La guerra di Olaf

Scholz è l’ultimo superstite di una generazione cresciuta all’ombra dell’ex cancelliere Gerhard Schröder. Potrebbe presto arrivare là dove nessun socialdemocratico dopo Schröder è più arrivato. Alla guida della Germania.
MATTEO ANGELI
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“Olaf Scholz è una delle teste più intelligenti ma anche più arroganti della SPD”, così un compagno nella dirigenza del partito, in un virgolettato anonimo pubblicato dal settimanale Die Zeit nel 2018. La SPD, il Partito socialdemocratico di Germania, è la più “vecchia” forza parlamentare nel panorama politico tedesco, con più di centocinquant’anni di storia nobile alle spalle. Olaf Scholz è uno dei maggiori interpreti degli ultimi vent’anni di storia del partito. Abbastanza tempo per accumulare un numero non indifferente di detrattori. 

A meno di sette giorni dal voto che deciderà il successore di Angela Merkel, Scholz e la sua SPD guidano sorprendentemente i sondaggi, ormai da settimane. L’ultima rilevazione disponibile vede i socialdemocratici saldamente in testa con il 26 per cento, seguiti da CDU-CSU (21 per cento), Verdi (15 per cento), FDP (12 per cento), AfD (11 per cento) e Die Linke (6 per cento).

Il fenomeno Olaf Scholz viene da lontano. Egli nasce nel 1958 a Osnabrück, nella Bassa Sassonia, ma cresce ad Amburgo, nel distretto di Altona. I genitori lavorano entrambi nell’industria tessile, il nonno è ferroviere. I due fratelli, Jens e Ingo, sono oggi rispettivamente un rinomato medico e un imprenditore informatico. 

Per il candidato cancelliere della SPD, la politica è un amore giovanile. Al liceo, diventa presto rappresentante degli studenti. A diciassette anni, s’iscrive alla SPD, affascinato dalla figura di Helmut Schmidt, l’allora cancelliere socialdemocratico. Emerge subito come giovane promessa del partito. Dal 1982 al 1988, è vice-presidente federale degli Jusos, l’organizzazione giovanile della SPD. In quegli anni, caratterizzati dal conflitto sistemico tra Est e Ovest, Scholz è vicino all’ala sinistra del partito. Critica l’attitudine “imperialistica” della NATO e la coalizione social-liberale, formata da SPD e FDP, che “sacrificava il dibattito sui contenuti a favore del puro mantenimento del potere”. 

Un giovane Olaf Scholz al congresso federale degli Jusos, nel 1984

Si laurea in giurisprudenza e fino al 1998 esercita la professione di avvocato, specializzato in diritto del lavoro. Ma il suo destino è la politica. Dal 1994 al 2000 è presidente del circolo della SPD nel distretto di Altona. Nel 1998, a trentasei anni, è eletto per la prima volta al Bundestag – la camera bassa del parlamento tedesco. Due anni dopo diventa il referente regionale del partito e nel 2001, è per breve tempo Innensenator ad Amburgo, un ruolo che corrisponde a ministro dell’Interno della città-stato. 

Al Bundestag Scholz si fa presto notare. L’allora cancelliere Gerhard Schröder lo sceglie come segretario generale del partito, un posto che occupa dal 2002 al 2004. Schröder è al suo secondo mandato, sono gli anni della famigerata Agenda 2010. Si tratta di un insieme di riforme che, tra le altre cose, riducono il periodo del sussidio di disoccupazione, ammorbidiscono le regole sui licenziamenti e rendono quasi obbligatoria l’accettazione di un lavoro per i disoccupati. 

Al segretario generale Scholz spetta l’ingrato compito di spiegare l’impopolare progetto alla base del partito e ai giornalisti. Questi ultimi gli affibbiano il soprannome di “Scholzomat”, per il suo modo di esprimersi “automatico”, in “politichese” come si direbbe in Italia. Un nomignolo che, per dirla tutta, non lo ha mai ostacolato più di tanto. 

Scholz, in una foto d’archivio, quando era segretario generale del partito (2002-2004). Al suo fianco l’allora cancelliere Gerhard Schröder

L’Agenda 2010 ha conseguenze politiche devastanti per la SPD: i socialdemocratici perdono tutte le elezioni regionali e dopo il tracollo nel Land più popoloso – la Renania Settentrionale-Vestfalia – Schöder indice elezioni politiche anticipate. Che perde. 

Scholz sopravvive all’uscita di scena del suo mentore. Nel 2007 diventa ministro del Lavoro nel primo governo di grande coalizione Merkel – che vede la SPD junior partner della CDU-CSU. In questa veste, contribuisce ad aumentare l’età pensionabile a 67 anni. 

Quattro anni dopo, nel 2011, è eletto sindaco della sua Amburgo, secondo più grande comune tedesco. Qui la SPD è a pezzi e invoca il suo ex leader – Scholz è stato presidente della sezione locale dal 2000 al 2004 – per farsi risollevare. Scholz ottiene una delle più grandi vittorie della sua carriera. Alle elezioni comunali, i socialdemocratici conquistano sessantadue seggi e la maggioranza assoluta. Nel 2015, il “primo sindaco di Amburgo” raddoppia. La SPD spunta un ottimo 45,6 per cento. Non abbastanza però per governare da sola. Scholz stringe allora un patto con gli ecologisti. 

Egli svolge il suo lavoro in maniera obiettiva, calma, affidabile. Un’esperienza tutto sommato di successo. Con un’unica macchia: il G20 del 2017, con Amburgo assediata dai black bloc e le forze di sicurezza che non sono pronte ad affrontare l’ondata di violenze. Negozi distrutti, auto bruciate. Scholz è obbligato a chiedere scusa.

La sua popolarità tra i Genossen – “compagni”, così si chiamano tra di loro i membri della SPD – ne risente. Al congresso di quell’anno Scholz è riconfermato vicepresidente del partito con il peggior risultato di tutti: solo il 59,2 per cento dei voti. 

Ciò non gli impedisce di accaparrare per sé il posto di vice-cancelliere e ministro delle Finanze nel nuovo governo di grande coalizione Merkel. Una carica che gli vale la pole position all’interno del partito in vista della lunga corsa alla cancelleria. 

Scholz sembra però farsi soffiare questo vantaggio nel 2019, quando si candida a diventare presidente del partito. È bloccato dal duo Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, esponenti dell’ala sinistra dell’SPD, che lo battono a sorpresa. In una campagna avvelenata, Esken arriva addirittura a metterne in discussione la sua fedeltà all’ideale socialdemocratico, puntando il dito contro i tanti compromessi che Scholz ha stretto durante la sua lunga esperienza di governo. Per lui, questa è la peggiore sconfitta, che sembra prefigurarne l’uscita di scena. 

Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken. I due co-presidenti del partito si oppongono all’eventualità di una nuova grande coalizione con la Cdu

Perciò sorprende, e molto, quando, meno di un anno più tardi, il 10 agosto 2020, Esken e Walter-Borjans scelgono proprio Scholz come candidato alla cancelleria. Certo, Scholz è tra i politici più amati in Germania. Nessun altro esponente della SPD può contare sugli stessi gradimenti. Ma, a pensar male, forse i nuovi vertici del partito – inchiodato ai minimi storici – vedono in lui una sorta di capro espiatorio, sul quale addossare la colpa di quella che s’annuncia come l’ennesima sconfitta. Perché lo Scholz che solo nove mesi prima non andava abbastanza bene per guidare la SPD, sarebbe ora la persona giusta per governare la Germania? 

Va detto che in un anno sono successe tante cose. La pandemia di coronavirus sconvolge i paradigmi della politica tedesca e rimescola le carte dei suoi protagonisti. Il moderato Scholz s’avvicina ai progressisti del partito. La congiuntura lo obbliga a farlo. Fino a prima dell’avvento del Covid, Scholz diceva ai colleghi di partito “un ministro delle Finanze è un ministro delle Finanze”-  che sia della CDU o della SPD, per giustificare la sua volontà di allora di non tradire la regola d’oro dello “Schwarze Null”, il dogma del pareggio di bilancio, tanto caro ai tedeschi.

Il Covid cambia tutto. Per far fronte alla pandemia e rilanciare l’economia, Scholz indebita il paese come non mai: nel 2020 la Germania fa un po’ meno di 150 miliardi di nuovi debiti e manda in soffitta lo “Schwarze Null”. Un bazooka di soldi. La crisi porta quindi Scholz a fare ciò per cui l’ala sinistra del partito premeva già da un po’. 

E poi c’è l’Europa. Qui il vice-cancelliere e ministro delle Finanze s’impone come uno dei principali artefici del Recovery fund, il piano di rilancio post-pandemia da 750 miliardi di euro, con il quale gli stati membri s’indebitano insieme, per la prima volta nella storia dell’Unione europea. 

Scholz affronta la corsa alla cancelleria con un programma un po’ più a sinistra rispetto alla sue posizioni. I punti chiave: salario minimo a 12 euro all’ora (invece che i 9,60 attuali), alleggerimento dei requisiti e dei controlli per chi riceve un sussidio di disoccupazione, aumento dei debiti, più tasse per i più ricchi – anche attraverso l’introduzione di una patrimoniale, e il limite dei 130 chilometri all’ora sulle autostrade tedesche. Sui debiti e sul mercato del lavoro, il programma della SPD si propone di fatto di disfare leggi alle quali Scholz ha contribuito attivamente in tanti anni. Poco conta: l’attenzione dell’opinione pubblica è puntata su di lui, non sul suo partito, cosa che in un certo senso lo aiuta. 

In campagna elettorale, la rimonta di Scholz coincide con la tragica alluvione che ha colpito regioni importanti della Germania, facendo più di duecento morti. Mentre il suo principale avversario, il cristiano democratico Armin Laschet, si fa beccare a ridere sul luogo della tragedia, il ministro delle Finanze assicura 400 milioni di euro di aiuti immediati alle vittime e un fondo per la ricostruzione da trenta miliardi. 

Solo qualche giorno prima delle inondazioni, Scholz dà prova dell’efficacia del suo “metodo” anche a livello internazionale. In occasione del G20 tenutosi a Venezia dal 7 all’11 luglio, il ministro delle Finanze è uno dei principali fautori dell’accordo sulla minimum global taxation. Essa prevede l’introduzione di un’aliquota minima globale sui profitti delle cento multinazionali più grandi del mondo, dal 15 per cento in su. È approvata dai ministri dei venti paesi più ricchi del mondo. 

Al G20 di Venezia, Olaf Scholz con la console generale tedesca, Tatjana Schenke-Olivieri

Intanto gli avversari inciampano a causa dei loro errori. L’ecologista Annalena Baerbock deve chiedere scusa per non avere dichiarato correttamente parte delle sue entrate, per un cv gonfiato e un libro zeppo di plagi. Il candidato della Cdu, Armin Laschet, si giustifica non solo per la già citata risata, ma anche per una serie di gaffe minori. La credibilità di entrambi è seriamente compromessa. 

Scholz ne approfitta, nonostante su di lui aleggi una nuvola nera di scandali. Che però non lo danneggia mai veramente. Al socialdemocratico viene chiesto conto di tre cose. Le recenti indagini che hanno colpito una sezione del suo ministero, accusata di non essere stata abbastanza attiva di fronte a un’allerta di riciclaggio di denaro. Lo scandalo “Cum-ex”, vicenda di maxi evasione costata probabilmente miliardi di entrate pubbliche. Scholz sarebbe stato troppo lento a investigare quando era sindaco di Amburgo. E lo scandalo Wirecard, che ha visto l’omonima compagnia truccare i bilanci per anni, senza che l’autorità federale di vigilanza finanziaria se ne rendesse conto. 

La forza principale di Scholz sta nella sua longevità politica. Da vent’anni sulla scena pubblica nazionale, il candidato socialdemocratico alla cancelleria non ha più segreti per i tedeschi. È la famosa tattica del “Sie kennen mich”, “mi conoscete”, frase che Merkel usò per concludere un duello tv nel 2013, rendendola leggendaria.

Come la cancelliera, Scholz calcola nel dettaglio ogni sua uscita, anche quando parla della sua vita privata. Solitamente freddo e riservato, si scioglie in un’intervista organizzata dalla rivista femminile “Brigitte”. “Sarei completamente un altro uomo se non fossi sposato con Britta Ernst”, dice Scholz, parlando della moglie, anche lei dirigente della SPD. I due si conoscono dagli anni Ottanta e sono sposati dal 1998. Non hanno figli. Scholz ama raccontare che è lei che lo ha spinto a fare sport – jogging, canottaggio, passeggiate o bicicletta, almeno due o tre volte in settimana. 

Olaf Scholz e la moglie Britta Ernst. Dal 2017, lei è ministra dell’Istruzione, della Gioventù e dello Sport nel Land Brandeburgo.

Diversamente dai suoi avversari, Scholz appare autentico. Perciò piace tanto ai tedeschi. Ciononostante, per diventare cancelliere dovrà conquistare anche la fiducia dei suoi eventuali alleati di coalizione. I liberali della FDP, ad esempio, non si fidano di lui, al punto che hanno detto di essere pronti a sostenere un governo a guida CDU-CSU, anche se i conservatori arriveranno secondi. Scholz però sa già che potrà probabilmente ricattare i liberali, minacciando di formare un’alleanza alternativa, con i Verdi e, soprattutto, con la sinistra della Die Linke, diretta discendente della SED comunista. Per questo lascia aperta ogni opzione. Non senza rischio. Lui, un moderato, pragmatico alla testa del primo governo rosso-verde-rosso della storia tedesca? Forse una piroetta troppo ardita, troppo pericolosa, anche per un grande equilibrista come lui. 

La guerra di Olaf ultima modifica: 2021-09-20T12:13:03+02:00 da MATTEO ANGELI

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