Venezia, il modello dei modelli secondo Draghi e secondo Calvino

FRANCO MIRACCO
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Accade che nel parlare o scrivere di Venezia si sia portati a trasmodare, a eccedere, a oltrepassare la misura sia in positivo che in negativo. Nessuno si meravigli allora se il presidente Mario Draghi, nell’inviare un suo messaggio a un convegno sulle questioni ambientali, ha provocato in una sparuta minoranza, come avrebbe detto Italo Calvino, un leggero trasalimento col dire: “Gli occhi del mondo sono su Venezia, lo sono sempre stati. Crediamo che aver limitato l’accesso delle crociere in laguna possa servire da modello per altri governi, nel loro impegno a una maggior consapevolezza ambientale e a proteggere il patrimonio culturale”. Venezia un modello per altri governi? La ricerca di un modello è da sempre materia per scienziati, cui però aderiscono senza dubbio tutte le attività umane, o quasi.

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In uno dei suoi libri più inestinguibili, Palomar, Italo Calvino dice che nel disporre di un modello si potrebbero affrontare “i più aggrovigliati problemi umani, e in primo luogo quelli della società e del miglior modo di governare”. Ma c’è un problema: Palomar è personaggio, che nel suo dedicarsi anche al “come imparare a essere morto”, rappresenta, sul piano letterario, una tra le creazioni più universali del XX secolo e lo è nel suo porsi tra gli “avamposti d’un universo pericolante, contorto, senza requie come lui”. Chiaro dove s’intende parare:

Se le cose stanno così, il modello dei modelli vagheggiato da Palomar dovrà servire a ottenere dei modelli trasparenti, diafani, sottili come ragnatele; magari addirittura a dissolvere i modelli, anzi a dissolversi. A questo punto a Palomar non restava che cancellare dalla sua mente i modelli e i modelli dei modelli.

Quando Venezia è stata una Città modello, anzi, uno Stato modello, se mai lo fu? Di certo nei primi secoli dopo il Mille e nel Quattrocento e ancora nel Cinquecento.

Così in Ennio Concina:

Il Quattrocento veneziano appare come un’età dell’interrotto costruire, del mantenere, del rinnovare, dell’insediare, del difendere, dell’attrezzare, del segnare con i simboli del trionfo e della gloria marciana non soltanto lo spazio del dominio diretto, ma anche quello di luoghi e fabbriche di mercatura ben al di là del Levante greco-veneto, fino ai confinia mundi.

Venezia negli ultimi anni del Grand Tour, Ermolao Paoletti 1834-1912

Dunque, Città Stato modello, che però fin dalla seconda metà del XVI secolo sceglie di vivere dentro la propria crisi subendola come Mito, inverandosi quindi nel Mito di se stessa, che è attività fantasmatica inevitabilmente illusoria, tanto più se negata o genialmente dissimulata soprattutto come avvenne nel XVIII secolo. Da ultimo, che ultimo non fu, la classe dirigente politica, economica, culturale di Venezia agli inizi del XX secolo elaborò una sua, forte idea di città modello. In realtà un modello ibrido, che, non essendo Venezia un soggetto animale o vegetale, si rivelò essere, verso gli anni Sessanta, una sorta di mistura economica e sociale, un qualcosa di disarmonico, disomogeneo, riservando alla città antica e alberghiera cultura e turismo, e alla Venezia di terraferma industria, edilizia abitativa, supermercati, grovigli di frazioni in cerca di una qualche identità. Il tutto dentro a una impossibile complementarità con la natura, con la storia; in breve, con l’altra parte di un soggetto sempre più ibrido, cioè veramente sterile, che nel suo “insieme” è la Venezia frammentaria di oggi. Né contemporanea né antica, né industriale né artigiana, né definitivamente turistica né realmente comunità, appunto ibrida. Di qui una sorta di “mostruosità” urbana diventata di anno in anno un modello di problemi irrisolti. Un modello da studiare e che viene studiato attentamente da altre città storiche, nel tentativo di evitare l’invivibilità veneziana. Un modello di problemi irrisolti: gli ostacoli enormi contrapposti a una residenzialità consapevole e compatibile con un vivere normale sotto ogni punto di vista; i servizi pubblici per mesi e mesi tutti in affanno, sottoposti come sono alle permanenti invasioni turistiche che nel degradare profondamente gli spazi dei residenti, degradano paradossalmente la stessa offerta turistica( offerta, non certo l’ospitalità che a Venezia è forma di civiltà inesistente anche quando ben pagata).

Venezia 2018, Serie “Venezia”, lavoro personale. Copyright: GRAZIANO ARICI

Quindi una comunità di residenti che deve scontare il peso di bilanci pubblici prossimi al collasso, in buona sostanza, bilanci di società e aziende pubbliche che per sopravvivere devono sottrarre ai loro servizi la regolarità negli orari, l’efficienza e la sicurezza nei trasporti, e questo sia a Mestre che a Venezia, mentre nelle isole della laguna va ancor peggio. Venezia-Mestre, un modello di città “incivile” perché soltanto Cosa da sfruttare, in fondo una sorta di “magazzino” senza riguardo né sicurezza alcuna per chi ci lavora, dai bus ai vaporetti, dagli ospedali agli alberghi e ristoranti, dalle scuole alle università. E senza rispetto per i residenti e il loro diritto a potersi muovere liberamente.

D’altronde, che sopportabilità, nella categoria della civile convivenza, deve dimostrare una città d’acqua che nei giorni del lockdown ha confermato di essere abitata da non più di quarantamila residenti? Una città molto fragile in tutti i sensi e che fino all’inverno 2019 era invasa ogni anno da ben oltre trenta milioni di presenze turistiche, prossime, nel dopo Covid, ad avvicinarsi alla soglia dei quaranta milioni di presenze. Pertanto, non è forse lecito parlare di una città regina della diseconomia?

La Treccani:

Con diseconomia si indicano gli effetti negativi e l’eventuale incremento nei costi che un’azione o un comportamento intrapresi da un soggetto economico comportano per lo stesso soggetto, per altri soggetti o anche per l’intera collettività.

Che sopportabilità in campo economico e sociale dovrebbe avere una città d’acqua che si è ristretta o autoristretta nella totalizzante diseconomia turistica? Uno squilibrio che causa limiti gravi anche nel settore culturale, quasi esclusivamente chiamato a servire l’appetibilità turistica, dato che la diseconomia veneziana esige flussi turistici ininterrotti in ogni stagione. Illuminante in negativo la farsa sulle celebrazioni brugnaresche per i 1600 anni dalla nascita di Venezia, cui si sono accostate istituzioni e associazioni alla ricerca, forse, di una qualche forma di sostegno. Di qui la mostra in Palazzo Ducale “Nascite e Rinascite”, presentata dalla Fondazione Musei Civici di Venezia quale contributo esemplificativo della cultura, nel senso del suo rovescio, al tempo del Sindaco B. Una mostra, si legge, che muove dal 421 pur di conteggiare i 1600 anni di una nascita inesistente e su cui i maggiori storici di Venezia hanno sempre irriso e beffeggiato accademicamente. Una messa insieme di temi, autori e opere, più e più volte studiate durante il secolo scorso, più e più volte esposte in autentiche mostre, quelle sì, sull’arte e la civiltà di Venezia. Ma cosa non si fa per vendere il maggior numero di biglietti d’ingresso a Palazzo Ducale e rallegrarsi per le file in attesa lungo Piazza San Marco!

Turisti in Piazza San Marco, 1989, Copyright: GRAZIANO ARICI

Ecco la cultura e il suo rovescio, nient’altro che occasionalità che servono a riempire alberghi, ristoranti, appartamenti turistici, calli e campi e mezzi di trasporto e parcheggi ingolfati da centomila presenze giornaliere (nell’estate 2021), e che sopprimono in tal modo ogni spazio di vivibilità per quei, più o meno, quarantamila residenti ormai ritiratisi, quando possono, in qualche ”riserva” lasciata loro negli ultimi, precari frammenti urbani. Per davvero riserve, che però possono venire infastidite da chi è costretto a farlo se lavora nel Comune del Sindaco B. E in una di queste ultime riserve, in Calle del Forno alla Giudecca, si è presentato qualche settimana fa un cortese vigile urbano con in mano un esposto contro un bravissimo e civilissimo falegname accusato di “aver resa indecorosa la parete esterna del suo magazzino apponendovi piante, una pergola, un nizioleto posticcio e una voliera con le cocorite canterine che attiravano i bambini e non solo”. Per inciso, il nizioleto posticcio, ma in tutto simile a quelli storici, era frutto del desiderio sacrosanto di un signor artigiano di indicare quale fosse il nome di quell’angolo della Giudecca, essendo, da moltissimo tempo, in buona parte dell’isola del tutto illeggibili le indicazioni stradali, cioè i nizioleti. Mentre questo accadeva, nel resto della città, quella di proprietà della T Corporation di cui si dirà più avanti, s’impalcavano invadenze varie lungo i percorsi della diseconomia sopra accennata: sfilate di moda e feste, feste e sfilate di moda che si impossessavano di Piazza San Marco, del cortile di Palazzo Ducale e non so di quanti altri spazi storici abusati perché mercificati, perché tatuati con i marchi e i segni di chi sa che Venezia può essere comprata in qualunque momento nei giorni del Sindaco B. Allora, non più pescheria o erbaria a Rialto, ma al loro posto mascherate in combinazioni bassovernacolari per un invadente e finto street food. Una pena, a supporto di feste e sfilate di moda. Che altro sennò? In molti hanno a mente il 2022 quale data dei primi quarant’anni di quel capolavoro che è Blade Runner. Da quel film venimmo a sapere dell’esistenza della Tyrell Corporation, una compagnia planetaria interessata a produrre androidi, ovvero dei replicanti, secondo lo slogan aziendale “più umani che umani”. Ma il 2022 è anche l’anno in cui la Tyrell Corporation avrebbe prodotto la linea di replicanti Nexus-8, molto più umani degli umani. A quel punto “l’umanità” al potere sentì come una minaccia i Nexus-8, decidendo di eliminare tutti i replicanti in circolazione considerati dei semplici “lavori in pelle”. È forse una stupidissima provocazione chiedersi fino a quando la T Corporation (T come Turismo, o se si vuole semplicemente Tyrell), impossessatasi di tutta Venezia, sopporterà la presenza di veneziani replicanti, una specie di veneziani più veneziani dei veneziani costretti a essere appunto dei replicanti in una Venezia allucinatamente replicata? Fantascienza?

Su di un quotidiano nazionale in data 6 settembre: Il Comune è tutto un affare, Brugnaro si prende Venezia. Il Sindaco B per noi, stando al quotidiano Domani, “ha dalla sua parte gli imprenditori del sistema turistico veneziano, dagli albergatori ai trasportatori”. E fossero solo gli albergatori e i trasportatori, visto che il Sindaco B “non ha mai risposto a una serie di domande dettagliate sul progetto Venezia 2030 e sui presunti conflitti di interesse e sulle aziende che a lui fanno riferimento”. Venezia città modello? Certo che no, infatti basta leggere Il Sole 24 Ore, non le insinuazioni di qualche social: “Resse e risse sui battelli, sganassoni sui pontili d’approdo dei vaporini, code di persone imbestialite in attesa di visitare i musei e i parcheggi nei giorni di punta che s’intasano fino alla terraferma”. Musei chiusi, ma aperti per feste e sfilate di moda della T Corporation. Per far fronte alle invasioni turistiche, a volte con numeri giornalieri sulle centomila presenze, si è fatto ricorso a società di trasporto chissà se in parte private o del tutto private. Comunque, il quotidiano confindustriale ha scritto:

Ma nei giorni di ressa il contributo dei battelli privati non è bastato e su vaporetti e approdi sono esplose risse che hanno costretto a difendere i pontili con i vigilanti. L’altra settimana ne ha fatto uno stupefatto servizio perfino la tv statunitense Cnn.

Per concludere, dire che “aver limitato l’accesso delle crociere in laguna possa servire da modello per altri governi nel loro impegno a una maggiore consapevolezza ambientale”, è appena un auspicio chiaramente lontano dall’obiettivo indicato. Lo si capisce esattamente lì dove lo stesso Draghi ritiene di aver limitato l’accesso delle crociere in laguna e, quindi, se ci si limita vuol dire che c’è un problema, una questione irrisolta. Quanto è stato deciso lo scorso agosto sembra invece rientrare nei “limiti” di un atto simbolico, di un divieto politico e culturale ascrivibile a una sfera estetica inevitabilmente ostile al passaggio delle grandi navi in bacino di San Marco e nel Canale della Giudecca, e che, come tale, nulla di realmente positivo può ottenere attorno ai limiti più che irrisolti di una complessiva salvaguardia e difesa dell’ambiente lagunare. 

Come sa, signor presidente, e che – al pari di Benigni a proposito di Mattarella – vorremmo che lei restasse per molti anni ancora a Palazzo Chigi, le grandi navi sono già tornate in laguna, dalle parti di Fusina, ai bordi dell’irrisoltissima e vastissima area post-industriale di Porto Marghera. Sono tornate lungo percorsi d’acqua estremamente fragili, nei pressi di siti lagunari preziosi per i loro valori ambientali e culturali, anche perché vi si trovano depositi storici di testimonianze archeologiche uniche. L’esserci rivolti a lei nasce da considerazioni pienamente culturali: chi come lei ama i paesaggi e i silenzi, gli spazi e gli affreschi, di un luogo come Città della Pieve, sa capire il senso e il valore di parole come quelle scritte dal grandissimo storico europeo Johan Huizinga nelle prime pagine del suo Autunno del Medio Evo:

Se l’estate e l’inverno formavano allora un contrasto più forte che nella nostra esistenza, non minore era quello tra la luce e il buio, il silenzio e il rumore.

È qualcosa di illogico, di inaccettabile, o peggio, di definitivamente irrealizzabile, il solo immaginare una Venezia che ci faccia conoscere di nuovo il buio perfetto o il vero silenzio? Ci siamo mossi da ciò che abbiamo letto nel Palomar di Italo Calvino e a Calvino ritorniamo:

Natura e cultura? Silenzio e parola? Il signor Palomar spera sempre che il silenzio contenga qualcosa di più di quello che il linguaggio può dire.

Così, nel nostro caso, va ben oltre l’imbarazzante chiedersi se “il linguaggio” su Venezia riesca a dire più del silenzio. 

Immagine di copertina: La fotografia del transito velenoso della nuvola nera su Venezia, (15 maggio 2020) “pescata” in cielo da Andrea Merola

Una gita nel silenzio della Laguna
Venezia, il modello dei modelli secondo Draghi e secondo Calvino ultima modifica: 2021-09-07T14:10:06+02:00 da FRANCO MIRACCO

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