Cos’è cambiato? Pandemia, orizzonti, muri, ponti e altre storie

TIZIANA PLEBANI
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Cominciamo col dire che sono una donna che cammina, che ama camminare. Anni fa avevo iniziato a correre, da sola, con un’amica, con due amiche. Più per fare esercizio e aiutare il flusso respiratorio, un mio punto debole. Cinque chilometri, sei, sette. Prestazione eccezionale i dieci chilometri della Venice Marathon. Fatica comunque sempre, mai arrivata, e forse per fortuna, a quella folgorazione che coglie i runner a un certo momento e che li porta a un bisogno innaturale di correre ogni giorno per ore e in qualsiasi situazione.

Che c’entra tutto ciò con la pandemia?

Talvolta in questo mio sforzo mi spingevo sino al Ponte della Libertà ma ogni volta l’approccio con la strada, le auto, il sentore di benzina e di tubi di scappamento, produceva un immediato fastidio. Insomma mi respingeva.

Durante la fase post primo lockdown con mascherina a portata di mano da posizionare all’incontro di altri, quasi ogni giorno avevo camminato lungo il percorso meraviglioso che da San Basilio porta alla punta della Dogana e ritorno, ma a un certo punto mi sono sentita come un criceto dentro la ruota. 

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Molti anni addietro il sindaco Cacciari aveva lanciato il progetto di estendere la passeggiata delle Zattere sino a raggiungere la chiesa di Santa Marta, un esempio di romanico essenziale e piuttosto raro a Venezia, che le trasformazioni di fine Ottocento e primo Novecento hanno totalmente isolato dal nucleo abitativo, per giunta tutto circondato da un muro a protezione dalla zona divenuta portuale. Era un’idea straordinaria e insieme si era avviato un piano di riqualificazione del quartiere di Santa Marta che si chiamava “Apriamo i muri”, per liberare dalla prigionia i suoi abitanti, creando varchi e nuovi transiti. 

Apriamo i muri: uno slogan che pare un relitto archeologico di un altro modo di pensare e di concepire la vita.

Poi è cominciata l’era delle grandi navi. Transenne mobili sono comparse il fine settimana alla Stazione marittima però durante il resto dei giorni si poteva passare, camminare e correre lungo la fondamenta. Poi le transenne provvisorie sono diventare stabili, infine l’area è stata resa inaccessibile. Invece che aprirli i muri, le barriere sono diventare definitive.

Ma torno all’inizio del racconto e alla fase di post primo lockdown. Qualche volta varcavo il ponte dell’Accademia e strusciavo le mie scarpette sui masegni di Piazza San Marco, respirando ogni volta, quando ancora le calli erano sgombre, lo stupore. Però però però. Qualcosa comunque non andava. Mi mancava l’orizzonte. Del resto, non si potevano prendere i mezzi di trasporto: Venezia era ritornata a essere proprio un’isola separata dal mondo.

Un giorno, arrivata alla fine del tratto che costeggia la Scomenzera, là dove inizia il regno delle automobili, della modernità deturpante, della Venezia che si è dimenticata di se stessa, ho deciso di proseguire. “Hic sunt leones”. Va bene, mi sono detta, riproviamoci.

Non corro più, tranne brevi tratti, quindi soprattutto cammino di buon passo. E quel giorno mi sono resa conto, calpestando la passerella in legno della pista ciclopedonale aggettante lungo il Ponte della Libertà, che avevo ritrovato ciò che mi mancava: l’orizzonte.

Si dirà: vedere le ciminiere di Marghera è forse un orizzonte allettante?

La risposta è sì ma non è completa. Quella lunga striscia di terra composta dal Ponte della Libertà (un manufatto meraviglioso di cui siamo debitori all’ingegnere Eugenio Miozzi) sa regalare un’emozione che non avevo compreso anni fa quando la libertà di muoversi era assicurata, quando questo aggancio sospeso tra acqua e terra pareva scontato. Invece ora ogni volta mi sorprende per la varietà di immagini, di luci e vibrazioni che catturo a seconda dell’ora e della posizione del sole, per la ricchezza di volatili, aironi, garzette, cormorani oltre ai gabbiani. 

Andando basta guardare alla propria sinistra e si riesce a dimenticare il traffico su gomma, concentrarsi sui bagliori delle onde non è difficile, le montagne sembrano a portata di mano e suggeriscono boschi, rocce, alpeggi. Tornando la sorpresa per l’apparizione di una città che sorge dall’acqua si rinnova sempre, immensa e mai uguale. 

Ciclisti di ogni genere ed età, podisti impegnati o più rilassati, figure che scivolano con il monopattino elettrico, camminatori per scelta o per evitare di pagare il biglietto, sono i compagni abituali di questa che mi sembra ogni volta un’avventura.

È stata la pandemia ad aprirmi gli occhi, non c’è dubbio. Un prima e dopo nel percepire gli spazi, il paesaggio e i suoi collegamenti, gli orizzonti aperti o meno, le vie di fuga, la promiscuità che viene a patti con la bellezza assoluta, la modernità caotica e sgraziata che dialoga con la magia. 

Ho imparato ad andare oltre la cartolina di Venezia e a ringraziare ogni volta il Ponte.

Cos’è cambiato? Pandemia, orizzonti, muri, ponti e altre storie ultima modifica: 2021-09-14T16:20:00+02:00 da TIZIANA PLEBANI

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1 commento

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minosse 15 Settembre 2021 a 8:56

Io il Ponte, lo farei saltare !

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