Da Deng a Xi. Il Pc cinese chiude il cerchio

L’attuale numero uno cinese sta completando il processo di smantellamento delle basi del miracolo economico cinese, iniziato quattro decenni fa dal successore di Mao, il leader indiscusso che lanciò le riforme economiche che hanno messo la Cina sulla strada che l’ha portata dove si trova oggi.
BENIAMINO NATALE
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La crisi dell’Evergrande, la più grande impresa immobiliare cinese schiacciata sotto un macigno di trecento miliardi di debiti, minaccia di far sentire i suoi effetti su uno dei settori trainanti dell’economia del Dragone. Le opinioni sui contagi che potranno verificarsi sull’economia globale sono diverse ed è presto per una valutazione attendibile. Lo stesso vale per le notizie che stanno uscendo a singhiozzo su una possibile crisi cinese.

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Quello che è necessario sottolineare è che l’agonia della Evergrande avviene mentre la campana a morto sta suonando per tutto il settore privato, attaccato frontalmente dal neo-maoista presidente della Repubblica Popolare / segretario del Partito comunista / segretario della Commissione miIitare centrale, Xi Jinping. Xi vede come pericolosi concorrenti i nuovi capitalisti come Jack Ma, il popolare fondatore del colosso dell’e-commerce Alibaba e cerca di limitarne il potere, rafforzando il ruolo dei “controllori” del Partito nelle imprese private. Dopo la campagna di ridimensionamento di Alibaba e del suo fondatore, è toccato ad altre grandi imprese private cinesi, come la Tencent Holdings, costretta a rinunciare a un grosso contratto di distribuzione della musica online e la Didi Chuxing, la “Uber cinese”, multata e minacciata con l’accusa di aver voluto sfidare le autorità allargando le sue operazioni negli USA e in Europa.

In altre parole, Xi sta completando il processo di smantellamento delle basi del miracolo economico cinese, iniziato quattro decenni fa dall’allora leader indiscusso Deng Xiaoping. Succedendo a Mao Zedong, Deng liquidò quello che rimaneva della Rivoluzione culturale, epurò il partito dalle sue frange più estremiste e lanciò le riforme economiche che hanno messo la Cina sulla strada che l’ha portata dove si trova oggi – vale a dire a essere ricca e potente, l’unico paese in grado di contendere agli USA la leadership mondiale. 

Al contrario di Xi, Deng Xiaoping non ha avuto mai cariche altisonanti. Nel 1979 intraprese il viaggio negli USA che lo consacrò come uno dei massimi leader politici del mondo, ricoprendo delle cariche minori: era vice-primo ministro e presidente della Conferenza consultiva del popolo, un organismo privo di potere reale. Ciononostante, Deng è stato probabilmente più potente di Xi Jinping, e sicuramente più popolare di lui, dentro e fuori dal Partito comunista.

Per Deng lo studioso David Shambaug (autore tra l’altro del libro China Leaders: from Mao to Now) ha inventato l’azzeccata definizione di “leninista pragmatico”. Infatti, pur promuovendo le riforme, Deng rimase sempre un convinto comunista rivoluzionario. La sua doppia personalità fu evidente quando, di fronte alla protesta degli studenti – peraltro innescata dalle sue decisioni politiche – usò il pugno di ferro ordinando quello che è passato alla storia come il massacro di piazza Tiananmen. Il drammatico dilemma che affrontò in quelle settimane il gruppo dirigente del Pcc è ben raccontato dai verbali delle riunioni che si tennero a Pechino raccolti nel libro The Tiananmen Papers, curato da due dei migliori analisti della Cina contemporanea, Perry Link e Andrew Nathan (che non per niente sono stati messi al bando dal Pcc). A risolverlo con la decisione di chiamare l’esercito fu il “leninista” Deng. 

Dopo il periodo del terrore e della legge marziale, il cosiddetto “piccolo timoniere” – un soprannome riferito alla sua statura (un metro e 52 cm) e in contrapposizione con il “grande timoniere” Mao – rilanciò le riforme con il famoso “viaggio al sud”, cioè nelle zone più industrializzate e modernizzate del paese. 

Con l’ascesa di Xi Jinping il cerchio si chiude: la Cina abbandona la strada intrapresa dal “piccolo timoniere” nella seconda metà degli anni Settanta e torna al maoismo, o meglio a una sua versione aggiornata. Gradualmente, Xi sta smantellando tutte le innovazioni che erano state introdotte da Deng nella gestione del Partito-Stato cinese.

Deng invitava i capitalisti a darsi da fare – “arricchirsi è glorioso” fu uno dei suoi slogan – e apriva la Cina agli investimenti stranieri. Per gestire il passaggio dalla disastrosa economia socialista di Mao a quella di un paese moderno Deng chiamò i “compatrioti” di Taiwan e di Hong Kong che in virtù della comune, forte identità cinese risposero in massa al suo appello e costituirono quella classe di piccoli imprenditori e manager che mancava nella Cina post-Rivoluzione culturale e che ha avuto un ruolo centrale nella costruzione dell’economia della nuova Cina.

I “compatrioti” di Taiwan e Hong Kong sono visti da Xi più come sospetti sostenitori dell’indipendenza di Taiwan e del sistema semidemocratico dell’ex-colonia britannica che come collaboratori nella realizzazione di un destino comune. Xi ha distrutto anche la struttura politica che Deng aveva creato per portare avanti la trasformazione della Cina.

Da sinistra; Deng Xiaoping, Jang Zemin, Hu Jintao, Xi Jinping

Nel difficile periodo seguito al massacro di piazza Tiananmen, Deng si affidò a un altro dirigente pragmatico: Jiang Zemin, che a Shanghai era riuscito a contenere le spinte verso la democrazia senza per questo arrivare al disastro che invece si verificò a Pechino. Nella sua classificazione dei leader comunisti cinesi, Shambaugh lo definisce un “politico burocratico”, che aveva il vantaggio di non avere alcuna base di potere autonoma e di conseguenza si basava esclusivamente sull’appoggio dello stesso Deng. Con Jiang in sella, la Cina continuò il suo cammino sulla strada dello sviluppo economico in collaborazione con i capitalisti stranieri, sforzandosi di mantenere intatto il monopolio del Pcc sulla politica.

Il “piccolo timoniere” aveva pensato anche al dopo-Jiang, indicando nel “grigio” Hu Jintao il seguente segretario del Partito, presidente della Repubblica e segretario della Commissione militare. Hu era un “primus inter pares”, condivideva cioè il potere con gli altri componenti del Comitato permanente dell’Ufficio politico comunista, prima di tutto con il suo primo ministro Wen Jiabao. Era la cosiddetta “leadership collettiva”, che avrebbe dovuto – nelle intenzioni di Deng – evitare l’accentramento del potere nelle mani di una sola persona, in modo da impedire il ripetersi di drammi come quello della Rivoluzione culturale. È stato sotto la coppia Hu-Wen che l’economia cinese Cina ha fatto il salto che l’ha portata in testa alle classifiche mondiali e che ha fatto gridare al “miracolo” molti commentatori, probabilmente un po’ superficiali. Ed è stato nello stesso periodo 2003-2012 che è cominciata la “marcia indietro” che ha portato al potere Xi Jinping.

Le cause devono ancora essere analizzate a fondo, ma possiamo indicarne alcune: la crisi finanziaria del 2008 ha fatto intravedere ai dirigenti cinesi la possibilità di un tramonto della potenza americana. Sempre nel 2008 la sanguinosa rivolta del Tibet e il devastante terremoto del Sichuan hanno scosso le loro certezze. Il Partito ha cominciato a temere di non poter restare a lungo in sella ed è corso ai ripari, cioè l’accentramento dei poteri, il rallentamento delle riforme politiche – in seguito del tutto abbandonate – fino a quando il “nuovo Mao” Xi Jinping non ha dato l’ultimo colpo con l’abolizione del “tetto” di due termini di cinque anni per il leader del Partito e dello Stato e con l’attacco alle imprese private.

La proprietaria di quest’immobile, a Shanghai, è stata avvisata della sua prossima demolizione. Ha pertanto ricoperto la facciata con ritratti di Xi Jinping. Così, quando sarà demolito, tireranno giù anche i ritratti di Xi.
Da Deng a Xi. Il Pc cinese chiude il cerchio ultima modifica: 2021-09-28T18:01:38+02:00 da BENIAMINO NATALE
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