Dante e il suo esegeta russo morto in un Gulag staliniano

Nella ricorrenza dei settecento anni dalla morte del sommo poeta è interessante, se non addirittura opportuno o doveroso, prender confidenza con la “lettura” che Osip Mandel’štam diede della “Commedia” nel suo scritto “Conversazione su Dante”.
MARIO GAZZERI
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Letterati, esegeti, critici italiani, europei ma anche americani, per settecento anni dalla morte di Dante nel 1321 hanno esaminato, interpretato, direi “vivisezionato”, ogni singolo endecasillabo dei cento Canti in cui si dividono le tre immortali Cantiche della Commedia in seguito, giustamente, chiamata Divina. Risulta allora interessante, se non addirittura opportuno o doveroso, prender confidenza con la “lettura” che il poeta russo Osip Mandel’štam, diede della Commedia nel suo scritto Conversazione su Dante, del 1933, ma stampato per la prima volta nel 1967.

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Fino ad allora nessuno seppe nulla dell’originale studio dantesco di Mandel’štam, ebreo russo nato a Varsavia quando una buona parte della Polonia era ancora sotto il dominio della Russia zarista. Uno studio scritto da un poeta di un’altra etnia, di un’altra religione, in una lingua ai più ignota in Occidente, in caratteri cirillici incomprensibili in gran parte dei paesi europei. Un intellettuale perseguitato nella sua stessa patria dal criminale regime staliniano e dai poeti allineati al partito e infine deportato in un Gulag nei pressi di Vladivostok, dove morì di stenti nel 1938.

M. Minaev “Osip Mandel’štam”. Mostra “In memoria delle vittime dello stalinismo”

La sua Conversazione su Dante (Rasgovor o Dante) è stata ripubblicata dall’editrice il melangolo che già l’aveva data alle stampe nell’ormai lontano 1994.

Dante è un provetto forgiatore di strumenti poetici – scrive il poeta russo – e non un confezionatore di immagini. È uno stratega delle trasformazioni e degli incroci, ed è meno che mai un poeta nell’accezione “paneuropea” ed esteriormente culturale del termine.

Mandel’stam, dunque, sottolinea in questo passaggio e altrove, l’importanza delle dimensioni strutturali più che di quelle stilistiche dell’opera di Dante e, pur non sottovalutando minimamente la musicalità dell’endecasillabo o i colori del grandioso affresco della Commedia, sembra insistere sulla costruzione della poesia, sugli strumenti di organizzazione della frase poetica capaci di rendere quasi tridimensionali gli oltre quattordicimila versi dell’opera. A mo’ di paragone, è come se noi vedessimo Michelangelo non tanto come pittore ma soprattutto come scultore e ancor più come architetto.

Il sommo poeta fiorentino è un precursore in quanto creatore di una nuova grammatica, di una nuova struttura fonetica e anche il suo continuo ricorso alle similitudini (“Come, d’un stizzo verde ch’arso sia”, “Quali colombe dal disio chiamate”, “Sì come l’occhio nostro non s’aderse/ in alto, fisso alle cose terrene, /così giustizia qui a terra il merse”…) sembra voler ramificare, moltiplicandolo per altre vie, il suo discorso poetico. Ecco il motivo per cui occorre immergersi totalmente nella lettura di Dante per capire l’architettura del poema possente come “una statua di granito” (secondo le parole di Mandel’štam) ma pur sempre addolcita dal ritmo del suo divino versificare, dal poetico ritmo che informa le tre cantiche.

Protocollo per l’identificazione del prigioniero Mandel’štam (nel documento – Mondel’štam).

La Commedia non poteva essere scritta se non in italiano, sembra poi suggerire l’infelice poeta russo che aveva studiato la nostra bellissima lingua, “la sua fonetica e la sua prosodia”.

All’improvviso capii che il baricentro dell’attività discorsiva s’era spostato: verso le labbra verso l’esterno della bocca,

spiega Mandel’štam che venne

colpito dal carattere puerile della fonetica italiana, la sua stupenda infantilità, la sua vicinanza al cinguettio dei bambini, un certo suo congenito dadaismo.

E cita al riguardo alcuni versi del XV canto del Paradiso. 

E consolando usava l’idioma
Che prima i padri e le madri trastulla,

e ancora

Favoleggiava con la sua famiglia
De’ Troiani, di Fiesole e di Roma.

Mandel’štam sembra capovolgere il senso stesso della poesia così come da sempre percepita dal cultore o dal semplice lettore. La poesia, sembra dire, non è astrazione o specchio della natura o sublimazione del reale ma è “movimento”.

In Dante, filosofia e poesia sono sempre in cammino, sempre in piedi. Anche la sosta è una varietà di movimento accumulato.

Quest’ultima frase sembra una notazione di una modernità incredibile se si pensa all’importanza del ‘non detto’ nella poesia moderna o nella musica

il cui senso più profondo – secondo quanto sosteneva anche Mozart – si nasconde nello spazio tra una nota e l’altra.

Con il trascorrere del tempo e delle generazioni,

Dante veniva ammantato da sempre più fitto mistero e si diffuse un culto ignorante della mistica dantesca [in Francia così come in Russia, laddove] l’illuminazione  interna dello spazio dantesco, che può essere desunta solo dagli elementi strutturali, non interessava decisamente nessuno.

Dante e il suo esegeta russo morto in un Gulag staliniano ultima modifica: 2021-10-01T20:48:03+02:00 da MARIO GAZZERI

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