Quando scrivere era solo una vocazione

Daniele Del Giudice. I tempi del giornalista militante e il passaggio definitivo alla scrittura.
ALDO GARZIA
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Ho il piacere di avere avuto Daniele De Giudice come collega per tre anni. Curava le pagine culturali di Pace e guerra, mensile diretto da Luciana Castellina, Claudio Napoleoni e Stefano Rodotà, curato editorialmente da Franco Alfani. Daniele era timido, cortese, preciso. Non faceva lavoro di redazione, perché impegnato a Paese sera. Partecipava alle nostre periodiche riunioni, faceva le sue proposte e consegnava con precisione i suoi pezzi di cui si apprezzava il talento per la scrittura curatissima. Perlopiù, faceva parlare altri con interviste o tavole rotonde, concedendosi poco in prima persona. 

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Lui aveva un rapporto culturale speciale con Massimo Cacciari, tra i collaboratori del mensile. Ricordo la  gentilezza nei rapporti con il resto della redazione e qualche colloquio impegnato – anche nella sua bella casa a piazza Ricci a Campo dei fiori – sulla propria vocazione di scrittore e non di giornalista, oltre che sui limiti dello scrivere sui giornali. Che il giorno dopo, se va bene, servono ad avvolgere frutta o pesce. Il Daniele conosciuto nel 1980 parlava della sua vera aspirazione ma non aveva ancora scelto di fare lo scrittore.

Quando Del Giudice decise di trasferirsi a Venezia e di scegliere il definitivo mestiere di scrittore per Einaudi, la nostra amicizia e frequentazione s’interruppe. Ma non del tutto. In occasione dell’uscita del suo primo romanzo Atlante occidentale (1985), lui accolse subito il mio invito a concedere a Palomar, il quadrimestrale di cui ero direttore, nato da un gruppo di intellettuali liguri con sede a Porto Venere, una lunga e dettagliata conversazione. Qualcosa in più di una semplice intervista, come riscopriranno i lettori che ora la possono leggere su ytali: è una riflessione a tutto campo sulle ragioni dello scrivere, sulla ricerca connaturata a scrittura e letteratura, oltre che sugli intricati rapporti tra scienza, filosofia e scrittura alla ricerca di una necessaria interdisciplinarità quasi sempre irraggiungibile. Palomar era del resto una testata che si ispirava all’omonimo romanzo di Italo Calvino, “maestro” ideale di Del Giudice. Una ragione in più per Daniele affinché accettasse  immediatamente, con curiosità, la mia proposta. Ne uscì un testo importante, da riscoprire e citare d’ora in avanti per gli studiosi dell’opera di Del Giudice.Scorrendo le pagine di Pace e guerra, ho ritrovato un prezioso faccia a faccia tra Luigi Nono e Massimo Cacciari sul ruolo della musica curato da Del Giudice (settembre 1980), più altri suoi scritti sparsi. Che nostalgia! Eravamo molto giovani, con molte idee e tanti progetti. Alcuni di noi – come Daniele – avevano un talento particolare. Ho in libreria tutti i suoi romanzi. Quando seppi, purtroppo molti anni fa, della malattia che lo aveva colpito nel pieno della creatività, provai sconcerto. Il suo scrivere era stato costretto a interrompersi.

Quando scrivere era solo una vocazione ultima modifica: 2021-09-03T17:06:33+02:00 da ALDO GARZIA

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