Una governance per Venezia

Occorre trovare il coraggio e la forza per fare della città lagunare il laboratorio politico ambientale sociale del III millennio, stando al tempo stesso con la testa tra le nuvole ma i piedi ben piantati per terra, nei campi, tra la gente.
GIOVANNI LEONE
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Nei giorni scorsi si è tenuta un’imponente iniziativa su Venezia alla Fondazione Giorgio Cini, “Salvare Venezia e la sua Laguna: come ripartire e ricostruire meglio?” promosso dai Comitati Privati Internazionali per la Salvaguardia di Venezia in collaborazione con Europa Nostra, con il patrocinio del parlamento europeo, del Government Communication Office europeo, del Ministero della cultura italiano. Una sorta di stati generali su Venezia per fare il punto della situazione e restituire una panoramica allargata del quadro veneziano indagato nei diversi aspetti, raccogliendo le numerose riflessioni che ci sono state in questo periodo di pandemia, un periodo di contrazione ed espansione, proficuo di cui far tesoro, che ha rilanciato la “modernità” di Venezia come:

  • città di vicinato (nell’esperienza del vissuto), 
  • città allargata grazie alle nuove tecnologie (non isolata ma connessa alla rete globale, circostanza da spendere sotto il profilo lavorativo),
  • città del mondo sotto il profilo culturale come dimostra, ancor più del successo della Biennale, l’iniziativa che qui commentiamo.

Al termine dell’incontro è stato lanciato l‘Appello di Venezia per una rinnovata cultura urbana.

Molti gli spunti interessanti, alcuni rilanciati da ytali [Gianpaolo Scarante, venessia.com]. Riconoscere la specialità di Venezia concedendole uno statuto speciale, approfittare delle nuove tecnologie, allargare il ragionamento alle città di terraferma, che non sono solo quelle che fanno già parte del Comune di Venezia (da Marghera a Mestre, da Favaro a Zelarino) ma anche i centri che formano l’area metropolitana, una dimensione di cui non si può non tener conto.

La città lagunare non è nuova a iniziative come questa generalmente promosse da ospiti autorevoli com’è oggi Europa Nostra. Ce ne sono state diverse nel corso del tempo e si è trattato di eventi sempre interessanti in cui si fa il punto, ci si gratifica per i tanti spunti e per la volontà di cambiare, seppure poi… tutto torna a tacere, senza esiti concreti e operativi. Talvolta prevale l’ascolto, talaltra l’esposizione di progetti, quasi mai si elabora insieme. Di concreto, alla fine, non si fa niente.Peraltro, queste riunioni vedono sempre la partecipazione di coloro che sono già impegnati e informati, l’élite, e ciascuno di costoro conosce perfettamente l’opinione dell’altro, la maggioranza della popolazione resta silente e non coinvolta, relegata al ruolo di destinataria di decisioni prese dall’alto. Un nodo sta qui, nelle tante buone intenzioni lasciate cadere nel vuoto.

Un altro è quello dell’incapacità di coordinamento delle forze sane, che è stato un tema ricorrente negli interventi dei giorni alla Fondazione Cini, ma a poco serve coordinarsi se le sollecitazioni restano nel limbo delle idee e non vengono raccolte da una classe politica incapace di capitalizzare il valore della partecipazione e da un’amministrazione impegnata solo nella gestione ordinaria anziché dedicarsi anche all’elaborazione di strategie in prospettiva per la costruzione di una rinnovata idea di città. 

L’incapacità di coordinamento delle forze sane è stato un tema ricorrente negli interventi dei giorni alla Fondazione Cini, ma a poco serve coordinarsi se le sollecitazioni restano nel limbo delle idee e non vengono raccolte da una classe politica incapace di capitalizzare il valore della partecipazione e da un’amministrazione impegnata solo nella gestione ordinaria, anziché dedicarsi anche all’elaborazione di strategie in prospettiva per la costruzione di una rinnovata idea di città. 

Venezia è città sub-limen, nel senso che sta sulla soglia, in quel luogo cioè in cui convivono con pari diritto d’asilo l’interno e l’intorno, condizione paradossale questa, ed è proprio il paradosso uno dei tratti caratterizzanti l’utopia topica (che ha luogo) di questa città secolare, di pietra scritta nell’acqua, miracolo di habitat in cui s’intrecciano cultura e natura. Tra i paradossi odierni c’è quello della distanza tra l’oceano del dire e lo stagno del fare, nonostante la vitalità delle due galassie (culturale e sociale) che gravitano sulla città.

I pochi abitanti sono un baluardo nella strenua e agguerrita difesa della città-laguna. Questo sparuto manipolo d’irriducibili (nell’intento) in drastica e inesorabile riduzione (nel numero), anima la realtà civica e sociale con una miriade di associazioni e comitati di ogni tipo – per la tutela ambientale, la coesione sociale, lo sport, la salute, la solidarietà – che creano una rete di straordinaria ricchezza, testimonianza che l’autentica qualità di Venezia è di carattere relazionale nel vissuto. Questa circostanza non viene considerata un patrimonio e valorizzata, aprendo alla cittadinanza e avviando processi realmente partecipativi con tutte queste forze sane del tessuto cittadino, agevolando l’emancipazione dalla protesta a vantaggio della proposta. Si cerca invece di strumentalizzare questi soggetti grazie all’instaurazione di rapporti clientelari e quando questo non riesce si cerca di liquidare questa straordinaria partecipazione facendo appello ai numeri: “se sono così pochi gli abitanti e così tante le associazioni, considerando che molti abitanti non aderiscono ad alcuna associazione, vuol dire che sono sempre gli stessi, e sono solo contestatori!”

Ora, le associazioni affrontano singoli temi, quindi è normale che gli abitanti partecipino alle attività di tutte quelle che affrontano temi di loro interesse; è altresì vero che molte associazioni nonostante l’esiguo numero di soci offrono un servizio pubblico di grande importanza. Alcune sono caratterizzate politicamente, nel senso che contestano le disfunzioni nella gestione della cosa pubblica e dei beni comuni, portando avanti un’azione di protesta che porta al momento della competizione elettorale alla formazione di liste civiche. Altre associazioni sono per statuto apolitiche ma nel senso di apartitiche, perché in effetti sono il cuore della politica cittadina, nel senso alto di chi lavora alla soddisfazione dei bisogni della popolazione. 

Attorno alla città patrimonio dell’umanità c’è poi la galassia di tutti coloro che ci gravitano intorno, dagli abitanti delle città di terraferma ai turisti, da chi la frequenta regolarmente a chi ci ha preso casa, dagli studiosi agli studenti. L’elemento di coesione di questa componente atipica e variabile è la dimensione culturale radicata nello spirito del luogo e in un habitat in cui insediamento antropico e natura costituiscono un’unità inscindibile, su cui si fonda la storia e il carattere della città alla perpetua ricerca di un equilibrio tra l’anima naturale del luogo e la natura animale dell’uomo. Un equilibrio compromesso negli ultimi cento anni da interventi insopportabili, come l’insediamento sulla gronda lagunare a Marghera di un porto industriale con retrostante polo chimico tra i maggiori del paese, a servizio del quale si è inferto un colpo mortale all’equilibrio dell’ecosistema lagunare scavando un’autostrada del mare, il canale dei petroli, la cui stessa denominazione è un controsenso: petrolio? chimica? laguna?, ma di che stiamo parlando…

È vero, non si è asfaltato il Canal grande come auspicava Marinetti, ma si è comunque compromesso l’equilibrio lagunare, garanzia  pregiudiziale alla sopravvivenza della città per realizzare il sogno di rilancio e rigenerazione della città artigianale che si fa industriale e moderna. Oggi si torna a parlare di scavi, al Montiron verso Altino e di servizio a Marghera. È impossibile che non si riesca a capire, piuttosto non si vuole capire che tutelare l’integrità di VeneziaLaguna è la priorità assoluta.

La vitalità civica e delle relazioni sociali è forse l’elemento più significativo della qualità della vita a Venezia e dell’esperienza che si fa di questa città in forma di casa, esperienza che è al tempo stesso intima individuale introspettiva e collettiva sociale civica, e si declina tra pubblico e privato, con una straordinaria, magnifica strategia delle relazioni con l’ambiente da parte di uomini legati da un profondo senso di appartenenza alla comunità e di aderenza allo spirito del luogo. Ma nonostante questa esuberanza dell’attivismo civico e sociale e culturale la caratteristica di questo arcipelago è la frammentazione ed è anche per questo che hanno scarso potere d’influenza sui decisori, altro che dividi et impera, qui il potere non deve neanche dividere per imperare, ci si divide già da sé. 

Il problema è la distanza tra la cittadinanza e una classe dirigente inadeguata, impegnata solo a prendere il potere e a esercitarlo in solitudine, incapace di elaborare un progetto comune sulla base di una visione strategica della città coinvolgendo la popolazione, unica vera garanzia di successo nella prospettiva di un cambiamento reale e incisivo. Bisogna prendere il potere, uscire da palazzi, sale e salotti, bisogna scendere in campo e fare un bagno di umiltà ascoltando lì il soffio vitale della città. Bisogna coinvolgere la cittadinanza partendo dalla identificazione e da un lavoro sui valori, che non sono quelli stabiliti eticamente ma quelli percepiti francamente, e a partire da questi avviare processi realmente partecipativi di rinnovamento e rinascimento della comunità.

Quello che serve a Venezia è una nuova governance, trovare il coraggio e la forza per fare della città lagunare il laboratorio politico, ambientale, sociale del III millennio, stando al tempo stesso con la testa tra le nuvole e i piedi ben piantati per terra, nei campi, tra la gente. 

Una governance per Venezia ultima modifica: 2021-09-25T17:20:38+02:00 da GIOVANNI LEONE

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