I 100 giorni di Bennett. Parla Ahmad Tibi

Parlamentare della Joint List, già vice-presidente della Knesset e consigliere personale di Arafat, in questa intervista in esclusiva concessa a ytali, fa un bilancio della fase iniziale del primo governo dell’era post-Netanyahu. E non è certo un bilancio entusiasta.
UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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È la memoria storica degli arabi israeliani, una delle figure più autorevoli e carismatiche di una comunità che rappresenta oltre il venti per cento della popolazione d’Israele. Ahmad Tibi [nell’immagine dei copertina], parlamentare della Joint List, in passato vice-presidente della Knesset e consigliere personale di Yasser Arafat. Per questo, uno dei politici più odiati dalla destra oltranzista israeliana. In questa intervista in esclusiva concessa a ytali, Tibi fa un bilancio dei primi cento giorni del governo Bennett-Lapid. E non è certo un bilancio entusiasta.

Sono trascorsi i fatidici cento giorni dall’insediamento del governo Bennet-Lapid, il primo dopo il pluridecennale “regno” di Benjamin Netanyahu. Lei ha rivendicato il contributo dato dagli arabi israeliani nel porre fine all’era Netanyahu. Si ritiene soddisfatto?
La vera domanda è se la politica è cambiata. Dal nostro punto di vista, no. Non per la comunità araba, non per Gaza, gli insediamenti in Cisgiordania continuano a crescere, non c’è nessun processo di pace. Nessun cambiamento.

Giudizio severissimo, il suo.
Realistico, direi. Vede, io non rinnego una virgola di quanto ho affermato pubblicamente nelle ultime campagne elettorali. Benjamin Netanyahu è stato una iattura per gli arabi israeliani, per il raggiungimento di una pace giusta con i palestinesi, per la stessa democrazia israeliana. Il suo delirio di onnipotenza l’aveva fatto sentire una specie di autocrate al di sopra di tutto e di tutti, perfino della legge. Confermo questo giudizio…

Ma…
Ma da qui a sostenere che quello che si è insediato da cento giorni sia davvero il “governo del cambiamento”, be’ questo è tutt’altro discorso. Dove sta il cambiamento? Chi ne avrebbe beneficiato? Le condizioni di vita degli arabi israeliani, soprattutto delle fasce più deboli, sono migliorate? E ancora: il negoziato di pace con l’Autorità palestinese ha fatto un sia pur minimo passo in avanti? È stato posto un freno alla colonizzazione ebraica della Cisgiordania? È stato allentato l’assedio a Gaza? È diminuito il numero di palestinesi uccisi dai soldati israeliani? A tutte queste domande, la risposta è sempre la stessa: no.

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Mi creda, non lo dico per partito preso. Lei sa che all’interno dei partiti che compongono la Joint List si era aperto un dibattito franco, vero, a tratti anche aspro, sull’atteggiamento da assumere nei confronti della nuova coalizione di governo della quale fanno parte anche forze politiche con cui abbiamo buoni rapporti e idee simili su questioni cruciali come la pace. Mi riferisco al Meretz. In questo dibattito, io ho assunto un atteggiamento “attendista”. Nessuna bocciatura pregiudiziale, confrontiamoci sui nodi cruciali di un governo del cambiamento…

E come è andata a finire?
Direi male. Invece di aprire un tavolo programmatico, Bennett ha preferito la scorciatoia delle poltrone per dividerci. Nulla di nuovo sotto il sole. 

Ahmad Tibi, a destra, ai festeggiamenti in onore della medaglia d’oro a Tokyo Iyad Shalabi

Deluso da Bennett?
No. Naftali Bennett è un politico ambizioso, rampante, in questo molto simile al suo mentore “tradito”, Netanyahu. Ma Bennett è parte integrante della destra nazionalista israeliana, uno dei politici più vicini al movimento degli insediamenti, tra i più decisi sostenitori della legge su Israele “Stato nazionale del popolo ebraico”, che ha istituzionalizzato un’etnocrazia. Quanto alla pace, Bennett era ed è rimasto contrario alla soluzione a due Stati. Al massimo, può concepire una qualche miglioria economica per i palestinesi dei Territori occupati. Niente di più. Se di delusione vogliamo parlare, si riferisce a ben altro…

A cosa?
Al comportamento tenuto da quei partiti che si rifanno a posizioni di centro moderato e di sinistra. Penso a Meretz, al Partito laburista, al centro di Lapid e di Gantz. Avrebbero potuto e dovuto fare di più per dare senso e concretezza al “cambiamento”. Invece la discussione si è concentrata sui ministeri da spartirsi.

Vorrei soffermarmi ancora sulla Legge approvata a maggioranza dalla Knesset nel luglio del 2018. Allora, lei affermò che la legge dello Stato-nazione indicava la via dell’apartheid. Tre anni dopo, resta dello stesso avviso?
Assolutamente sì. Quella legge ha un elemento di “supremazia ebraica” e la creazione di due classi separate di cittadini, una che gode di pieni diritti e una che ne è esclusa , e anche nel secondo gruppo vi è uno sforzo per creare diverse categorie.  

Ahmad Tibi interviene in commissione sanità della Knesset

A proposito di cambiamenti. La dirigenza palestinese aveva accolto con speranza l’elezione di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti. Una speranza vana?
Qui sarei meno tranchant. Anzitutto perché l’elezione di Biden ha significato l’uscita dalla Casa Bianca del presidente che più di ogni altro ha concesso a Israele e al suo amico Netanyahu. Non c’è stato un solo atto della presidenza Trump che non abbia favorito la politica unilaterale d’Israele. E non mi riferisco solo al trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme. Penso anche al cosiddetto “Piano del secolo” che Trump aveva congegnato per cancellare la questione palestinese. Con Biden le cose non potrebbero andare peggio. Soprattutto, mi fa ben sperare la crescita nel Partito democratico americano di una componente autorevole che dice le cose per come stanno e non si lascia condizionare dalle vergognose accuse di antisemitismo che la destra ebraica, dentro e fuori Israele, lancia a chiunque osi criticare le politiche governative. Io ho avuto modo di conoscere il presidente Biden quando era il vice presidente con Obama. Ne ho apprezzato la competenza e l’onestà intellettuale. Non ha mai nascosto di essere un amico d’Israele ma non per questo ha lesinato critiche per quegli atti che hanno ostacolato il rilancio del negoziato di pace. Mi auguro che Biden dia corso a una vera, concreta discontinuità rispetto alla politica del suo predecessore.  

Quello nato cento giorni fa è il “governo della staffetta”: a Bennett, nella seconda metà della legislatura, succederà come primo ministro Yair Lapid. Tempi migliori?
A parte che la storia ha insegnato che gli accordi a staffetta non sempre si sono avverati. In questo, Netanyahu è stato un maestro. Per restare al potere prometteva staffette, che poi puntualmente non si realizzavano. L’ultimo a cadere nella trappola è stato Gantz. Stavolta credo che le cose andranno in modo diverso e che la staffetta ci sarà. Ma non credo che avrà effetti salvifici solo perché Lapid è un centrista a differenza di Bennett. Il “cambiamento” andrà verificato nei fatti e non dall’immagine, certamente più gradevole, di Lapid.

I 100 giorni di Bennett. Parla Ahmad Tibi ultima modifica: 2021-09-26T15:47:47+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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