La giornata europea delle lingue all’Università di Siena

È stata l’occasione per un interessante e coinvolgente evento per riflettere sulle interazioni tra lingue e culture diverse e sulle molteplici forme di comunicazione dei nostri giorni. Di grande rilievo la folta partecipazione di studenti - oltre quelli dell’ateneo senese - di scuole di tutto il territorio italiano (Toscana, Veneto, Emilia Romagna, Campania).
ISABELLA FERRON
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Se la lingua fosse un prodotto dello spirito logico,
e non del poetico,
ne avremmo una sola.
(Friedrich Hebbel)

È tornata anche quest’anno presso l’Università di Siena (sede di Arezzo) la Giornata europea delle Lingue, celebrata dal 2001 ogni 26 settembre. Per il 24 settembre il Corso di laurea in Lingue ha organizzato un interessante e coinvolgente evento – in ricordo di Elisabetta Di Benedetto – per riflettere sulle interazioni tra lingue e culture diverse e sulle molteplici forme di comunicazione dei nostri giorni. Il titolo dell’evento, Radici e sconfinamenti. In viaggio tra lingue e culture, ben rappresenta il percorso tematico intrapreso che unisce tutti questi aspetti. I relatori hanno parlato di commistioni e integrazioni nelle lingue e nelle culture e letterature tedesco, spagnolo, inglese, francese, russo e italiano (più precisamente nella variante del sardo). La modalità online dell’incontro ha favorito la partecipazione, oltre agli studenti dell’ateneo senese, alle scuole di tutto il territorio italiano (Toscana, Veneto, Emilia Romagna, Campania), rendendolo un evento nazionale.

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Il termine “sconfinamento”, nel titolo viene contrapposto a radici, si riferisce all’uso di una lingua, o di una varietà linguistica percepita da chi parla e scrive, ma anche da chi legge e ascolta, come altra. È una lingua che proietta al di fuori di noi un’identità del tutto inattesa, che nasce dal contatto tra lingue e culture diverse. Lo sconfinamento linguistico e culturale implica anche un movimento fisico, concreto tra confini sociali ed etnici, suscitando emozioni sia positive che negative nei confronti dell’Altro che ci si presenta dinnanzi al confine della nostra lingua e del mondo da esso rappresentata.

Le lingue che parliamo, nelle manifestazioni individuali di ogni singolo parlante, si formano nel corso di tutte le nostre vite, nascono dall’interazione della lingua dei genitori con l’ambiente circostante, si arricchiscono attraverso le letture e gli studi e diventano irripetibili nelle diverse individualità delle persone che le parlano e le scrivono, come ben testimoniano gli scrittori e le opere letterarie di cui si è parlato. Queste lingue individuali possono essere intese come sentieri solitari che si immettono nei percorsi battuti delle lingue collettive a servizio di una comunicazione sociale il più possibile comprensibile e inclusiva, capaci di trasmettere contenuti che traducono immagini in realtà e viceversa.

Parlare di radici e sconfinamenti presuppone il plurilinguismo individuale e collettivo, una polifonia diffusa nella quale si intrecciano, si sovrappongono e si modificano reciprocamente lingue madri, lingue straniere, lingue private e collettive. Nelle biografie linguistiche degli scrittori migranti – qualunque sia il motivo di questa migrazione – il tema della lingua è centrale: in questi viaggi fisici, ma anche mentali ed emozionali, le lingue si perdono, si dimenticano, si mescolano, si influenzano reciprocamente. I referenti hanno dato voce a questi scrittori che ripercorrono le tappe del loro essere diventati plurilingue, il loro aver scelto di scrivere nella lingua dell’altro. A tale riguardo, il poeta e saggista americano Alfred Corn afferma che

gli scrittori devono essere poliglotti: il modo migliore per capire come tutte le lingue siano straniere, soprattutto la propria.

La copertina di Time dedicata a Uğur Şahin e Özlem Türeci

Nel suo intervento Sandra Paoli (Università Roma Tre Liceo Canova, Treviso) dà voce agli scrittori di origine turca che hanno scelto di scrivere in tedesco, come ad esempio Emine Sevgi Özdamar, scrittrice, attrice e regista turca che ha lasciato la Turchia per motivi politici e ha scelto la Germania per vivere e studiare, le cui opere sono attraversate dalla riflessione sul ruolo centrale del linguaggio, come la raccolta di racconti Mutterzunge (lett. lingua madre). L’immigrazione turca, in modo particolare tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta del secolo scorso, ha contribuito a formare la comunità straniera più grande in Germania, da cui arrivano, ad esempio, anche i due scienziati ideatori del vaccino BioNTech (Pfizer) contro il Covid-19. Se Sandra Paoli si sofferma su questo fenomeno non solo sociale, ma anche e soprattutto culturale, Giovanni Sampaolo (Università Roma Tre) ed Elena Spandri (Università di Siena) hanno mostrato come lingue e culture diverse si rincorrano, s’incontrino senza mai combaciare nel tentativo di descrivere e spiegare il mondo.

Dimitré Dinev, scrittore austriaco di origine bulgara

Sampaolo ha raccontato l’idea alla base dell’antologia in tre volumi da lui curata, dedicata alle nuove generazioni di scrittori migranti provenienti dall’Est europeo (moravi, slovacchi, bulgari, polacchi, o emigrati addirittura dall’Asia) che vivono in Austria, ma anche austriaci di nascita, forse meno impegnati politicamente e socialmente rispetto alle generazioni precedenti, ma che nelle loro opere dialogano con il passato asburgico dei molti popoli e portano nella lingua tedesca storie di luoghi lontani.

Introducendo il romanzo coloniale in lingua inglese (Naipaul, Desai, Adiga, Smith, Achebe, Coetzee, Gordimer, Selasi, Adichie), Elena Spandri mostra come la letteratura si presti a strumento per operare un continuo rovesciamento delle condizioni coloniali, punto di partenza delle opere di autori come Amitav Ghosh o Salman Rushdie: a questi ultimi interessa far comprendere la portata ideologica di quelle opere considerate come classici emblemi dell’incontro coloniale da un punto di vista periferico. Le loro sono opere che descrivono positivamente l’ibridismo delle popolazioni un tempo sottoposte a colonizzazione e lo considerano come un arricchimento umano, linguistico e culturale (cfr. Omeros di Derek Walcott). In questo modo, l’opera letteraria diventa quindi un veicolo per costruire una memoria collettiva scevra dalle manipolazioni dei regimi succedutisi prima e dopo il colonialismo, si pensi ad esempio all’opera di Amitav Ghosh, Il paese delle maree

Il mondo extraeuropeo ritorna anche nell’intervento di Danilo Manera (Università degli Studi di Milano) che ci fa compiere un viaggio dalla periferia del mondo sudamericano, facendoci conoscere i narratori e poeti delle ultime generazioni di Cuba, come anche delle altre isole caraibiche: di questi mondi affascinanti e lontani ci mostra, attraverso le opere di questi scrittori, le città dove è ancora ben presente il segno dei colonizzatori, ma anche le calde e lunghe giornate soleggiate, la vitale miscela storica di una popolazione che soffre o sogna ancora, il fascino di un’isola eterna e corporale.

Su questa scia si inserisce l’intervento di Daniela Zizi (Università degli Studi di Cagliari) dedicato alla poesia di improvvisazione a Cuba e in altri Paesi dell’America Latina, che presenta analogie anche con la lingua sarda. In questi componimenti improvvisati sono riportate le espressioni della lingua quotidiana, parola per parola, creando così un effetto straniante di un linguaggio che sembra esistere al di fuori del tempo e della contingenza quotidiana.

Il Festival de la Poesía Improvisada, a Valparaíso, Cile (ultima edizione prima della pandemia Covid), con la partecipazione di artisti da Perú e Argentina

È tramite questa sorta di straniamento che si diviene coscienti di ciò che l’abitudine ci fa dimenticare, si guarda dall’esterno, la lingua diventa un luogo in cui la realtà non è più assoluta. Ed è lo straniamento che si trova anche nell’intervento di Sara Slovacchia (Università di Firenze) che ci parla della letteratura francofona con riferimento alla négritude e di Alina Kunusova (Università di Siena) che, concentrando l’attenzione su Iosif Brodskij e Ivan Bounine, tenta di delineare la mappa geografica dell’emigrazione letteraria russa. In entrambe le relazioni il linguaggio diventa luogo di resistenza alla cultura dominante, possibilità di espressione, ma anche ostacolo da superare e strumento di presa di coscienza. In dubbio viene posta l’assolutezza dei valori, si mostra come il più delle volte il pregiudizio nei confronti dell’altro nasce in chi non è abituato a mettere in dubbio i propri valori, di chi non sa ribellarsi a un’autorità repressiva. 

Iosif Brodskij a Venezia nel 1989 (foto di Graziano Arici)

Queste opere diventano paesaggi sonori e gli spazi linguistici e culturali descritti si propongono come una costellazione di voci, un’architettura in continua costruzione e trasformazione, un rifugio temporaneo o una nuova casa attraverso la quale raccontare e raccontarsi. Tutti gli autori trattati si sono avvicinati così tanto alla lingua del paese ospite da potersene poi allontanare per scrivere e narrare attraverso di esso. Il poeta tedesco Hölderlin sosteneva che “la lingua è tutto ciò che resta a colui che è privato della sua patria”: scrivere in una lingua diversa dalla propria madrelingua significa quindi anche farsi portavoce di uno spiazzamento geografico e culturale che si esprime in un paesaggio letterario polimorfo e molteplice, in cui la dissonanza creata dall’Altro, l’incontro con le periferie del mondo e il superamento dei confini geografici, linguistici e mentali dà vita a nuove forme di comunicazione. Le identità che nascono da questi sconfinamenti sono di sicuro labili e continuamente cangianti, costantemente sul punto di divenire altro da sé, ma rappresentano anche un viaggio di ritorno verso le proprie origini culturali, affettive, verso quella “terra di origine” dalla quale tutti siamo partiti, da quei luoghi che ci hanno formato.

Questo evento ha mostrato ancora una volta il valore della letteratura che, come scriveva Umberto Eco, è uno di quei poteri materiali non valutabili a peso, ma che ha un ruolo fondamentale nelle nostre vite. Non svolge solo una funzione educativa dei singoli, ma anche una fondamentale funzione della democrazia e più in generale dei diritti umani, educa i nostri sentimenti. Leggere e studiare questi autori plurilingue permette di comprendere meglio gli altri, entrando in empatia con loro e vedendo il mondo dalla loro prospettiva.

Immagine di copertina: La sede di Arezzo dell‘Università di Siena

 

La giornata europea delle lingue all’Università di Siena ultima modifica: 2021-09-29T13:58:43+02:00 da ISABELLA FERRON
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