Antonia Pozzi, cronaca di un suicidio annunciato

MARIO GAZZERI
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Dei poeti si possono visitare solo le periferie dell’anima, afferrando il lamento di un verso, sillabando assieme a loro parole nascoste, chiudendo i loro libri di versi e riscoprendo allora noi stessi un po’ diversi. La breve vita di Antonia Pozzi ci viene ora narrata attraverso lettere, fotografie, pagine di diario e poesie scelte e raccolte con supremo amore da Paolo Cognetti, alpinista e scrittore, vincitore del Premio Strega nel 2016 con Le otto montagne. Nata nel 1912 in una ricca e colta famiglia dell’alta borghesia milanese (il padre era un noto penalista e la madre una nobildonna), Antonia (L’Antonia è appunto il titolo del libro voluto da Cognetti e pubblicato da Ponte alle Grazie) dimostrò fin da bambina una sensibilità quasi morbosa “per le cose che – come diceva Guido Gozzano – potevano essere e non sono state” affiancata da una padronanza della lingua italiana destinata a svilupparsi e a impreziosirsi col passare del tempo. Di quel poco tempo che lei stessa volle concedersi.

Nel 1931, appena diciannovenne, scrive alla famiglia lettere dall’Inghilterra, dove è ospite di una gentile famiglia londinese, che rivelano una sottile e non comune interpretazione del mondo, dei sentimenti,

…tutte le cose che ho lasciate, sono lontane lontane: non sono più presenti e non sono ancora diventate ricordo… Io sono come i gatti che si affezionano di più alle cose che agli uomini, più ai muri che alla faccia del padrone…

Ma già allora, l’ombra che le avrebbe tolto il sorriso, quel male di vivere ancora nascosto, sembra emergere in altri passaggi del suo carteggio con la famiglia e gli amici rimasti a Milano.

È così orribile, sai, pensare che io tornerò nel mio paese e continuerò a vivere e poi morirò e tutte le cose che sono state mie per tanti giorni, la chiesa, il cimitero, il chiostro, il giardino della casa e tutto, tutto, continueranno a vivere staccate da me, avulse da me, morte per i miei occhi.

Sono le avvisaglie del “male oscuro” che la travolgerà pochi anni dopo e che le faranno scrivere poesie come “Deserto”,

A notte

ombre di cancelli sulla neve

come ombre di grate

sopra il letto disfatto

di ospedale. 

Eppure l’Antonia per alcuni anni ancora non cede, trovando nell’amore per l’alta montagna, probabile metafora di tutto ciò che è puro e irraggiungibile, l’antidoto alla sua depressione. Divenne amica di famosi alpinisti come Emilio Comici e di guide come Joseph Pellissier, sembrò ritrovare se stessa nella casa acquistata dal padre a Pasturo, in Valsassina, dove nacquero alcune delle sue poesie più belle e delle sue pagine più felici. “L’Antonia amava i contadini, i montanari, i bambini, i fiori, le acque, la neve. E gli uomini, anche”, annota Cognetti. E infatti Antonia Pozzi si innamorava facilmente, nei suoi vent’anni, come tutti. Amava molto, come si è detto, la montagna, quella stessa montagna dove tuttavia andava a visitare i cimiteri di guerra.

Io strappo dalla chioma di un pino

un ramo in forma di croce:

di là dal cancello lo infiggo

per tutte le tombe.

Ma di qua dal cancello

serrata

contro le sbarre

della mia profonda

pena d’esser viva

rimango

e solo è in pace

con la vostra pace

il sogno

dell’estremo giacere”.

Lo studio di Antonia Pozzi a Villa Pozzi, a Pasturo.

A Milano divenne amica di intellettuali, artisti e filosofi della sua generazione come Remo Cantoni, Dino Formaggio, Vittorio Sereni, Maria Corti. Antonia ebbe con alcuni di loro brevi storie d’amore e una stima e un “comune sentire” che li legarono per sempre. Difficile sintetizzare in un breve scritto le emozioni, il dolore, la solidarietà umana per questa giovane donna e grande poetessa. Una voce diversa, sofferta eppur colma d’amore, vissuta in un tempo in cui le poetesse non potevano ancora godere dei riconoscimenti, della stima, dell’apprezzamento di un mondo culturale dominato dagli uomini. Una donna che si perdeva nella sua scrittura, che agonizzava nel pensiero della fine, della caducità delle cose. Una donna che non temeva di scrivere cose suscettibili, allora, di sollevare scandalo come nella poesia “Innocenza” (che si può trovare nel volumetto Mia vita cara a cura di Elisa Ruotolo, Internopoesia editore),

Sotto tanto sole
nella barca ristretta
il brivido
di sentire contro le mie ginocchia
la nudità pura d’un fanciullo
e l’ebbro strazio di covare nel sangue
quello ch’egli non sa.

Spesso le sue poesie sono lunghe e illuminate dal desiderio di una vita che sente sfuggirle, come nei versi finali di “Canto selvaggio”:

Avrei voluto scattare in uno slancio a quella luce,
e sdraiarmi nel sole, e denudarmi,
perché il morente dio s’abbeverasse
del mio sangue. Poi restare, a notte,
stesa nel prato, con le vene vuote,
le stelle – a lapidare imbestialite
la mia carne disseccata, morta. 

Eros e Thanatos, in filigrana onnipresenti. I suoi versi si colorano di grigio a partire dagli anni tra il ’33 e il ’35. Nel ’36 scrive “Periferia”, una triste poesia che riflette il tramonto di ogni speranza, il crepuscolo di una vita che non ha voluto darle di più.

…e il peso del silenzio
tra case non finite
grava con noi sulla fanghiglia
ai piedi dell’ultimo fanale.

E il silenzio tra le case non finite (forse la sua vita) è come “il vento leggero/ sopra enormi/ baratri azzurri”. Versi del 1937, la vigilia della fine. Sopraffatta dalla depressione, affonda nella nostalgia di ciò che non è stato. E in una sera dell’inverno del ’38, l’Antonia prende la sua bicicletta attraversando trafelata, e forse in preda a un “ebbro strazio”, una Milano fredda e innevata. Raggiunge, nella sua “disperazione mortale” come lasciò scritto, l’Abbazia di Chiaravalle. Qui scende dalla bicicletta e si distende in un freddo fossato. E si uccide. 

Antonia Pozzi, cronaca di un suicidio annunciato ultima modifica: 2021-09-05T17:29:29+02:00 da MARIO GAZZERI

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