinque anni sono stati i più caldi registrati dal 1850 a oggi e, probabilmente, l’ultimo decennio è stato il periodo più caldo degli ultimi 125mila anni; allo stesso tempo i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera sono i più alti degli ultimi due milioni di anni. Il rischio è che la “storia del futuro” sia una Terra inabitabile, come titola il libro del giornalista americano David Wallace-Wells.

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E qui si apre ancora una volta il dibattito – vexata quaestio – circa il fatto che non sia proprio la demografia la grande responsabile del dissesto ecologico del pianeta. Un pianeta, è stato stimato, in grado di sostenere tre miliardi di individui e non i quasi otto attuali. Ovvio che avere più abitanti significa maggiori consumi e maggiori emissioni, ma è anche notoriamente vero che è una minoranza (privilegiata) dell’umanità a incidere pesantemente sulle risorse del pianeta.

Tuttavia sul rapporto demografia-ecologia, per dirla così, occorre tener conto di tre aspetti. Il primo è che la grande corsa che ha permesso alla popolazione mondiale di passare dal 1900 al 2000 da 1,5 a sei miliardi di individui va decelerando. Superato il picco di cinque figli per donna nel 1964, l’anno del baby boom, il tasso globale medio di fecondità è arrivato ai 2,3 figli di oggi, mentre metà dei paesi del mondo viaggia oramai al di sotto della soglia di sostituzione di 2,1. Certo, inerzialmente, la popolazione dei paesi sub-sahariani continuerà a crescere prima che anche lì il tasso di fecondità si assesti alla soglia di sostituzione che stabilizza i livelli demografici. Comunque gli undici miliardi previsti per il 2100 si ridimensionerebbero a un picco di 9,7 nel 2064, e ciò è solo “un bene”, sostiene il geografo Danny Dorling in Rallentare. La fine della grande accelerazione e perché è un bene, attaccando il mito della cosiddetta growthmania.

In secondo luogo la decelerazione non è a costo zero, comporta degli squilibri, un po’ come una dieta radicale. Lo squilibrio più evidente è quello generazionale, riassunto nella parola invecchiamento. Ed è proprio il cambiamento climatico un nuovo, rilevante fattore di rischio per la salute (e per la longevità stessa) della popolazione anziana.

Infatti le fasce più vulnerabili della popolazione (anziani, soggetti con malattie cardiovascolari, diabete, malattie respiratorie croniche e coloro che vivono nelle aree urbane) sono esposte a rischi più elevati in molte regioni del mondo. In particolare l’Europa e il Mediterraneo orientale sono le aree che mostrano una vulnerabilità elevata e ciò si deve probabilmente proprio alla popolazione più anziana e longeva che vive nelle congestionate aree urbane di queste regioni. Con il progressivo innalzamento delle temperature questi soggetti saranno esposti a ulteriori morbilità e mortalità dovute allo stress termico, come avviene per le malattie cardiovascolari e renali.

Un interessante indice di vulnerabilità al calore è stato costruito utilizzando i dati elaborati nell’ambito del Global Burden of Disease, che ogni anno valuta l’impatto delle patologie, degli infortuni e dei fattori di rischio sulla popolazione mondiale. Non è da trascurare che l’aumento della temperatura media a cui la popolazione è esposta è ben superiore all’aumento medio di quella globale, in conseguenza del fatto che il termometro sale di più nelle aree urbanizzate, con maggiore impatto sulla salute. Inoltre crescono gli effetti del clima sulla salute mentale, rivelando un aumento di problemi psichici e di tentati suicidi associati a una crescente esposizione a climi estremi. E anche nel caso di eventi meteorologici estremi sono gli anziani – specie quelli con svantaggi economici o relazionali – a risultare particolarmente soccombenti, come insegna l’esperienza americana nel caso degli uragani Sandy e Katrina.

Infine si può anche provare a rovesciare il discorso demografia-crisi ambientale valutando quanto quest’ultima possa incidere negativamente sulla demografia stessa. E non solo in termini di salute e mortalità, com’è facilmente intuibile e – come si è detto in precedenza – con l’aggravante prodotta dalla fragilità tipica delle popolazioni anziane. Ma anche in termini di denatalità, sia per motivi strettamente bioambientali, sia per motivi di disincentivo psicologico-progettuale a procreare in un mondo destinato alle incognite spaventose delle alterazioni climatiche. Circa i primi motivi va qui citata la tesi di Shanna Swan, autrice di Count Down, che ricorda come la conta spermatica nei maschi occidentali si sia pressoché dimezzata negli ultimi quarant’anni a causa di molti fattori, tra i quali l’inquinamento da microplastiche capaci di agire da interferenti endocrini.

Insomma il nesso demografia-crisi climatica non è certo semplice e tantomeno monocausale. Quello che invece sembra sicuro è che si dovranno gestire pressoché in simultanea la decelerazione demografica, con il suo fragile portato dell’invecchiamento longevo, e la crisi ambientale, con la speranza che quest’ultima non incida in modo troppo esiziale sulla demografia stessa.

Il nesso demografia-crisi climatica ultima modifica: 2021-08-29T19:17:41+02:00 da VITTORIO FILIPPI

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