La Venezia di Rossana

“Venezia è la mia città: quando ci torno, torno a casa”. Mercoledì 6 ottobre un evento all’Iveser per ricordare Rossana Rossanda a un anno dalla sua scomparsa e in occasione della donazione all’Istituto della sua biblioteca.
YTALI
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L’Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea organizza un ricordo di Rossana Rossanda a un anno dalla sua scomparsa e in occasione della donazione all’Istituto della biblioteca di Rossanda e del suo compagno K.S. Karol, giornalista e scrittore cosmopolita. L’incontro si svolgerà il prossimo 6 ottobre alle ore 17 nella sede dell’Iveser, a villa Heriot della Giudecca: interverranno Luciana Castellina, una delle fondatrici del manifesto e amica di Rossanda, Massimo Cacciari, filosofo ed ex sindaco di Venezia, e lo storico Mario Isnenghi. Il dibattito sarà coordinato da Giulia Albanese, presidente dell’Istituto.

In occasione di quest’evento, che sarà trasmesso in streaming, pubblichiamo la trascrizione di un brano di una conversazione radiofonica con Federico De Melis, nella quale Rossana Rossanda racconta la sua formazione, l’adolescenza a Venezia e il rapporto con la città.

La mia non è stata una grande vita. È stata una vita fortunata in un secolo pieno di cose grandi, tremende e meno tremende. Io ho attraversato gran parte del secolo passato, che adesso viene da tutti maledetto; io non sono tra quelli che lo maledicono. La mia radice è una semplice nascita, da genitori di origine dalmata (mio padre) e austriaca (mia madre), in quel pezzo di Italia, che è rimasto un po’ da parte, che è la penisola istriana, Trieste. Insomma, sono terre di frontiera: io sono nata lì e lì sono vissuta i primissimi anni. L’atmosfera era, e in parte è ancora rimasta, un’atmosfera un po’ a parte rispetto all’Italia, che del resto è un paese che non ha dismesso le sue differenze, quindi sono figlia di gente… mio padre si era laureato a Vienna in latino perché era irredentista e non voleva laurearsi in tedesco e quel mite impero gli permetteva di farlo in latino; con mia madre parlavano tedesco tra di loro.

Una vecchia cartolina di Pola, la città istriana dove nacque Rossana Rossanda, il  23 aprile 1924

Sei più tornata in Istria?
No, non sono più tornata. 

Questo segno austroungarico/mitteleuropeo come ha contato sul piano proprio del pensiero, del rapporto con la realtà?
Quando sono stata adolescente a Venezia – perché Pola l’abbiamo lasciata presto dopo la crisi del ‘29 – mi sentivo poco simile alle amiche italiane perché il clima di Trieste era un clima più “moderno”, per quello che si poteva intendere come “modernità” degli anni Venti. I miei genitori non mi dicevano mai “quando ti sposerai” ma “quando sarai indipendente”, che è una cosa che conta, pesava… In quegli anni pesava molto. Poi eravamo anche una zona molto mista, sia Trieste che Venezia erano una terra di frontiera incrociata e poi c’era anche il senso di qualche cosa che era finito, che conta nella formazione… il grande impero che era finito, con anche una punta di ironia perché si parlava di Franz Josef con un sorriso. C’era l’ironia su questo ma c’era ancora presente il ricordo della guerra: io sono nata parecchio dopo la guerra, però nei discorsi familiari sentivamo molto il prima e il dopo la guerra.

Il Marco Polo, dove Rossana Rossanda sostenne l’esame di licenza media

Ovviamente la prima guerra mondiale, stiamo parlando di quella…
Sì, ovviamente stiamo parlando della guerra del 1914-18.

E anche una propensione analitica viene da lì?
Io credo che da quel tipo di cultura, di formazione, viene una propensione analitica. Per dirla in breve, io non sono incline al nazionalpopolare che avrei poi incontrato. Non è che sono molto mediterranea… la civiltà mediterranea è Venezia, quella parte particolare, che è quella dei Microcosmi di Claudio Magris, quindi c’è un’apertura linguistica e di interesse verso quello che è stata la medio-Europa… Kafka per esempio l’ho letto presto perché i miei leggevano il tedesco. Appena si poteva avere un libro… Perché io sono nata in fascismo imperante e fino al 1945-46 io non so come spiegare a chi felicemente non l’ha vissuto quanto fossimo chiusi. Quando andai in Spagna nel ‘62 trovai con stupore che arrivava, che so, Le Monde, molte volte era censurato ma arrivava. Noi dovevamo abbonarci e non sempre arrivavano le cose dall’estero. E ci sono stati non solo, che so io, sulla “Perfida Albione” o cose politiche, era proprio una specie di chiusura culturale. In questo senso il fascismo aveva creato, in un’ambiente generalmente intellettuale, non l’antifascismo, che è un qualcosa di militante, ma un fastidio, magari anche un po’ aristocratico.

Rossana Rossanda frequentava la biblioteca della Querini Stampalia.

Per prestare all’andamento cronologico, viene poi Venezia. Ecco, Venezia Rossana Rossanda la considera un po’ una città ideale per lei. Non ha mai smesso di essere una città ideale, no?
Io non ho molte radici, probabilmente perché da piccola sono stata strappata qua e là e non me ne dispiace: c’è sempre un pericolo nelle radici, nelle etnie, nelle appartenenze… Anzi, l’esperienza mi ha insegnato che è bene essere “vaccinati” da questi bisogni. Però Venezia è la mia città: quando ci torno, torno a casa. Poi ha il vantaggio, per una persona molto vecchia come sono io, che Venezia non cambia: arrivi e trovi lo stesso posto, non ti fa vedere nei cambiamenti fisici che sei invecchiato tu. 

E quali sono i miti di Venezia che più hanno segnato la tua immagine della città?
Tutto questo pieno di storia. Legata alle forme, legata all’acqua, legata ai colori: Venezia e i colori sono la stessa cosa, specie nei mesi in cui a Venezia non c’è nessuno, l’autunno e l’inverno. Il fatto di quest’acqua che torna e che va, è una città pensierosa insomma; non ci sono macchine, non c’è baccano, non cambia. E poi la Biblioteca Marciana, la Querini Sampalia, che era molto bella, dove c’era Manlio Dazzi che teneva sempre una rosa sul bicchiere.

L’Accademia di Belle Arti, Venezia

I tuoi interessi figurativi sono maturati proprio a Venezia…
Be’ io credo di sì. Io non pensavo, e infatti non mi sono occupata di arti figurative, ma a Venezia starci e vedere… Era un tutt’uno: le chiese, gli scorci, i palazzi e l’Accademia… Quando ho fatto l’esame d’ingresso – io ho fatto tutti gli esami, all’epoca mia si faceva l’esame anche uscendo dalle elementari e per entrare alle medie – passato l’esame delle medie al Marco Polo, la mamma mi ha portato subito all’Accademia.

E hai maturato dei discrimini sul versante del gusto figurativo molto forti.
Molto forti. Io sono una del colore, c’è poco da fare.

Ti sei formata nell’adolescenza tra Veronese e Tiziano.
Tra Veronese e Tiziano, e prima ancora… sono figlia dei maestri del colore… Il mio Piero Della Francesca e quello di Roberto Longhi, che è uscito nel ‘27: è un libro formativo per me, uno di quei libri che ti forma. 

Un libro che stava nella biblioteca di famiglia?
Io avevo perso tutto, non avevamo più una biblioteca di famiglia; noi siamo delle persone che nei miei ricordi c’era il sequestro di tutto, compreso la biblioteca di mio padre di cui mi è rimasto solo un Rousseau. Però stava nella biblioteca che frequentavo, alla Querini, e poi quando sono arrivata a Milano ho cercato Matteo Marangoni.

Trascrizione a cura di Arianna Tomasi

La Venezia di Rossana ultima modifica: 2021-10-04T18:48:26+02:00 da YTALI

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