A Roma ci vorrebbe un sindaco così

Agli inizi del Novecento Ernesto Nathan fu alla guida della capitale mettendo insieme e raccogliendo intorno a sé le migliori teste del tempo, che seppero rompere antiche incrostazioni e vecchie resistenze. A lui Fabio Martini dedica un saggio storico di gradevole e utile lettura.
ALBERTO FERRIGOLO
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Nella notte in cui s’è consumata l’ennesima defaillance romana, ovvero il rogo dell’antico “ponte di ferro” che cuce il quartiere dell’Ostiense con Marconi, proprio a poche ore dal voto per i nuovi assetti di governo della Capitale, il pensiero non poteva che andare a quella manciata di uomini che della più grande città al centro del paese si sono occupati, prendendosene cura per davvero: Petroselli, Argan, Rutelli, Veltroni e tra tutti, ancor prima di loro, Ernesto Nathan, “il sindaco che cambiò la Città eterna”, come recita il sottotitolo del prezioso e bel libro di Fabio Martini Nathan e l’invenzione di Roma, edito da Marsilio e da alcuni mesi in libreria. 

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Ebreo, cosmopolita, di studi e lingua anglosassoni, mazziniano, borghese attento e sensibile ai bisogni della classi popolari e meno agiate, schiena dritta, moralmente integerrimo, Gran Maestro della massoneria e fervente anticlericale nella città che ospita lo Stato vaticano, Nathan è stato una personalità tanto visionaria quanto carismatica e anticonformista, i suoi tratti identitari peculiari e distintivi. 

Prendersi cura di una città, di un territorio, significa conoscerlo, ispezionarlo giorno per giorno, prendere appunti e riferire a chi di dovere o di competenza quali sono le magagne, sapere cosa non va e cosa sì, ascoltare i cittadini e rispondere alle loro sollecitazioni direttamente: persino leggere e rispondere alle loro lettere, come voleva fosse fatto quotidianamente il sindaco Veltroni, che per l’occasione aveva istituito un apposito ufficio di addetti a questo scopo. Prendersi cura è avere un idem sentire con la città, saperla ascoltare. Conoscerne il centro come la periferia, avvertirne i problemi e sapere porvi rimedio o cercare almeno di farlo. Il rogo di Roma, che segue quelli frequenti degli autobus di notte e in pieno giorno, ha disvelato, a conclusione del quinquennio di Raggi e Cinque Stelle, quel che sapevamo già: l’incuria è quotidiana, dove la minaccia è sempre in agguato per scarsa manutenzione, per non prevedere ciò che si ritiene possa non essere mai prevedibile. Mancanza di lungimiranza.

La giunta Nathan, nel 1907, fu un governo costituito da uno schieramento che mise insieme il blocco dei repubblicani con i socialisti, i radicali e i liberali moderati, cioè non estremisti, compagine “trasversale” che diede vita a uno dei momenti più significativi e innovativi della vita di Roma in uno spazio di soli sei anni in cui, però, le cose che vennero fatte furono tantissime. Nathan mise insieme e raccolse intorno a sé le migliori competenze, tecnici, scienziati, urbanisti, pedagogisti – tra tutte Maria Montessori, per l’educazione, e intellettuali come Sibilla Aleramo e il poeta Vincenzo Cardarelli, fino all’economista Montemartini, Marcucci, Chiesa – che seppero rompere antiche incrostazioni e vecchie resistenze, cedendo solo sul finale allo strapotere degli usuali poteri forti e debordanti della rendita fondiaria che, allora come oggi, stringe d’assedio e condiziona tutte le amministrazioni che si sono succedute a Roma nel corso del tempo. 

Eppure, nonostante ciò, l’esperienza dell’amministrazione Nathan resta un raro esempio di innovazione, partecipazione e coinvolgimento in una dimensione politica che ebbe al primo posto, quali punti di forza, una forte politica dell’istruzione, un’attenzione alle cosiddette municipalizzate – acqua e gas, in primis – in zona Ostiense (proprio là dove è bruciato il “ponte di ferro”), lotta al carovita, la ”questione delle abitazioni” (come ebbe a definirla Friedrich Engels nel 1872) e dei mezzi pubblici, l’attenzione alla dimensione culturale, in cui si ritrova in abbondanza tutto lo spirito, l’eccitazione e il movimentismo dell’epoca Risorgimentale.

Nel libro di Martini, a testimonianza di tutto ciò, la documentazione non manca. Anzi, è copiosa, nella dimensione storica come nelle citazioni, nei riferimenti e negli esempi. Tra tutti, vale la pena soffermarsi sul capitolo La democrazia di quartiere, che tanto sembrerebbe anticipare la democrazia dei cosiddetti “consigli operai”, e che è un segno distintivo della politica della giunta Nathan e di cosa il sindaco intendesse per partecipazione e coinvolgimento della città alle scelte politiche e amministrative del suo governo.

Nathan, infatti, fortemente restio alle promesse populiste ma pur sempre in voga e popolari, scioglie gli indugi e decide di parlare al pubblico in un celeberrimo quanto celebrato discorso al Teatro Argentina – esaurito in ogni ordine di posti – per illustrare, ventuno mesi dopo il suo discorso programmatico di insediamento in Campidoglio, la richiesta di un giudizio dei romani sulla nascita dei primi servizi municipalizzati attraverso un referendum che si tiene il 12 settembre 1909, quando ancora i referendum sono una consultazione vera e non armi contundenti scagliate a uso strumentale.

Un referendum – annota Martini – che fece segnare una partecipazione popolare superiore a quelle delle precedenti elezioni amministrative, e che rappresentò anche un momento significativo nell’ambito di una più generale chiamata alla democratizzazione della vita cittadina. 

L’esito del voto è un tripudio: “Le percentuali dei sì arrivano vicinissime al cento per cento”, scrive Martini. 

L’esito del referendum, ma non solo, offre un “incoraggiamento alla partecipazione popolare che veniva dall’alto e il diffuso fervore politico di quegli anni furono tra le ragioni che favorirono un fenomeno molto romano: il pullulare di associazioni di quartiere in buona parte delle città”, cosicché “a partire dal 1908 il rapporto tra l’amministrazione Nathan e i ‘comitati’ si sviluppa secondo un criterio empirico, non stabilito una volta per tutte: si collabora, si discute. Tenendo le distanze, accorciandole. Ma con un protagonismo dei cittadini che non si era mai visto prima. Una vivacità che, seppure in forme diverse, la capitale avrebbe mantenuto anche nel secondo dopoguerra”, sottolinea ancora Martini.

A cent’anni dalla sua morte il francobollo e i due annulli che richiamano Ernesto Nathan, 9 aprile 2021

Nasce persino la Federazione delle associazioni di quartiere, con l’obiettivo di richiamare l’amministrazione “ai propri doveri in tutti quei casi in cui l’interesse pubblico fosse trascurato”, ma la Federazione finisce per diventare a tal punto un soggetto attivo da promuovere a propria volta delle campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica per l’allargamento della via Appia, per esempio, oppure per la Ferrovia Roma-Ostia, per il porto fluviale di San Paolo, per i locali scolastici a Testaccio, per introdurre i patronati scolastici, per le biblioteche gratuite, in un effluvio di partecipazione. Mentre crescono anche le cooperative di categoria che si raccolgono anch’esse attorno a una Federazione, come ad esempio quella tra tranvieri.

C’è persino, incredibile dictu, una

democrazia dei giornali di buona fattura, [che] nella Roma del Blocco della democrazia dei referendum, dei partiti, dei comitati e della carta stampata in qualche modo prepara l’ingresso della masse popolari nella vita pubblica.

Tutte cose che, se viste oggi alla luce della tanto sbandierata “democrazia diretta” e – di contro – delle condizioni di abbandono in cui è ridotta Roma, sono una vera rivoluzione.

Sotto l’egida di Nathan e del suo governo nacque la Galleria d’Arte Moderna in Valle Giulia; Castel Sant’Angelo e le Terme di Diocleziano furono trasformate in musei; un grande auditorium sorse nel mausoleo di Augusto e anche un grande stadio al Flaminio e furono avviati i lavori per i mercati generali (il cui progetto di riqualificazione oggi ancora latita), l’acquario, il mattatoio e la centrale del latte; furono realizzati il quartiere Trieste e il quartiere Prati; furono limitati gli sventramenti e salvati, oltre ai Parioli, anche Villa Chigi, Villa Savoia, Villa Doria Pamphilj e le ville storiche lungo la Nomentana. Tutto in sei anni, mentre negli ultimi cinque Roma ha saputo dire di no alle Olimpiadi e messo appena in extremis un cappello sull’Expo del 2030 oltre comunque a rimanere paralizzata, degradandosi giorno dopo giorno e facendo terra bruciata del proprio passato migliore.

Come tutte le cose senza manutenzione, anche una città eterna come Roma alla fine crolla e si autodistrugge. Città che non attrae ma respinge. Forse oggi, più di un sindaco, servirebbe davvero un commissario. Per risanarla da cima a fondo e ricostituirne il tessuto connettivo.

Tutto il contrario di quel che ha fatto Virginia Raggi in cinque anni, nei quali ha ballato solo il suo ultimo tango governando la città senza mai governarla. Ecco, forse bisognerebbe ripartire da Nathan e dalla sua esperienza, come ci suggerisce in via subliminale il saggio storico di Fabio Martini, gemma rara nell’asfittica pubblicistica di genere.

 

A Roma ci vorrebbe un sindaco così ultima modifica: 2021-10-05T21:14:23+02:00 da ALBERTO FERRIGOLO

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