Chi è?

Chi è Mario Draghi? Un acceso dibattito è in corso sullo stato della nostra democrazia che esprime un malessere dovuto alla difficoltà di inquadrare entro le categorie tradizionali della teoria politica l’emergere di fenomeni dal profilo enigmatico, quale il potere dell'attuale presidente del consiglio.
ALBERTO MADRICARDO
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Un acceso dibattito sta da tempo investendo la nostra stampa sullo stato della nostra democrazia. Da una parte le limitazioni delle libertà individuali imposte dal Covid, dall’altra un governo della quasi unanimità, hanno accentuato le preoccupazioni di alcuni per la sua salute. A me pare che questo dibattito sia piuttosto astratto e inconcludente ma che almeno esprima un malessere, dovuto, credo, proprio alla difficoltà di inquadrare entro le categorie tradizionali della teoria politica l’emergere di fenomeni dal profilo enigmatico, quale il potere di Draghi. 

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Oltre ad alcuni filosofi come Agamben e con sfumature diverse Cacciari, anche editorialisti come Donatella di Cesare (in un recente articolo sulla Stampa) hanno evocato lo stato di eccezione e provato anche a sovrapporre all’attuale presidente del consiglio, che governa il paese con la quasi unanimità, la sagoma del dittatore o del “sovrano schmittiano”, che è un altro modo un po’ più elegante per dire la stessa cosa.

La mia impressione è che viviamo oggi in una situazione inedita, che sfugge agli schemi abituali. Ma, se questo accade, non possiamo adattare a forza la realtà agli schemi: sono gli schemi che devono essere adeguati alla realtà.

Forse non abbiamo ancora l’armamentario concettuale adatto a interpretare lo stato di cose in cui ci troviamo. La discontinuità di cui stiamo facendo esperienza è così profonda, così radicale, che tutto ciò che è stato pensato in precedenza deve essere rivisto e riparametrato. 

#Youth4Climate Mario Draghi riceve a Palazzo Chigi Greta Thunberg (mentre le stringe la mano), Vanessa Vash e Martina Comparelli

L’umanità sistema unico complesso e l’Europa 

L’umanità è ormai un unico sistema complesso (un interno senza esterno) in rapida ridefinizione, in cui sono in competizione tra loro grandi sottosistemi continentali che assomigliano sempre meno agli imperi tradizionali, fondati com’erano sulla forza preminente di una potenza cui corrispondeva la subordinazione di una pluralità di altre, suoi satelliti. Tale è stato l’impero americano, di cui gli Usa oggi non a caso vogliono disfarsi: per i costi della dominazione che impone, l’impero da vantaggioso per chi lo detiene si trasforma nel tempo in un fardello sempre più pesante. 

All’interno di questo sistema mondiale in ridefinizione c’è anche un sottosistema “speciale”, secondo me più avanzato degli altri: è l’Europa. Dentro l’Europa c’è una pluralità di nazioni, di soggetti e di poteri (di diritto o di fatto) che si condizionano, si supportano, si ostacolano o inibiscono a vicenda, ma nessuno di essi domina o ha un progetto di dominazione su tutti gli altri. 

Per la prima volta nella storia si sta formando un’entità politica di proporzioni continentali fondata sulla libera adesione dei suoi membri e non sulla sopraffazione imperiale di una parte sulle altre. L’Unione europea nasce da trattati stipulati liberamente dalle diverse nazioni, per il reciproco vantaggio e in condizione di formale parità (anche se in essa – come pure è giusto – “tesse di più chi ha più filo”). Gli stati che ne fanno parte, anche se i trattati non prevedevano questa possibilità, possono secedere (è avvenuto con la Brexit), uscire dal sistema, anche se – come si vede ora in Gran Bretagna – ne devono pagare un prezzo. Anche per evitare di pagare questo prezzo, oltre che per condividerne i benefici, nonostante attriti e frizioni di ogni tipo, in genere i paesi membri condividono più o meno caldamente lo sviluppo del sistema europeo.

In questo quadro di formale parità convergente, gradualmente si “condensa” un potere che chiamerò “sistemico”, “indiretto” o “di raccordo”: un potere che, rispettando formalmente le dinamiche democratiche interne di ciascun paese, agisce, anzi reagisce, solo in presenza di una seria divergenza di un paese dal solco comune. E quasi sempre agisce non direttamente, ma lateralmente, stringendo a tenaglia da ogni lato la parte riottosa – come è avvenuto con la Grecia – per farla tornare compatibile nel tutto sistemico. 

UE sistema, non democrazia 

La democrazia in ogni stato è necessariamente assoggettata alle compatibilità del sistema stesso, cioè è a sovranità limitata. Ovvero non può non tenere conto delle condizioni di compatibilità con il tutto che la sua partecipazione al sistema le impone. 

L’UE si trova oggi in una delicata fase di transizione: la democrazia, condizionata dagli obblighi sistemici che ogni paese ha contratto, vi si esercita nelle parti (nei paesi membri) ma non nel tutto. Le “elezioni europee” sono ancora elezioni nazionali. Hanno il compito di scegliere, per mandarla al Parlamento europeo, la delegazione di ciascun paese. Questa, dividendosi al suo interno secondo il colore politico, parteciperà alla formazione dei diversi gruppi parlamentari europei. 

L’UE come tale non è dunque una democrazia e non lo sarà fino a che non ci saranno veri e propri partiti europei, con candidati europei, votabili indistintamente dai cittadini europei di tutte le nazionalità.

L’Ue è dunque ancora un organismo in cui le esigenze di raccordo sistemico “orizzontale” prevalgono ancora su quelle “verticali”, di formazione della volontà politica dal basso all’alto, tipica della democrazia. E ciò sarà presumibilmente ancora a lungo. Per quanti passi avanti si siano fatti nel senso di una politica comune europea (in particolare con la gestione unitaria della pandemia), non c’è un vero e proprio governo europeo. Se l’Europa avverte il rischio di forte divergenza dal tutto nelle dinamiche interne di un paese membro (sia nel rispetto dei diritti umani o nel debito pubblico) può intervenire con l’apertura di una procedura d’infrazione e deferire il paese divergente alla Corte di Giustizia europea, la quale può comminare sanzioni al paese “divergente”. 

Quando questo ancora non basta, e una stretta ”laterale” tipo Grecia non è possibile o politicamente non consigliabile, il potere di sistema, da indiretto e impersonale, si fa in qualche modo diretto e personale. Sceglie un suo uomo e temporaneamente lo invia nel paese problematico con il compito circoscritto di rimetterlo sul binario della convergenza. Per l’Italia “uomo del sistema” è stato prima Monti, nel 2011, e ora Draghi. C’è una grande differenza tra il primo e secondo. Mentre Monti poteva solo far stringere la cinghia, la grande novità introdotta in seguito alla pandemia è che Draghi si porta in dote i miliardi del Recovery fund, pensati come incitamento e premio ai paesi che s’impegnano nella convergenza sistemica.

L’UE dunque è un sistema che non può essere tiranno, per il semplice fatto che – come sopra ho cercato di chiarire – non è democratico, ma al massimo una democrazia in embrione. Ma la tirannia è possibile solo come degenerazione della democrazia. Come dice anche Platone: “è abbastanza chiaro che la tirannide risulta dalla trasformazione della democrazia” (Repubblica VIII, 562 a).

L’UE propone alternative tra cui scegliere, non impone decisioni, diktat imperiali. Come ho detto, è condizionante e “laterale”, non sopraffattrice e “verticale”. Se, in quanto appunto non democratica, la UE non può essere tiranna, nemmeno Draghi che ne è l’espressione – o addirittura “l’incarnazione” (starei quasi per dire la “deduzione”) – può esserlo. Almeno fino a che rimane dentro questa figura sistemica (non democratica certo, ma nemmeno tirannica) e non si fa risucchiare dalla politica nazionale italiana. Chi teme che Draghi lo sia, non ha compreso la natura dell’UE. 

Mario Draghi in conferenza stampa con il ministro dell’Economia e delle Finanze, Daniele Franco

Draghi “papa straniero italiano” e la politica italiana

Draghi è una sorta di centauro, la cui parte superiore è europea e il corpo italiano, un ircocervo, che tiene insieme nella sua persona due funzioni diverse. È un papa straniero italiano inviato in Italia per disinnescare la bomba a orologeria del debito pubblico e fare uscire questo paese dal vicolo cieco dell’incompatibilità con l’Europa in cui è finito per non essersi voluto autoriformare per più di trent’anni. Il suo essere riconosciuto da molti come “salvatore dell’euro” ha reso Draghi utilizzabile per la mission impossible italiana, nella quale la stessa UE, in caso di fallimento, rischia l’osso del collo. 

Non a caso, a differenza dei leader politici italiani che personalizzano tutto all’estremo, egli cerca di tenersi ben lontano dalla politica italiana, di esporsi personalmente il meno possibile. Nel sistema europeo, da cui Draghi proviene, vige il principio non scritto per cui la persona non deve prevalere, ma apparire “meno” della funzione che svolge. 

In un certo senso Draghi continua a fare in Italia da presidente del consiglio quello che faceva in Europa da presidente della BCE. Il suo potere è tanto più forte quanto più resta neutro, impersonale: potere di governance più che di governo. La quale governance prende corpo nella costante ricerca di un equilibrio dinamico di convergenza tra spinte e controspinte, interne all’Italia come all’Europa, per riallineare l’una ora, come prima l’altra, alle compatibilità sistemiche. 

Questo potere non gli è stato conferito dalla politica italiana. Essa lo subisce, facendo – come si dice – buon viso a cattiva sorte. Forse – per la natura doppia e irresoluta dei sentimenti dei deboli – anche avendolo desiderato, per farsi togliere dalle peste in cui si è cacciata a causa della sua debolezza. Quello di Draghi è insomma un potere esterno, di governance, che si fa anche interno – di governo – per esigenze di quella.

Qualora la figura di Draghi, con una regressione, si facesse interamente politica, interna completamente italiana – come a suo tempo accadde a Monti, al quale però mancava lo sgabello della montagna di soldi e la disponibilità politica della UE, di cui invece Draghi dispone – il suo destino sarebbe quello di un politico tra gli altri.

Ecco perché, per l’ex banchiere di Francoforte, la prospettiva è quella di salire al Colle, o di ritornare in Europa da trionfatore dopo aver rimesso l’Italia sulla via della convergenza. È probabile che preferisca questa seconda opzione e che la prima la consideri appetibile solo in subordine, nel caso che non riesca a portare a termine in modo del tutto chiaro e soddisfacente la sua missione e non potesse perciò esibirla in una trionfale rentrée europea. In entrambi i casi restando – da presidente della Repubblica o con una prestigiosa carica UE – un papa straniero italiano: una figura di sistema. 

Draghi “principe italiano”?

Diverso sarebbe se Draghi, per realizzare il compito di riportare l’Italia entro i parametri della compatibilità europea, per suoi limiti o errori, o per l’incarognirsi della situazione italiana, fosse costretto a ingolfarsi talmente nella lotta politica interna da apparire parte di essa. Senza più l’aura sistemica a proteggerlo che lo avvicina – come è stato detto – alla figura del roi thaumaturge medievale, egli si troverebbe di fronte al dilemma tutto italiano: lasciarsi cuocere a fuoco lento, omologare e triturare dalla politica italiana, o approfittare del suo prestigio per farsi tiranno.

In ogni caso, non sarebbe Draghi – né tantomeno l’UE – a imporsi come tale: sarebbe la politica italiana, le sue sabbie mobili, il suo essere essenzialmente potere di occlusione o conventio ad excludendum, “potere della debolezza”. Sarebbe questo “potere della debolezza” della politica italiana – che, lungi dall’essere debole, nella sua negatività è un potere formidabile (e l’ha dimostrato più volte) – a metterlo di fronte a questa alternativa del diavolo. 

Dunque, i pericoli di tirannide non vengono dall’esterno, dall’Europa e da Draghi, ma dall’interno della politica italiana, il cui potere negativo d’interdizione si alimenta dell’acquiescenza, dell’immobile passività, rafforzandosi vieppiù nel decadimento generale del paese. Essa è così debole che non riesce nemmeno a trarre dal suo interno la forza necessaria a una rottura tirannica, a partorire un “uomo forte”. I tentativi in questo senso – Craxi, Renzi, due “politici puri” – sono falliti.

Ma non è fallito quello di Berlusconi, che “politico puro” non è mai stato. Egli, negli anni Novanta, ha fatto delle sue televisioni e dei suoi soldi il piedistallo extrapolitico del suo potere, mentre sull’Italia si andava parzialmente allentando la morsa imperiale degli Stati Uniti. Grazie a questo vantaggio extrapolitico, Berlusconi è stato il deus ex machina della politica e padrone dell’Italia per molti anni. Ancora oggi, nonostante le condanne subite e l’età, ha un ruolo politico non trascurabile. Se non avesse avuto televisioni e soldi, se fosse stato un “politico puro” come molti altri, sarebbe sparito da tanto tempo dalla scena (questo si può presumere che accadrebbe anche a Draghi, una volta che avesse perduto “l’ombrello di sistema” europeo e si fosse ridotto a comune “principe italiano”). 

A riprova degli effetti deleteri sul paese della persistente debolezza – o “forza negativa” – della nostra politica, aleggia tuttora nei pensieri degli italiani la figura dell’”uomo forte”. La loro maggioranza – dai sondaggi – sembra che lo desideri. È la solita, ricorrente illusione di passare dalla padella alla brace, per vedere se lì si sta meglio, si dirà. Sì, ma evidentemente la maggioranza dei cittadini italiani è così esasperata e sfiduciata da non osare nemmeno formulare, invece che quello “dell’uomo forte”, il desiderio di una “politica forte”

Mario Draghi riceve a Palazzo Chigi le azzurre del volley

Dall’impero al sistema alla contraddizione sociale

L’effetto più palpabile, eclatante di questa organica debolezza della nostra politica è il debito dello stato. Esso è molto di più di un semplice debito. È la cartina di tornasole del fatto che in generale, come popolo, abbiamo la coriacea tendenza a non chiudere il cerchio, a non far tornare i continon solo quelli economici, anche quelli con il nostro passato, la nostra storia, con l’ambiente. Con tutto…

Questa inveterata irresponsabilità ci condanna a vivere come braccati, in una perenne autocontraddittorietà, ad avere – come ho già detto – sentimenti doppi: a temere e allo stesso tempo desiderare l’avvento di un padrone che ci metta in riga. 

I sentimenti doppi sono opprimenti e meschini ma anche piacevoli. Il padrone certo impone ma, come il feticcio per i primitivi, è una specie d’intercapedine che protegge gli assoggettati dal contatto diretto con la situazione reale. Si può vituperarlo, maledirlo (o ricorrere al “benaltrismo” di cui tanti nostri compiacenti “opinion maker” sono maestri), ma, pur riluttanti, si fa quello che lui dice. Perché si preferisce lasciare a lui l’onere della realtà, che è l’altra faccia della libertà.

È un persistente, puerile deficit di realtà all’origine della nostra debolezza e la vera minaccia per la nostra democrazia: il bisogno della nostra politica – che naturalmente per parte sua si ritiene assolutamente realista – di essere eteroguidata.

Alzare la polemica con Draghi, elevare lamenti sui rischi per la democrazia che egli rappresenterebbe, serve a poco: a niente, è addirittura controproducente. Per tanto tempo siamo vissuti evasivamente, quasi narcotizzati dalla tirannia di “fattori extrapolitici”: siamo stati comandati via via dalla Provvidenza, dai Santi in paradiso, dallo “Stellone”, dagli USA, dalle tv e dai soldi di Berlusconi, tutte forze impositive, in qualche modo imperiali. Ora siamo guidati dalla forza sistemica e dai miliardi UE di Draghi. 

Ora, non è Draghi la minaccia alla nostra democrazia. Egli, anzi, può esserne un puntello esterno (la UE non è democratica ma, essendo un sistema in transizione verso la democrazia, ha tutto l’interesse che i suoi stati membri lo siano). Almeno fino a che resta espressione dell’UE, dunque, Draghi non è una minaccia per la democrazia. Se decidesse di gettarsi nella mischia politica italiana dovrebbe farlo senza la copertura europea. E allora potrebbe uscirne o padrone o annientato (più probabile questa seconda ipotesi). La minaccia alla nostra democrazia sta nella dipendenza della nostra politica da “fattori extrapolitici”. 

Ma il modo tutto politico, interno alla politica, di liberarci di questa dipendenza c’è. Non c’è da invocare, come si fa, astrattamente il “ritorno della contraddizione”, che non c’è più o è assopita sotto spesse coltri. Basta dire, forte e chiaro, che i patti sono da rispettare e i nostri debiti – verso l’ambiente, il cambiamento climatico, la pandemia, la povertà, il deficit dello stato, ecc. – sono da pagare per risvegliare il can che dorme e suscitare il più grande vespaio.

Discutiamo pubblicamente come farvi fronte e ripartire socialmente gli oneri. Non temiamo di dire che chi più ha più deve contribuire, perché questo è il principio stesso della socialità, fuori del quale c’è solo la legge della giungla. Sarà la contraddizione a risvegliarci e a farci recuperare il senso della realtà. E la nostra politica e la nostra democrazia rivivranno, diventeranno forti. 

Chi è? ultima modifica: 2021-09-30T19:20:55+02:00 da ALBERTO MADRICARDO

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