450 anni fa a Lepanto “bisognava morire di fuoco o di acqua”

Per ricordarlo bisognerebbe ripulire Rialto
FRANCO MIRACCO
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Se si abita nella Venezia d’acqua e di terraferma, è normale che più di qualcuno pensi di poter dire “noi veneziani”. Ma è un’affermazione vera solo se stiamo ai dati anagrafici, alle carte d’identità, a ciò che narrano le storie “inevitabili” di quelle famiglie che risiedono qui da molto tempo. Il fatto è che da moltissimo tempo non si dovrebbe dire “noi veneziani” nemmeno se a dirlo fossero i portatori genuini di cognomi per davvero antichi: Gritti, Tiepolo, Marcello, Foscari, Donà, e con loro i Vianello o gli Scarpa almeno. Perché? Ovviamente perché i veneziani, cioè coloro che per secoli e secoli fecero Venezia, appartennero a tutt’altra storia che nulla, assolutamente nulla, ha a che vedere con quella di chi oggi crede di poter dire “noi veneziani”. Mentre, potevano dichiararsi tali i veneziani che 450 anni fa si trovarono a Lepanto. Esattamente attorno al 7 ottobre dell’anno 1571, e vi si trovarono per combattere

molto aspramente, e molti valenti uomini morirono di qua e di là, perché si combatteva con archibugi da posta, con archibusetti, con frecce, e con ogni sorte d’arme da lanciare, e bisognava morire o di fuoco o d’acqua (…) e mentre si combatteva, Agostino Barbarigo vestito d’arme bianche, e con lo scudo in braccio, confortava i suoi e gli innanimava alla vittoria, senza punto temer l’armi o le grida dei nemici, fu ferito in una tempia d’una freccia che passò per l’occhio, e in poche ore quell’uomo degno d’eterna memoria passò di questa vita (“Le historie Venetiane” di Pietro Giustinian, 1576).

Noi veneziani, ma chi? Di certo coloro che oggi lo dicono ignorano il senso profondo, irrinunciabile, al contempo felicissimo e drammatico, di un simile “plurale”, che non poteva non appartenere a Ermolao Tiepolo, Capitano del Golfo, il quale, subito dopo Lepanto, inseguì le fuste di alcuni corsari. Raggiunti che li ebbe ne ammazzò il capo

uomo scelleratissimo chiamato Recamatore, il quale aveva dato con la sua fusta in terra nella spiaggia di Calabria per salvarsi, onde avendo il Tiepolo fattolo scorticare, fece empire la pelle di paglia, e per ischerno ne fece la mostra per cagione della crudeltà ch’egli aveva usata contra i miseri Cristiani (Pietro Giustinian).

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Ecco perchè i cosiddetti veneziani anagrafici si limitino a essere ciò che dicono le loro carte d’identità, non disponendo costoro di nessuna energia interiore in grado di portarli a immaginare come saranno state le facce, le mani, l’odore della pelle e che luce avranno avuto negli sguardi gli uomini della famiglia dei Polo. Quei tre, con Marco che s’ammalò sulle montagne dell’Afghanistan, e che non morirono nei fiumi, nelle solitudini estreme del Pamir, nel deserto del Gobi, negli assalti di predoni assassini, perché quei tre volevano attraversare, conoscere, vivere in continenti di popoli, di lingue, di eserciti, di città come Venezia, di donne bellissime, di imperatori che sapevano ascoltare e che non furono più ignoti al mondo soltanto dopo quella fantastica, lunghissima e per l’eternità Odissea di ogni futuro. Oppure in quali silenzi avranno cercato lo splendore delle loro opere gli uomini di tutte le arti a Venezia, e di che pensieri furono capaci i veneziani che vollero

l’unione dei cittadini, le molte e molte ricchezze, l’esperienza delle navigazioni… le guerre con i re, con i popoli, in Italia, nelle province lontane, oltre ancora di là dal mare.

Dunque, questi i veneziani, che ardirono di tutto; il tutto dei mercanti, degli schiavisti, degli ambasciatori, delle scomuniche, delle guerre infinite, della prudenza e della perpetua libertà, dei fondali della laguna con le ossa dei morti di peste, dei predatori di reliquie e di marmi, pronti sempre al tutto da compiere come corsari e capitani tagliatori di teste e scorzeri (scorticatori) alla Ermolao Tiepolo o al tutto che vollero per le loro chiese, per i loro palazzi, per la loro San Marco, per il loro ovunque, i Gritti, i Pisani, i Foscarini, i Grimani, giù giù fino agli Zen. O come il tutto di cui furono capaci biavaroli, corrieri, gallineri, telaroli, pistori, marangoni, scorzeri, taiacalze, tagiapiere, marineri, calafati, squadradori, e chissà quanti altri ancora tra i Vianello e gli Scarpa.

Ma ora è venuto il momento di passare per Rialto e dintorni col rileggere le straordinarie e interminabili celebrazioni che si ebbero a Venezia dopo la vittoria di Lepanto. Innanzitutto, la cronaca di Pietro Giustinian, uno storico contemporaneo agli eventi narrati.

Furono fatte molte feste e apparati bellissimi in Rialto per segno d’allegrezza, e furono cavati fuora bellissimi arazzi, e fattivi sopra onorati Trofei delle ricche spoglie dei nemici, e dentro e fuori dei portichi di Rialto si vedevano pitture, insegne, armi e cose preziosissime: il medesimo fu fatto nella piazza di Rialto nuovo dai mercanti di seta. I Tedeschi ancora nel loro palazzo, chiamato il Fontico, fecero festa per tre giorni con diversi spettacoli, di cacce di Tori, di Musiche, e d’altri simili trattenimenti: e concorse tanto popolo e tanti forestieri a questi spettacoli, che non si poteva passare per le strade , e di notte si fecero nei luoghi più alti come nei Campanili delle Chiese e alti Palazzi, i fuochi, ch’erano tanto lucidi che superavano le tenebre della notte.

Chi entrò di più nel dettaglio delle allegrezze e cerimonie post-lepantine fu il notaio Rocco Benedetti, che lasciò un suo ragguaglio scritto nell’immediato su quegli eventi.

A torno tutte le fabbriche nove della piazza dal ponte sino all’imboccar della ruga de’ orefici, e così dall’altra parte si tirarono panni fini scarlatti e vi si attaccarono sopra con equali distantie bellissime pitture d’imprese, di dei marini e d’altri dei favolosi. S’adornò poi ciascuna bottega d’armi, di spoglie e di trofei di nemici presi nella battaglia e di quadri maravigliosi di Giovan Bellino, di Giorgion da Castel Franco, di Raffael d’Urbino, del Pordenone, di Sebastianello, di Titiano, del Bassanese miracoloso in pingere cose pastorali e di molti altri eccellentissimi pittori.

Per quanto si dirà più avanti, è di un certo interesse questa nota del notaio ottimo cronista:

Il portico della drapperia è di tramito dritto cento e più passa e le botteghe seguono per ordine una dietro l’altra. Stesero da un capo all’altro un cielo di panni turchini con stelle e altri ornamenti. V’appesero sotto molti onorevoli lanternoni, o diciamo fanali dorati.

Nel cogliere il valore della moderna, rinascimentale, civile munificenza mostrata nell’occorrenza dai mercanti e nobiluomini veneziani, realtini e non, Ernst Gombrich ebbe a dire:

Benedetti sembra essere stato così impressionato da quella che potè essere una delle prime esibizioni pubbliche di grandi pitture che non nomina nessuno dei dipinti fatti ad hoc per l’occasione. Ovviamente ci poteva essere ben poco tempo per produrre simili opere, ma, se dobbiamo credere a un’altra descrizione delle stesse celebrazioni, furono commissionate alcune pitture per far parte delle decorazioni.

E qui c’è da chiedersi sul come, quelli che potevano a giusta ragione presentarsi dicendo “noi veneziani”, si regolarono nel risolvere le enormi spese sostenute per la guerra e per una pace momentaneamente vittoriosa.

A dircelo è uno di quei “noi veneziani”, il solito Pietro Giustinian:

In questo mentre, consumandosi nelle spese della guerra, gran somma di danari in Venetia, di maniera che il pubblico erario ne restava quasi esausto, però, per far danari, fu fatta una legge, che ciascuno che prestasse danari al pubblico, fusse fatto Procuratore di San Marco. Laonde Ottavian Grimani, Alessandro Bono, Lodovico Prioli, figliuolo di Ieronimo Prioli Principe, Luigi Tiepolo, Giovan Francesco Prioli, Ieronimo Contarini, Ieronimo Mula, tutti uomini ricchissimi, sborsarono a San Marco più di cento e cinquantamila scudi, ed essi furono fatti Procuratori, secondo la Legge.

Per ripianare il pubblico erario dettero del proprio e, stando alla legge, quei patrizi furono fatti Procuratori, incarichi tutt’altro che inconsueti per le loro famiglie. C’è qualcuno che può dire di aver visto una pietra, un qualche segno, un’epigrafe, lasciata a Venezia per terra o su di un muro a ricordo di quei veneziani munificenti e signori del mare? Certo che no. Veneziani di famiglie veneziane coloro che “sborsarono per San Marco”, come veneziani erano quelli delle botteghe, delle furatole, dei cantieri, degli arsenali, delle navi, dei mestieri, delle isole, dei rialti, e che per secoli furono “inventori” di un’impresa chiamata Venezia. Ma di loro, Anonimi Signori, resta questa città, mentre i nomi cosiddetti illustri, e che spesso lo furono davvero, puoi trovarli nei libri di storia. E cosa dovrebbero pretendere i Comitati Privati Internazionali per la Salvaguardia di Venezia, che da molti decenni “sborsano” milioni e milioni di “scudi” in lire e in euro per restaurare chiese, palazzi, dipinti?

Forse pretendere che i loro nomi siano impressi sulle tele di Tiziano o di Tintoretto o sui marmi di tutti gli immensi capolavori salvati dai Comitati ? E l’intera comunità nazionale italiana, cioè il nostro Stato, avrebbe o no il diritto di vedersi ringraziato sulle pietre di Piazza San Marco per i miliardi di soldi dati a Venezia e alla laguna per la loro salvaguardia? Di qui l’incredulità e l’amarezza di molti per aver assistito alla posa di una specie di lapide orribile sul Ponte di Rialto, a celebrazione di un signore che, per aver dato i suoi soldi per il restauro dello storico monumento, ha preteso quella patetica patacca, il tutto alla presenza di un ministro, di un presidente di Regione, di un sindaco e di un patriarca.

A onor del vero, per meglio comprendere l’inadeguatezza della Soprintendenza all’archeologia, belle arti e paesaggio di Venezia nel non aver impedito quell’obbrobio al centro del Ponte, c’è anche una sua insensibilità storica e civile per non essersi opposta, la Soprintendenza, nei riguardi di un signore giunto a dire cose che solo un tale del genere poteva dire: “È stata una gioia incredibile. Ci sono passato sotto e mi sembrava di essere a casa mia”.

Sotoportego dei Oresi (© Andrea MEROLA)

Ci si è mossi dalla vittoria di Lepanto e dalle indicibili “allegrezze” volute da veneziani e forestieri per celebrare la grande e sanguinosa e costosissima impresa. Dell’anno 1571, che è l’anno di Lepanto, ci restano studi, ricerche storiche, alcuni celebri dipinti, ma anche un’emozionante toponomastica, quella che ci riporta ai tempi narrati dalle pagine di Pietro Giustinian, Rocco Benedetti, e non solo. Ed è seguendo toponimi quali Ruga e Sotoportego dei Oresi e il Palazzo dei Dieci Savi, lungo le arcate prospicienti il Campo, che ci si può ritrovare al di sotto degli affreschi fatti dipingere secoli fa, a proprie spese, dai proprietari delle botteghe ad affascinante ornamento delle crociere che si distendono a far da galleria di colori, immagini e segni di una parata di pittura a suo modo stupefacente. Se non altro perchè testimonianza visibile, preziosa, della Venezia urbs picta, certamente qui non aulica ma comunque di bello ornamento su quei volti del sottoportico coloriti con grazia elegante, una grazia pittorica colta, diligente, particolare per figure, simboli, abbozzi di scene dai tocchi rapidi quel tanto per attirare l’attenzione dei possibili clienti s’intende. Però immagini ben impaginate, nient’affatto banali o ingenue.

Chiesa di San Giovanni Elemosinario. Affreschi del Pordenone

Scendendo dal Ponte di Rialto, tenendosi sulla sinistra, una volta terminato il Sotoportego ci si trova a ridosso di San Giovanni Elemosinario, ed è lì che troviamo alcuni affreschi del Pordenone, quelli in alto sulla cupola e soprattutto quelli nel portico esterno d’ingresso alla Chiesa. Impossibile affermare che a dipingere le crociere nel Sotoportego sia stato il Pordenone, tra l’altro un pittore le cui opere furono esposte, come ricordò il Benedetti, nella mostra epocale allestita dai mercanti esattamente in quel luogo nei giorni indimenticabili della vittoria di Lepanto.

Ma è altrettanto impossibile non cogliere assonanze cromatiche, soluzioni formali, eleganza di incorniciature, con anche una qual certa sbrigatività del fare che ci riportano alla leggenda dell’artista al lavoro nella chiesa realtina, proprio accanto alle botteghe dei Oresi. Ovvero al Pordenone, al Pordenone frescante all’aperto, guarda caso nel portico esterno della Chiesa ricostruita dopo un devastante incendio dal doge Andrea Gritti.

Il prossimo mese di ottobre saranno trascorsi 450 anni da Lepanto, quella Lepanto per cui Venezia impazzì di gioia e orgoglio nel 1571. Se non altro per celebrare all’altezza di quei fatti e delle imprese di quei veneziani, ovvero di quell’ultimo Rinascimento a Venezia, il Ministero della Cultura, il Comune, la Regione, non potrebbero attuare ciò che fu deliberato nel 2019 e far sgomberare in un altrove lontano quegli “inamovibili” ingombri di paccottiglie che offuscano le arcate forse dello Scarpagnino, insomma del Palazzo dei Dieci Savi? Per celebrare venezievolmente Lepanto, si faccia come ha fatto il presidente Draghi con le grandi navi, finalmente non più in Bacino e nel Canale della Giudecca.

Per il dopo si vedrà, augurandoci che ci sia ancora Mario Draghi. Insomma, a Venezia basta con quelle paccottiglie che nascondono la luce e la meraviglia di quel luogo così intensamente legato a Lepanto.

450 anni fa a Lepanto “bisognava morire di fuoco o di acqua” ultima modifica: 2021-09-18T10:52:53+02:00 da FRANCO MIRACCO

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