La libertà è sapere del limite

Essendo all’ordine del giorno, per un drammatico convergere di circostanze ambientali e sociali, la possibilità della fine non di alcuni ma di tutta l’umanità, abbiamo forse l’occasione di riequilibrare, di portare in parità le due coscienze, quella individuale e quella collettiva.
ALBERTO MADRICARDO
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L’umanità si è inoltrata per ben un ventennio nel secolo XXI secolo senza un progetto per la nuova epoca, accentuando le derive che l’hanno portata alla situazione di oggi, sebbene fin dagli anni Settanta si sapesse che stavamo andando verso il baratro. 

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 Il modello economico sociale che abbiamo praticato fino a ora è chiaramente insostenibile e l’urgenza di cambiarlo si fa molto stretta. Un limite ambientale oggettivo, planetario, che non riguarda individui o singole comunità, ma l’intera specie umana, prima di adesso non lo abbiamo mai incontrato (se non nella dimensione religiosa, connesso all’idea di fine dei tempi e di giudizio universale). Il limite impone una responsabilità verso di esso e, poiché quello ambientale la riguarda direttamente, è la coscienza collettiva che deve direttamente assumerla. 

Dobbiamo contare sulle capacità di dirigerci per mezzo della riflessione e del sapere del mondo che riusciamo a produrre. L’esito cui darà luogo questa situazione dipenderà principalmente dalla capacità di elaborare collettivamente la responsabilità verso il limite ambientale che si stringe intorno a noi. 

Alla luce degli effetti che ha prodotto e produce, la coscienza sociale deve correggere ed educare i suoi impulsi, agendo sulla propria stessa radice: ciò che sappiamo del mondo deve orientare il nostro sentire. Sentire e sapere sono in contrasto. Noi sappiamo, per esempio, di non essere onnipotenti e di avere dei limiti – prima di tutto quello della mortalità – ma istintivamente, in noi stessi, “ci sentiamo” onnipotenti e immortali. È bene che sia così, che la nostra vitalità – il sentirci vivi – possa sgorgare senza essere schiacciata da nulla. Ma l’impulso vitale occupa veramente posto nella realtà solo comprendendo, facendosi coscienza dei limiti che questa impone. Si tratta di un processo sempre molto delicato e difficile Non a caso, nella Bibbia sta scritto: “dove c’è molta sapienza c’è molto affanno e chi aumenta la conoscenza, aumenta il dolore” (Ecclesiaste 1 – 18). Ma, se riesce, compie la trasformazione miracolosa del limite in possibilità. La nostra vicenda sulla terra consiste in una lunga, dolorosa transizione dal sentire al sapere. Se vogliamo sopravvivere come umanità, dobbiamo affidarci al nostro sapere del mondo piuttosto che al nostro impulso immediato, alla riflessione piuttosto che all’istinto. 

Gli impulsi di ribellione sociale al sapere della realtà in nome di un incondizionato “sentire” si fanno oggi sempre più forti e pericolosi.  Una ventata di ribellismo irrazionale minaccia seriamente la società occidentale. Per quanto assuma forme spesso bizzarre e strampalate (complottismo, terrapiattismo, movimenti no vax, ecc.), il loro denominatore comune è il rifiuto della realtà, del sapere sociale che abbiamo raggiunto di essa. I fenomeni di rifiuto della scienza in nome di una “libertà” assoluta, di un soggettivismo estremo, credo possano essere definiti come  più o meno larvate manifestazioni di panico. 

Come ho già avuto modo di dire in altra occasione (Città consapevole: oltre la globalizzazione), i fenomeni provocati dal panico, dalla ribellione irrazionale, impulsiva, contro una realtà percepita come troppo stringente e soffocante, sono destinati a crescere  mano a mano  che ci appaiono più evidenti i limiti  ambientali. Il panico, si può forse dire, nasce da un istintivo rifiuto della realtà. O meglio, non istintivo: l’istinto è di per sé sempre innocente. È energia vitale che viene orientata sempre in qualche modo dalla coscienza, da idee che essa si è formata. Percepire ogni limitazione e obbligazione come un attacco alla libertà personale e collettiva non è dell’istinto: è di un’ideologia.  È nella migliore delle ipotesi un tragico errore, nella peggiore un inganno. In ogni caso un equivoco che minaccia alla base le nostre democrazie. 

La libertà è altra cosa. Goethe ne dà un’icastica definizione: la libertà non è null’alto che la possibilità di fare la cosa più razionale rispetto a  tutte le altre condizioni”. Decisioni razionali sono quelle che tengono conto del maggior numero possibile di aspetti della realtà. Siamo cioè tanto più razionali nelle nostre decisioni – quindi più liberi – quanto più, conosciamo il mondo in cui ci troviamo. Per quanto non privo di lacune, incertezze ed errori, anche gravi, la nostra scienza (il nostro sapere del mondo) è l’unica guida che abbiamo per sopravvivere come specie in un ambiente reale che ci va sempre più ristretto. In tempi di pandemia, la prima decisione razionale, quindi libera, è quella di limitare al massimo le possibilità di contagio. 

Nelle condizioni in cui ci troviamo oggi, l’educazione sociale alla realtà, l’elaborazione, la traduzione in chance dei limiti che essa impone, deve essere accelerata in tempi brevissimi. Deve condurre non a un’impossibile eradicazione dell’istinto vitale che, nella sua spontaneità, ci spinge a espanderci sfrenatamente incuranti delle conseguenze, ma a un’adeguazione non passiva del nostro sentire al sapere che siamo riusciti a realizzare. È il lavoro che – come rilevato da Freud – la civilizzazione in qualche modo ha sempre fatto, ma ora deve essere attuato con un’intensità e sistematicità senza precedenti.  

Ciò che spinge il sentire di sé umano a sublimarsi in un sapere del mondo è sempre l’incontro con il limite. Esso emerge per segnalarci qualcosa che abbiamo rimosso, eluso o non affrontato della nostra reale condizione. Il limite ci dà il senso della realtà. Se la coscienza vi aderisce pienamente, grazie a esso si sviluppa, si espande. Si fa più capiente, di verità diverse, senza con ciò cadere nella banalità del relativismo. 

Al contrario, il sentire immediato, se si arrocca nella ripulsa panica del limite, può sfociare nella distruzione e nell’autodistruzione. Non solo la coscienza si sviluppa e diviene più libera attraverso la conoscenza, ma anche il sentire umano si approfondisce, diviene meno cieco, più forte e costante grazie a essa.  

Fino a oggi la morte è sempre stata considerata un limite che riguarda il singolo, ritenendosi la specie umana, con il susseguirsi infinito delle sue generazioni, sostanzialmente immortale. I Greci ritenevano gli individui mortali ma pensavano la polis, abitata dai polloi (intesi non solo come molti compresenti e interagenti nello spazio della città ma anche connessi tra loro nel tempo dalla continuità biologica della sequenza illimitata delle generazioni), immortale, come la physis, eterna genitrice. Perciò affidavano alla città, che consideravano eterna, la memoria immortale delle imprese gloriose  degli individui. 

La coscienza della loro mortalità ha dato alla coscienza degli individui uno stimolo in più rispetto a quella collettiva. In questo senso spiegherei l’affermazione di Edgar Morin: “Gli individui umani, quanto alla loro capacità di riflessione e alla loro coscienza, sono più complessi della società di cui fanno parte” (La natura della natura). Per questo – tra l’altro – sono gli individui che hanno riflettuto sulla città e hanno inventato la politica: l’arte di mantenere in vita la città. 

Ci sono stati, per la verità, momenti in cui la coscienza collettiva della città si è chinata a sua volta meditare coralmente sull’individuo, sul suo destino: è stata questo la tragedia. Ma ciò è avvenuto di rado: in generale sono stati molto più gli individui a meditare sulla comunità che le comunità sugli individui. Dovendo elaborare in più il limite della propria mortalità, la coscienza individuale è stata quasi sempre “più avanti” di quella collettiva. 

Ora, essendo all’ordine del giorno, per un drammatico convergere di circostanze ambientali e sociali, la possibilità della fine non di alcuni ma di tutta l’umanità, abbiamo forse l’occasione di riequilibrare, di portare in parità le due coscienze, quella individuale e quella collettiva. L’accoglimento e l’elaborazione sociale della possibile morte della specie può forse aprire la strada a una consapevolezza dei molti, a una libertà ben più profonda e radicale di quanto finora abbiamo mai potuto immaginare.

La libertà è sapere del limite ultima modifica: 2021-09-07T11:00:00+02:00 da ALBERTO MADRICARDO

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