L’uomo prima del campione

Giacinto Facchetti da Treviglio, terzino fluidificante con il vizio del gol, capace di sfondare in attacco come un'ala e di svolgere al meglio le due fasi di gioco, galantuomo in tutti i sensi, bandiera della Grande Inter. Quindici anni fa la sua scomparsa prematura.
ROBERTO BERTONI
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Giacinto Facchetti, come Gaetano Scirea e altri campioni del calcio che fu, era un grande uomo prim’ancora che un fuoriclasse amato dai suoi tifosi e ammirato anche dagli avversari. Quindici anni dal giorno in cui se n’è andato, a soli sessantaquattro anni, sconfitto da un tumore al pancreas, e sembra ieri che scrivevamo pezzi colmi d’incredulità, al termine di un’estate che ci aveva issato sul tetto del mondo ma aveva anche sgretolato le nostre certezze, dato che era stata l’estate di Calciopoli, della retrocessione coatta della Juventus in Serie B e delle penalizzazioni di Lazio, Milan e Fiorentina in Serie A. Un’estate complessivamente tragica, dunque, nella quale l’Inter di Moratti era risultata la vincitrice morale, con tanto di scudetto assegnatole a tavolino dall’allora presidente federale Guido Rossi, e il dominio nerazzurro, che sarebbe culminato quattro anni dopo nella notte dell’apoteosi a Madrid, era appena all’inizio.

Giacinto non ha fatto in tempo a vederlo, lui che era stato tra i protagonisti assoluti di un’altra stagione magica per i colori interisti, quando i ragazzi di Herrera dominavano in giro per il mondo e i ragazzini nati in quegli anni ripetevano con orgoglio la preghiera laica che recitava, per l’appunto, “Sarti-Burgnich-Facchetti…”. Facchetti da Treviglio, terzino fluidificante con il vizio del gol, capace di sfondare in attacco come un’ala e di svolgere al meglio le due fasi di gioco, galantuomo in tutti i sensi, bandiera della Grande Inter e poi sempre al fianco dei colori nerazzurri, ha incarnato alla perfezione la voglia di vivere di un’Italia che sapeva sognare e credeva profondamente in se stessa.

Quando si presentò, giovanissimo, alla corte del Mago argentino, questi ne storpiò per sbaglio il nome chiamandolo “Cipelletti”, e così divenne per tutti il “Cipe”, con il numero 3 sulla schiena, la testa alta e una corsa elegante e irrefrenabile, negli anni in cui l’Inter dominava ovunque e Milano era davvero la capitale morale e il simbolo della rinascita, economica e industriale, di un Paese che si era messo definitivamente alle spalle gli orrori della guerra.

Facchetti, figlio della provincia bergamasca, ha illuminato tante splendide giornate nerazzurre e riempito di gioia anche i nostri cuori azzurri, conquistando da capitano gli Europei del ’68 e partecipando da par suo alla spedizione messicana del ’70, che non culminò nella vittoria solo perché in finale ci trovammo davanti l’invincibile Brasile di Pelé. “Giacinto Magno”, come lo aveva soprannominato Giovanni Arpino, ha svolto ruoli importanti anche dietro la scrivania, continuando a rendere onore al calcio e allo sport e andandosene in punta di piedi, con estrema dignità, con la delicatezza con cui aveva sempre vissuto, con la dolcezza di un uomo in pace con se stesso, vinto ma non per questo arreso. Quindici anni e un senso di vuoto che nemmeno il tempo potrà mai colmare.

L’uomo prima del campione ultima modifica: 2021-09-07T10:44:00+02:00 da ROBERTO BERTONI

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