Si ricomincia a parlare di salvezza di Venezia a livello internazionale

E ne esce un appello “per una rinnovata cultura urbana”. Un convegno organizzato da Europa Nostra e dai Comitati Privati Internazionali alla Fondazione Cini. Punti di forza e debolezza. E il problema è sempre quello: come essere ascoltati dove si prendono le decisioni.
MARIO SANTI
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Quest’articolo è scritto in collaborazione con Stefano Zago, architetto ambientalista e disegnatore urbano presente al convegno. Ho avuto il piacere di assistere al convegno con questo amico che vive a Parigi. Per questo l’articolo si esprime al plurale. Dal nostro confronto sono emersi spunti di lettura filtrati da una visione che vuole essere il più possibile cosmopolita.

Il 22 settembre, nell’ambito dell’European Cultural Heritage Summit 2021, For a New European Renaissance, che ha avuto luogo tra 21 e il 24 settembre, Europa Nostra e i Comitati privati Internazionali per la Salvezza di Venezia hanno organizzato alla Fondazione Cini, sull’isola di San Giorgio, un convegno che ha avuto il merito di riaprire la discussione internazionale sulla salvezza di Venezia.

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Un evento importante per una serie di buone ragioni. Innanzitutto, perché ha segnato un risveglio dell’interesse delle istituzioni politiche, culturali e civili internazionali per Venezia. Ma soprattutto perché ha affermato con forza che Venezia e laguna sono un unicum.

Gli spazi di proposta ci sono parsi suddivisi in modo equilibrato tra diverse tipologie di interlocutori, valorizzando la società civile.

Si è sentita sottolineare a più riprese, da parte delle associazioni intervenute, la necessità di parlarsi e costruire un fronte unitario che sappia portare a sistema la ricchezza delle singole proposte.

Sono stati proposti spunti interessanti ed è stata presentato l’“Appello per una rinnovata cultura urbana” (di cui parleremo per esteso più avanti).

Il giudizio è quindi positivo, anche se non sono mancati alcuni passaggi a nostro avviso deboli.

Come è forse inevitabile nella città dove “ci sono più associazioni che abitanti” non sono stati purtroppo chiamati a dare il loro contributo alcuni soggetti che sono attivi e fortemente propositivi. Non si può non notare – a dimostrazione, dura a morire, di un “Veneziacentrismo” che non sa fare i conti con l’articolazione del territorio – che quest’assenza vale per le associazioni che proteggono le isole lagunari (ad esempio “Poveglia Per Tutti”) come per la terraferma comunale. Si pensi alle questioni urbanistiche d’attualità relative al riuso di spazi decisivi per la qualità urbana, non evidente solo nelle città storiche ma anche nelle “città nuove”, una per tutte il riuso di aree ed edifici quali l’ex ospedale Umberto I a Mestre.

Per quanto riguarda presenze e interventi va detto che l’intervento della struttura economica della città è stato limitato (presenti solo gli albergatori, assenti gli artigiani, non previsti gli industriali, né le organizzazioni sindacali o autonome dei lavoratori).

Anche il coinvolgimento della politica istituzionale è stato insufficiente: la Regione Veneto ha svolto un intervento minimale e vuoto di contenuti propositivi, ben sottolineato dalle difficoltà a collegarsi da remoto – alla faccia della digitalizzazione – e dal fatto che sia intervenuta una figura istituzionale non di primo piano, la presidente di una Commissione.

Comune e Città metropolitana erano platealmente assenti, malgrado molti interventi abbiano segnalato la necessità di politiche di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico di livello almeno metropolitano. 

Ripensando all’insieme degli interventi si può ben dire che, anche se alcuni di essi hanno proposto elementi di sicuro interesse, non è emersa quell’“idea di città”, presupposto per un “nuovo rinascimento”, da tutti auspicato, nell’ambito dell’eredità culturale europea.  

Senza la pretesa di offrire un’idea complessiva e generale del dibattito, vorremmo fare alcune considerazioni sparse su alcuni elementi che ci hanno colpito e commentare l’“Appello di Venezia per una rinnovata cultura urbana”, che resterà come il risultato della giornata.

All’appello unanime perché si creino occasioni di scambio tra soggetti e istituzioni impegnate in azioni rivolte alla rinascita della città, il FAI (Fondo Ambiente Italiano) ha offerto una sede di confronto, mettendo a disposizione Casa Bortoli come salotto culturale per condividere proposte sul futuro di Venezia. Si comincerà il 21 novembre – festa della Salute – con un confronto tra Jane da Mosto e l’ing. Luigi D’Alpaos, grande esperto di idraulica e idrodinamica lagunare messo ai margini dal Consorzio Venezia nuova perché non disturbasse il manovratore.

Intervento interessante l’esortazione di Gianpaolo Scarante, presidente dell’Ateneo Veneto, a creare un “coordinamento leggero” tra associazioni e istituzioni culturale cittadine per avere una linea comune e darsi un coordinamento a livello internazionale. Ed è funzionale a ciò la disponibilità dell’Ateneo a essere elemento della narrazione con la quale Venezia si riproporrà al mondo.

Numerosi e unanimi i richiami al fatto che “la città non può dipendere dal turismo”, articolati poi in proposte diverse.

Dallo “statuto speciale “che assegni risorse e autonomia gestionale per proteggere ambiente e popolazione (Venessia.com), ai Giovani del Terzo Millennio.

Dalle proposte più strutturali alla necessità di regolare gli affitti turistici (almeno una parte delle quali dovrebbe tornare all’uso residenziale grazie a sgravi fiscali), a uno sviluppo autenticamente sociale dell’edilizia convenzionata e dell’edilizia residenziale pubblica proposte da Ocio (il laboratorio civico sulla casa e la residenza).

Al Comitato No Grandi Navi, che ha sostenuto che alla prima vittoria ottenuta con l’estromissione delle grandi navi da San Marco e dal Canale della Giudecca deve seguire la loro definitiva messa la bando dalla laguna. Il Comitato ribadisce che non esistono soluzioni provvisorie a Marghera: le navi sotto le 20.000 tonnellate possono arrivare in Marittima, le altre vanno fuori Laguna (i progetti ci sono). E va rovesciata la logica: non è la città che deve adeguarsi alle crociere ma sono le compagnie che devono adeguarsi al delicato equilibrio della città e della laguna.

Anche Italia Nostra si è pronunciata contro il mega-crocierismo e per un vero blocco delle trasformazioni di immobili in alberghi (oggi al divieto sfuggono numerosissime concessioni in deroga).

Gli interventi del mondo accademico si sono inseriti nel contesto che andava emergendo, senza particolari aperture di “nuovi orizzonti”. Abbiamo trovato utile l’impegno dello IUAV a studiare che cosa la città è diventata offrendone un ritratto reale e aggiornato. Ci contiamo?

Abbiamo giudicato invece superficiale e di fatto parziale l’intervento del Presidente di CORILA. Un organismo che vorrebbe mostrarsi scientifico, in base all’indubbio successo di quei (pochi) giorni in cui il sollevamento del Mose ha tenuto la città all’asciutto, non ha voluto soffermarsi sulle criticità e sul come poterle superare. Al contrario, non abbiamo sentito parlare della delicatezza della situazione. Di un’opera lungi dall’essere conclusa, della difficoltà a reperire finanziamenti per pagare i lavori che mancano, quelli già fatti e la manutenzione, degli urgenti aspetti tecnico gestionali da risolvere (dal problema della risonanza a quello del ri-alloggiamento delle paratie sollevate, fino alla difficile compatibilità col Porto). I convenuti si aspettavano l’intervento di una struttura scientifica che monitorasse l’andamento dei lavori; hanno invece dovuto ascoltare un addetto all’“ufficio stampa di propaganda” del Consorzio Venezia Nuova intento a rivendicare di “aver vinto la grande sfida dell’acqua alta”. Come se tempo e storie giudiziarie a Venezia fossero passate invano.

Ma veniamo alle istituzioni politiche.

Su Venezia c’è sempre un’attenzione europea e mondiale, come hanno dimostrato gli interventi della importante sessione “Venezia Nostra: una responsabilità comune anche per l’Europa e per il Mondo” (1).

A fronte di questa importante attenzione, molto poveri, se non inesistenti come nel caso del Comune, si sono rivelati gli interventi delle istituzioni politiche locali, che non hanno offerto la minima sponda. Il Comune di Venezia è risultato “non pervenuto”: è evidente che l’attuale governo della città non vuole “sporcarsi le mani” con la lotta al cambiamento climatico. Al Sindaco Brugnaro va almeno riconosciuta l’“onesta intellettuale”, se così vogliamo chiamarla, di non fare neppure presenza nei luoghi della cultura e in quelli dove si mette in discussione la sua politica di “lassez faire”. Tantopiù si dà assente dove si parla delle necessità di frenare la monocultura turistica e di diversificare l’economia cittadina valorizzando le risorse ambientali e culturali.

La Regione Veneto invece ritiene che l’assalto al territorio su cui si basa il potere zaiano (2) possa essere affiancato da interventi francamente privi di contenuto e ha mandato a rappresentarla una presidente di commissione che ha sviluppato il mandato del suo presidente. L’intervento si è risolto in una sequenza di parole chiave, scelte ad hoc dal vocabolario del greenwashing (ambiente, ecologia, transizione, sostenibilità, sviluppo, lavoro) costellate dal temine sfida, tipico di chi ritiene che l’amministrazione di Venezia debba rispondere sempre a criteri di competizione. Questa sequenza di termini condivisibili ma svuotati del loro autentico significato ci fa altrimenti comprendere un semplice ma chiaro e prevedibile messaggio: “siamo con voi ma, per piacere, fatevi da parte e lasciateci lavorare”.

Da un punto di vista esterno alla nostra ottica di veneziani sempre brontoloni può esser apparso positivo che diverse realtà, modi di pensiero e d’opinione, ambiti di intervento, abbiano avuto la capacità di incontrarsi.

Si è posto l’accento sulla necessità di definire idee e progettualità, non solo lamentele e polemiche, e l’eterogeneità degli interventi ha reso vitali e interessanti i contenuti.

Sono state sottolineate le criticità della situazione politica e amministrativa (la non-risposta dell’amministrazione a problemi pressanti), le carenze strutturali (tagli di personale in tutti i settori, precarizzazione dei giovani, impossibilità di sviluppare progetti per discontinuità degli impieghi).  

Al contempo sembra che manchi ancora, da parte delle autorità che governano Venezia, una “idea di città”. O, peggio, emerge ancora una visione basata sulle occasioni di business, piuttosto che un governo virtuoso che dia ascolto e riposte ai cittadini; si pensi agli evidenti conflitti di interessi del sindaco o al rifiuto altrettanto plateale della concertazione.

Eppure al centro del convegno e di una gran parte degli interventi sono emerse tre idee forti:

  • che Venezia e laguna siano un’unica entità;
  • che la cultura abbia un ruolo centrale, soprattutto come volano per nuove attività e iniziative giovanili. Da ciò l’idea di Venezia come laboratorio globale i cui risultati ottenuti possono essere utili alla città ma anche risorsa per il mondo intero.
  • la necessità di regolare e limitare lo sfruttamento del turismo (per esempio con incentivi per gli affitti non turistici), invece che perseguirne una espansione incontrollata, e di diversificare la attività economiche.

Queste idee saranno valide in tutti gli ambiti di intervento se sapranno garantire criteri di sostenibilità sociale e ecologica.

Se queste idee si tradurranno in realtà potremo assistere al ripopolamento e riequilibrio residenziale della città, specialmente per i giovani, richiamati da occasioni di lavoro e iniziative.

Insieme vanno tenuti in considerazione anche il riequilibrio del rapporto tra isole e terraferma, la ripresa della concertazione interrotta tra amministrazione e società civile, dando al dibattito ed alle esperienze un respiro internazionale.

La domanda chiave che più di qualche intervento ha posto è la seguente: devono Venezia e la laguna adattarsi alle esigenze economiche di una “crescita” senza fine o al contrario sono le stesse esigenze economiche a dover fare i conti e adattarsi alle esigenze, alla delicatezza e al continuo divenire all’ecosistema veneziano-lagunare?

Benché sia stato posto il problema dell’urgenza delle scelte, il convegno ha segnato, nonostante le differenze di opinione e approccio, la presenza di molti punti forti di consenso. Forse un metodo per tradurre in progetto questo dialogo costruttivo sta proprio nell’interconnessione dei saperi e dei differenti ambiti di progetto come nell’espansione del dibattito a un livello internazionale.

Vi è a monte la necessità di invertire la logica economico-produttivistica che sta soffocando il territorio, ristabilendo la priorità di antichi ma attuali valori: convivenza delle differenze, rapporto con la natura, attività sostenibili e diversificate, valorizzazione delle idee.

In due parole, si è ribadita la volontà di uscire da un’immagine di Venezia come città morente rilanciando in ambito internazionale una visione di città laboratorio

Ci sembra che perché ciò si realizzi servano due condizioni:

La prima è che la preziosa opera di ascolto e proposta che Europa Nostra e i Comitati internazionali stanno tessendo prosegua e si sviluppi. Le attenzioni rivolte non solo alla difesa dei monumenti ma alla città come organismo urbano, devono avvenire, è essenziale e imprescindibile, riconoscendo ruolo e presenza ai cittadini, residenti e temporanei (secondo il termine caro a UNESCO). Da ciò la necessità di un ripopolamento grazie a politiche per la residenza che sappiamo arrestare la deriva di un mercato orientato alla rendita turistica speculativa.

La seconda sta nella capacità della struttura civica e associativa cittadina, intesa in senso estremamente largo e variegato (dai comitati ambientali alle istituzioni culturali, dal No grandi navi all’Ateneo Veneto, solo per fare qualche esempio), di parlarsi, coordinarsi, assumere un’iniziativa politica per la difesa delle città e della Laguna. Se Venezia è laguna, i suoi abitanti non possono aspettare il prossimo convegno, per quanto interessante nei contenuti, ma devono parlarsi e agire in modo unitario, chiamando ad interfacciarsi le organizzazioni internazionali, sapendo dialogare e pensare insieme.

È questo il lascito che la giornata alla Fondazione Cini sarà (o non sarà) stata capace di produrre. Ognuno dei protagonisti di questa giornata e anche molti altri (abbiamo già avuto modo di ricordare alcune delle assenze) devono assumere (o decidere di non assumere) le proprie responsabilità. Un futuro non molto distante ci dirà chi ha voluto e saputo fare e chi no. Le premesse ci sarebbero…

Abbiamo lasciato alla fine alcune considerazioni in merito al punto d’arrivo della giornata d’incontri l’“Appello di Venezia per una rinnovata cultura urbana”. Questo perché (come nelle dichiarazioni dei proponenti) c’è l’auspicio che esso possa essere integrato e fatto proprio da una platea più ampia di soggetti.

Si tratta di un documento “di principi”, sicuramente apprezzabili. In particolare, perché segna un percorso (con alle spalle le tappe importanti ricordate nel testo 3) di un anno di lavoro di un comitato di esperti.

Rimandando alla lettura del documento per una visione più generale e articolata, qui vorremmo solo richiamare che quello che più colpisce è l’affermazione di una cultura urbana matura. Si punta cioè non solo alla conservazione del patrimonio materiale e immateriale, ma alla difesa di quella pluralità di funzioni urbane (in primis residenza, servizi e lavoro) che consolidano la presenza e innalzano la qualità della vita degli abitanti.

Dopo la Pandemia, si ricorda, siamo a un bivio tra la scelta di rilanciare e rinforzare una prepotente economia turistica o intraprendere la strada della diversificazione e della sostenibilità. Se questo è un punto focale della proposta, è chiaro perché questo appello non può che partire da Venezia, dove la prima scelta è particolarmente evidente dato che la città è governata sulla base di un laissez faire che asseconda ogni genere di rendita turistica e speculativa.

Ma è chiaro pure che a Venezia cultura urbana, ambientale e soggetti delle istituzioni culturali veneziane ed europee possono far partire insieme non solo analisi, ma azioni comuni.

Occorre difendere una cultura urbana e una cultura ambientale non solo per la sua unicità ma soprattutto perché a rischio di una compromissione definitiva.

L’azione della società civile saprà, appoggiandosi e facendo leva sull’Europa, trovare ascolto e risposte positive a tutti i livelli istituzionali, anche quelli locali. Solo se vorremo e sapremo farlo potremo uscire soddisfatti dalla giornata della Cini. Molti sono usciti convinti di aver assistito a. un evento di qualità.

Solo se le “belle idee” troveranno gambe su cui camminare sarà possibile che siano prese in considerazione, sia da parte della popolazione che dei decisori politici.

(1) A cura di lla Luisella Pavan-Woolf, Direttrice Ufficio di Venezia, Consiglio d’Europa Francisco de Paula Coelho, Direttore, Istituto della BEI Jyoti Hosagrahar, vicedirettrice – Centro del Patrimonio Mondiale, UNESCO.

(2) Il sacco del Veneto: così Zaia ha costruito il suo potere sul consumo di suolo dell’urbanista Chiara Mazzoleni sul Domani del 9 agosto 2021.

(3) Dalla Carta di Venezia sui beni culturali del 1964 alla convenzione per la salvaguardi del Patrimonio Culturale Immateriale (del 2003), alla convenzione di Faro del 2005, alle posizioni UNESCO come la Recommandation on the Historic Urban Landscape del 2011, fino alla Dichiarazione di Davos del 2018.

Si ricomincia a parlare di salvezza di Venezia a livello internazionale ultima modifica: 2021-09-29T19:46:31+02:00 da MARIO SANTI

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