Dopo Merkel, una Germania ancora più europea

I principali candidati alla successione della cancelliera vogliono tutti far avanzare il progetto d’integrazione. Ma con proposte e ambizioni diverse.
MATTEO ANGELI
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Durante i suoi sedici anni al potere in Germania, Angela Merkel è stata il leader politico più influente d’Europa. La cancelliera ha preso decisioni che resteranno nella storia del continente. Si pensi alla durezza con cui ha imposto le misure di austerity alla Grecia, durante la crisi della zona euro. O alla scelta unilaterale, nell’agosto 2015, di sospendere il regolamento di Dublino e accogliere tutti i rifugiati siriani in arrivo sul territorio tedesco. Per un totale di più di un milione di persone. O ancora, all’impulso decisivo all’accordo sul Recovery fund, il fondo di ripresa post-Covid, con il quale, per la prima volta nella storia, i ventisette stati europei si troveranno ad avere un debito comune. 

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Ora che il regno di Merkel è al tramonto, la grande domanda che si pongono osservatori europei e internazionali è: cosa cambia per l’Unione europea? Probabilmente poco, la risposta breve. Al di là dell’estrema destra dell’AfD, i principali partiti tedeschi condividono una forte adesione al progetto d’integrazione. Con varie sfumature. Esse costituiscono una vera e propria cartina tornasole per provare a sciogliere il rebus delle alleanze post-voto. 

Una delle priorità del nuovo cancelliere sarà difendere il ruolo della Germania nel mondo. “La Germania è forte, quando l’Europa è forte”, si legge a chiare lettere nel programma della Cdu, il partito di Merkel. E negli anni a venire l’Ue dovrà inevitabilmente essere forte, per difendere i suoi valori e il suo modello di vita. In un contesto geopolitico caratterizzato dall’ascesa dei regimi autoritari.

Al momento, il maggiore limite dell’Europa quando si tratta di agire sulla scena internazionale, è il principio d’unanimità nelle decisioni di politica estera. Esso rallenta e ridimensiona, enormemente, la capacità dell’Ue di presentarsi come un attore globale. Da questo punto di vista, tutti i principali partiti sono d’accordo. Spd, Cdu, Verdi e Fdp sostengono che è ora di porre fine al diritto di veto nelle decisioni di politica estera e sicurezza comune. E introdurre la votazione a maggioranza qualificata. Questo è quindi uno dei primi punti sui quali la Germania potrebbe far pesare la propria influenza nei mesi e anni a venire.

Per “imparare a parlare il linguaggio del potere” –  l’espressione è dell’Alto rappresentante Ue Josep Borrel -, l’Europa dovrà anche aumentare la sua capacità militare. I conservatori della Cdu-Csu sono quelli che premono maggiormente nella direzione di un’unione della difesa. Lo fanno identificando degli obiettivi chiari ai quali agganciare il futuro governo. Affermano che negli anni a venire la Germania dovrà fare passi avanti verso il target del 2 per cento del Pil destinato alla difesa, soglia fissata nel 2014 dalla Nato. Al momento, il paese è al 1,56 per cento.

Una posizione non condivisa dai principali avversari. Il socialdemocratico Olaf Scholz, che attualmente guida i sondaggi, fa l’equilibrista. Riconosce che la spesa dedicata alla difesa dovrebbe aumentare, ma rifiuta di legarsi le mani all’obiettivo del 2 per cento. Egli sostiene che negli anni a venire ci sarà un boom economico e che questo ridurrà inevitabilmente la percentuale del Pil in spese militari. I Verdi, poi, sono ancora più categorici nel rigettare l’obiettivo Nato. 

Nel duello televisivo di domenica scorsa tra i tre principali candidati alla cancelleria, il cristiano democratico Armin Laschet ha segnato un punto quando ha rimproverato al rivale Scholz di opporsi all’acquisto di droni armati per l’esercito tedesco. Su questo tema la Spd tergiversa da anni, mentre i Verdi hanno recentemente adattato la loro posizione. In occasione del congresso che ha ufficializzato al nomina di Annalena Baerbock a candidata cancelliera, gli ecologisti hanno infatti lasciato la porta aperta all’impiego di droni armati. Un po’ per calcolo elettorale – in giugno un’alleanza post-voto con la Cdu sembrava inevitabile. Un po’ perché hanno riconosciuto che in certe situazioni “i droni armati possono proteggere in nostri soldati”. 

Sempre nel dibattito di domenica, Laschet è andato all’attacco di Scholz, dicendo che con lui ci sarebbe il rischio di un governo rosso-rosso-verde, che unisca Spd, ecologisti e sinistra-sinistra della Linke. Questo è lo spauracchio che i conservatori agitano nelle situazioni estreme. Scholz non ha escluso apertamente tale opzione. Di fatto, però il candidato socialdemocratico ha fatto capire che l’alleanza con la Linke non si farà, perché la precondizione per ogni coalizione da lui guidata sarà una convinta adesione alla Nato. Cosa che dalla Linke non avrà mai, perché il partito vorrebbe addirittura fare uscire la Germania dall’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord

Sulle politiche climatiche europee, invece oltre la retorica, non ci sono vere proposte di rottura. La cosa non stupisce, per due motivi. Da un lato, la Commissione europea di Ursula von der Leyen ha fatto della transizione ecologica il suo obiettivo cardine, portando avanti una strategia ambiziosissima, con il Green Deal. Dall’altro, il tema è stato trattato in questa campagna soprattutto da un punto di vista nazionale, con i Verdi che hanno messo sul tavolo una serie di proposte coraggiose e Cdu ma anche Spd impegnate a frenare. Scholz, ad esempio, controbatte sempre agli avversari ecologisti che “la lotta al cambiamento climatico deve essere anche un progetto industriale”.

Detto ciò, in prospettiva europea, la proposta più originale viene forse dalla Cdu, che suggerisce l’introduzione di un inviato speciale dell’Ue per il clima, sul modello dell’americano John Kerry. Un’idea che la dice lunga su come i conservatori percepiscono la questione. Per loro, si tratta soprattutto di una sfida internazionale, che può essere vinta solo persuadendo anche i nostri partner ad abbracciare la transizione. 

Più complessa, invece, la situazione sulle questioni economiche. Potrebbe arrivare presto una delusione per chi spera che con la pandemia e il Recovery Fund la Germania abbia finalmente abbandonato le politiche del rigore.

In riferimento al Recovery Fund, nel suo programma la Cdu afferma: il debito comune europeo è qualcosa di occasionale, dettato dalla drammatica contingenza del Covid. “Non è l’inizio di un’unione dei debiti, e non dovrà diventarlo”. Toni diversi a sinistra. La Spd dice: “Trasformeremo il patto di stabilità e crescita in un patto di sostenibilità. Invece di un ritorno alla politica di austerità del passato, manterremo la politica d’investimento comune iniziata durante la pandemia. Un’Europa a prova di crisi deve essere in grado di agire in termini di politica fiscale e svilupparsi in una vera unione fiscale, economica e sociale”.

In Verdi, in modo analogo, vogliono trasformare il patto di stabilità in uno strumento permanente d’investimento e stabilizzazione, sotto il controllo del Parlamento europeo. Puntano a far evolvere l’unione monetaria in un’unione sociale, che consenta all’Ue d’investire adeguatamente in protezione del clima, digitalizzazione, ricerca e istruzione.

Christian Linder, è il leader dei liberali della Fdp. Non fa segreto di preferire un’alleanza con la Cdu piuttosto che con la Spd. Inoltre, ha già detto che, nel caso in cui la Fdp partecipasse al nuovo governo, chiederà per sé il posto di ministro delle Finanze.

Perché preoccuparsi allora? I liberali della Fdp, dati attualmente al 13 per cento nei sondaggi, sono con ogni probabilità il partito che determinerà il prossimo cancelliere. L’alleanza preferita da Scholz è la cosiddetta Ampelkoalition, la coalizione semaforo che unisce Spd, Verdi e liberali. Ma la Fdp somiglia molto più alla Cdu. 

Nel loro programma i liberali chiedono che il patto di stabilità e crescita, che è stato sospeso per tutta la durata della pandemia, sia completamente ripristinato dopo la crisi. Per di più, inasprendo le sanzioni contro i paesi che violano le regole. Come la Cdu, la Fdp s’oppone strenuamente a una qualsiasi condivisione del debito tra gli stati europei.

A meno di quattro settimane dal voto, l’unica coalizione che escluda il freno di Cdu e Fdp è la già citata rosso-rosso-verde. Ma Scholz non la rigetta apertamente per un solo motivo. Nel caso in cui arrivasse primo il 26 settembre, lo spauracchio di un’alleanza con l’estrema sinistra giocherà allora anche a suo favore. Potrà usarlo per ricattare la Fdp, obbligarla a un sussulto di responsabilità e forzarla in una coalizione con Spd e Verdi. Attenzione, però. Già nel 2017, fu proprio la Fdp a far saltare la possibilità di un’alleanza con Cdu e Verdi. I liberali e i loro leader, Christian Lindner, venderanno cara la pelle. Spd e Verdi saranno probabilmente costretti a sacrificare parte dei loro progetti per l’Europa. La parte più ambiziosa.  

Dopo Merkel, una Germania ancora più europea ultima modifica: 2021-09-03T13:19:34+02:00 da MATTEO ANGELI

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