La maledizione di Venezia

Il Mose, la città, la Basilica di San Marco, i cittadini
RENZO SCARPA
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La maledizione di Venezia sta nella sua trasformazione da città dell’ardimento e della concretezza a luogo della grande illusione e del suo contrario. Così se Venezia è in pericolo interviene l’illusione salvifica del Mose, che svanisce al passare degli anni lasciando spazio alla più profonda delusione visto che il “sistema” non è mai completo e non può funzionare, come dovrebbe, per garantire la vita normale della città.

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Ed è in questo clima che, a fine settembre 2021, succede l’incredibile: Elisabetta Spitz, commissaria straordinaria al Mose annuncia che, d’ora in avanti, le paratoie si potranno alzare solo quando le previsioni indicheranno una marea uguale o superiore a +130 cm sul livello del medio mare.

Il periodo è quello che prelude alla stagione autunnale, da sempre carica di incognite meteorologiche per la città che sta tra le acque, ma non è solo per questo che l’annuncio lascia allibiti, perché, in realtà, basta molto meno per allagare la città e mettere in crisi la sua vita quotidiana: a +80 cm si allaga Piazza San Marco, a +88 l’acqua entra nella sua Basilica, tesoro di inestimabile valore, e penetra tra gli antichi marmi e mosaici per poi invadere la cripta che conserva le spoglie mortali del Santo Patrono Evangelista Marco, così come invade altre delle 137 chiese e basiliche di Venezia, alcune molto più antiche di San Marco.

Per motivi tecnici, quando la marea raggiunge i +85 cm, viene sospeso l’approdo dei vaporetti a San Marcuola, al centro del popoloso quartiere di Cannaregio, quando arriva a +95 devono essere dirottate le linee di navigazione 2, 4.1, 4.2, 5.1, 5.2, 6, sospesa la linea 3, interdetti alcuni altri approdi, del trasporto pubblico locale indispensabile alla vita normale, quotidiana dei residenti che, ancora incapaci di camminare sulle acque, necessitano dei traghetti per raggiungere la propria casa, il proprio posto di lavoro, la scuola, l’ospedale. 

A +105 viene sospeso l’approdo di Rialto e poi di conseguenza gli altri, a +110 risulta già allagato circa il 15 per cento della viabilità pedonale, a quota +120 quella percentuale raddoppia e a +130 supera il 43 per cento, senza considerare che quando la marea sale oltre il livello normale sale anche lo sgomento tra le popolazioni delle isole che si trovano in mezzo a una Laguna con molta più acqua di quella che dovrebbe contenere, magari agitata da venti di Burrasca da Scirocco o Bora.

Insomma, chiudere a +130, più che l’approntamento di una difesa sembra la programmazione di un certo numero di allagamenti ed è come dire: proviamo a evitare la tragedia, se ci riesce, e lasciamo il dramma ai veneziani.

Si fa fatica a credere che un commissario straordinario all’opera che dovrebbe salvare Venezia e la sua Laguna abbia pensato di dare questo annuncio e che lo abbia motivato con una frase che mette i brividi: “per non compromettere una macchina ingegneristica in via di completamento”, che potrebbe essere tradotta con “non possiamo usare il giocattolo ingegneristico da oltre cinque miliardi di euro che abbiamo realizzato ma non ancora completato, perché potrebbe rompersi”.

Questo annuncio è l’ennesimo di una lunghissima, infinita serie sciorinata da politici, amministratori, tecnici e, soprattutto, commissari che negli ultimi sei anni hanno “annunciato” questo e quello: quanto manca a finire l’opera (sempre un paio d’anni), quanti soldi servono ancora (almeno uno o due miliardi) e quanti ne sono rimasti a disposizione (sempre troppo pochi).

Le forze politiche, le associazioni, i comitati, i pochi residenti rimasti a Venezia hanno mostrato il loro stupore, forse senza rendersi conto che è il medesimo stupore che coglie le cicale di mare quando vengono gettate nell’acqua bollente per poter essere, poi, servite a tavola: uno stupore come timore o consapevolezza della propria fine.

È con questo stupore-consapevolezza addosso che ognuno in città cerca di salvarsi da sé, ma è un salvarsi a pezzi esclusivi che non fa parte di un organico disegno e rischia di essere incompatibile con il concetto di comunità. 

E sta succedendo proprio a San Marco, dove i procuratori hanno definito il progetto di protezione della Basilica fatto di lastre di cristallo che devono cingere il monumento e preservarlo dalle alluvioni fino alla quota di 130 cm. 

16 dicembre 2019, acqua alta a 114 cm sul medio mare, quota inferiore alla previsione: il nartece della basilica di San Marco comunque è finito allagato. © ANDREA MEROLA

Ma se quel progetto, già finanziato e in via di esecuzione, avrà il grande merito di salvare le colonne e i marmi provenienti da Bisanzio, determinerà, anche, per la prima volta negli ultimi dodici secoli di storia, la separazione dei destini della Basilica e delle reliquie dell’Evangelista Meus da quelli dei suoi devoti cittadini: le pietre con cui è costruita la Chiesa di San Marco staranno all’asciutto mentre i cittadini continueranno a bagnarsi i piedi, a non aver i servizi e a pensare di abbandonare la città e a trasferirsi in terraferma.

Alcuni consiglieri comunali di opposizione hanno protestato ricordando che all’inizio del tutto, tanti anni fa, si parlava di chiudere la Laguna a +110, ma sembrano non rendersi conto che la misura è comunque eccessiva perché a quel livello la vita della città è già pesantemente in crisi e che la misura adatta a garantire l’incolumità fisica e socioeconomica di Venezia e della sua Laguna è molto più bassa: è +85, l’unica che difende le pietre, l’ambiente e le persone assieme.

E una città è tale se ha dentro di sé, legate da un patto ideale e fisico, tutte le sue componenti.

Nella realtà, +110 rappresenta un traguardo da raggiungere attraverso il complesso delle opere che lo Stato italiano, la Regione del Veneto, il Comune di Venezia si sono impegnati a realizzare per la salvaguardia di Venezia e della sua Laguna.

L’acqua alta (16 dicembre 2019) si è fermata a 114 cm sul medio mare, quota inferiore alla previsione: il nartece della basilica di San Marco comunque è finito allagato. © ANDREA MEROLA

Dentro a quel complesso, che assegna al Mose la parte più importante, esiste anche la ricostruzione della morfologia della laguna oggi devastata dall’inquinamento, dalla ingordigia degli uomini e dalla furia degli eventi, è previsto il disinquinamento di tutto il bacino scolante, sono contenute tutte le opere di viabilità pubblica cittadina, la manutenzione dei rii, la rimozione dei fanghi, il risanamento igienico, il consolidamento delle fondazioni, il rialzo di strade, selciati, campi e della stessa Piazza San Marco, e tutti gli interventi strumentali e funzionali a garantire la mobilità delle persone.

Di questi fondamentali interventi nessuno parla più e può sembrare che i vari commissari, i loro consulenti e gli amministratori locali manco siano a conoscenza della loro importanza per la difesa dalle acque e per consentire la chiusura delle bocche di porto a una quota ben più alta di quella che oggi è realmente possibile.

Si parla solo di finire le barriere mobili ma il loro completamento e automazione, che renderebbero autonoma, veloce e poco costosa la loro movimentazione, non dipendono né dal mare, né dalla laguna e nemmeno dai veneziani cui non resta che temere la convenienza di troppi al mantenimento dello stato attuale.

E, purtroppo, manca anche chi dovrebbe guardare e dirigere dall’alto e sembra perfino mancare la consapevolezza che può esistere una sola Venezia, quella composta in modo indissolubile dalle pietre e dalle persone, dai monumenti e dai cittadini e che è questa la Venezia che ha un proprio inalienabile diritto a vivere.

Questo diritto deve essere rivendicato e garantito con la più grande determinazione possibile perché viene prima di qualsiasi altra considerazione, progetto o interesse di parte.

La maledizione di Venezia ultima modifica: 2021-10-03T19:46:02+02:00 da RENZO SCARPA

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