Il bonipertismo realizzato

Francesco “Morgan” Morini era uno di quei giocatori che oggi non piacerebbero. Troppo sobrio, troppo lontano dal divismo contemporaneo, troppo figlio di un altro tempo, di un'altra Italia, di un calcio in cui i ruoli erano ben definiti e uno stopper come lui aveva la funzione di fermare le azioni avversarie.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Francesco Morini era uno di quei giocatori che oggi non piacerebbero. Troppo sobrio, troppo lontano dal divismo contemporaneo, troppo figlio di un altro tempo, di un’altra Italia, di un calcio in cui i ruoli erano ben definiti e uno stopper come lui aveva la funzione di fermare le azioni avversarie, senza pretendere di costruire da dietro o di lasciarsi andare a giocate che il più delle volte, se affidate ai piedi sbagliati, possono rivelarsi clamorosi autogol. Era cosciente, “Morgan” Morini, così soprannominato dai cronisti dell’epoca per il coraggio e l’impeto che l’accomunavano al celebre pirata, di non possedere i piedi fatati del compagno di reparto Scirea. Aveva insomma l’umiltà propria dei grandi, una mitezza naturale che in campo si trasformava in ferocia spietata, una grinta che gli permise di essere protagonista in bianconero per un intero decennio, egemonizzando gli anni Settanta e raggiungendo l’apice nella vittoriosa notte di Bilbao, quando anche grazie alla sua forza d’animo i ragazzi di Trapattoni riuscirono nell’impresa di arginare la furia dei baschi e del loro scatenato pubblico.

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Era la Juve tutta italiana, quella del ’77, la Juve dei 51 punti su 60, contro i 50 del Toro di Radice, e dell’accoppiata scudetto-Coppa UEFA, mentre Torino e l’Italia erano scosse da un anno indimenticabile e da una straziante scia di sangue che si estendeva dalle fabbriche alle strade.

“Ciao Ciccio… Rivale in campo, amico fuori”. Da un Tweet di Claudio Sala (@salaclaudio7), a destra nella foto. A sinistra Romeo Benetti

Francesco Morini è stato il simbolo della passione con pochi mezzi, del sacrificio estremo, di una Juve meridionale e assetata di riscossa, di un Paese che si divideva su tutto ma coltivava alcuni valori imprescindibili, un figlio del dopoguerra e della sua speranzosa e tragica grandezza. Quella Juve che vinceva quasi sempre era, infatti, l’orgoglio degli operai saliti al Nord per sfuggire alla fame, il mito delle tute blu che sfilavano in corteo, ricordando ad Agnelli che “l’Indocina ce l’hai nell’officina”, ma poi segnava Pietruzzu da Catania ed ecco che padrone e salariato diventavano, per novanta minuti, un tutt’uno.

Era la leggenda nata dalla semplicità, senza particolare talento, animata unicamente da una ferrea volontà di emergere dopo aver mangiato la polvere.

Morini era pisano di San Giuliano Terme, era arrivato a Torino su suggerimento di Boniperti, non ancora presidente, mentre in città infuriava l’autunno caldo di Mirafiori, e a Torino aveva trovato il suo ambiente ideale, tanto che poi vi sarebbe tornato da dirigente per rendere eterno il bonipertismo, uno stile di vita che andava ben al di là dello sport. Aveva la Juve nel sangue, i colori bianconeri tatuati addosso come una seconda pelle e il desiderio di rimanere se stesso anche in una fase storica che proprio non gli apparteneva.

Se ne va, Checco Morini, in una stagione nella quale difficilmente si riesce ancora a capire qualcosa, in cui i difensori impostano, abbondano i tuttocampisti e la Juventus sta vivendo una crisi d’identità con pochi precedenti. Al cospetto di tanti lustrini, ci mancherà la sua disarmante normalità. 

Il bonipertismo realizzato ultima modifica: 2021-08-31T12:50:00+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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