Breviario delle prossime presidenziali francesi

Nell’aprile del prossimo anno si voterà in Francia per scegliere il presidente della repubblica. Mentre Emmanuel Macron tace sulla sua ricandidatura, il sistema dei partiti appare più frammentato rispetto al 2017. E deve far fronte alla crescita nei sondaggi della proposta nazionalista e identitaria dello scrittore Éric Zemmour.
MARCO MICHIELI
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[PARIGI]

In attesa di sapere quale saranno gli esiti delle consultazioni tra i partiti tedeschi e capire chi sarà il prossimo cancelliere, nell’altro grande paese europeo candidati e partiti si preparano a una campagna elettorale che probabilmente sarà molto aspra. La situazione del sistema politico francese è estremamente complessa e deve ancora trovare una sorta di assestamento dopo la vittoria di Emmanuel Macron nel 2017, il ballottaggio con Marine Le Pen e, soprattutto, il tonfo elettorale dei partiti storici tradizionali.

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La sinistra spettatrice, ancora una volta

Dopo la vittoria dell’eurodeputato Yannick Jadot alle primarie dei simpatizzanti ecologisti i candidati della sinistra alle presidenziali sono saliti a dieci. Ovviamente non tutti saranno candidati ufficialmente perché devono raccogliere le firme di 500 eletti (sindaci, consiglieri di dipartimento o regionali, deputati, senatori) per poter partecipare. Però nella storia delle elezioni presidenziali, anche candidati di partiti molto piccoli o pressoché inesistenti sono riusciti nell’arduo tentativo di raccogliere così tante firme. È un problema che riguarda innanzitutto i partiti a sinistra del Parti Socialiste. Attualmente sono sei: tre candidati trozkisti; un candidato vicino all’ex ministro delle finanza di Tsipras Yannis Varoufakis; Fabien Roussel, segretario del Partito comunista francese; e infine Jean-Luc Mélenchon, il leader de La France Insoumise. Il solo candidato con un peso elettorale notevole è proprio Mélenchon. L’arci-nemico dell’ex presidente François Hollande non è forte come nel 2017, quando ottenne il 19,58 per cento dei voti, distaccando e di molto il candidato socialista e solo a due punti da Marine Le Pen, qualificatasi per il secondo turno. Però l’obiettivo non sembra essere cambiato: trasformare il suo partito nella forza egemone della sinistra. Oggi i suoi avversari più che i socialisti sono i Verdi, dei quali vorrebbe conquistare l’ala più movimentista che non si è riconosciuta nella vittoria di Jadot alle primarie.

L’eurodeputato dei Verdi infatti ha vinto di pochissimo un’elezione primaria con Sandrine Rousseau, eco-femminista con posizioni vicine a Mélenchon. La scelta di Jadot non era scontata per un partito che ama distruggere i candidati più forti all’esterno del partito, ma poco amati dagli iscritti. La risicata maggioranza con cui Jadot si è imposto su Rousseau (51 per cento) non lascia presagire nulla di buono. Il candidato dei Verdi è infatti considerato troppo pragmatico e “Macron compatible”. Jadot dovrà tenere unito il suo partito e nel contempo affrontare la nuova versione del Parti Socialiste, probabilmente incarnata dalla sindaca di Parigi Anne Hidalgo. 

I socialisti devono ancora decidere come sceglieranno il/la loro candidato/a. Hidalgo sembra non avere molti ostacoli sul suo percorso anche se non raccoglie l’unanimità del partito. Nel frattempo la sindaca ha lanciato la sua campagna – non da Parigi – con un programma che probabilmente sarà molto ambientalista. Come quando per la sua candidatura alle comunali di Parigi il verde aveva rimpiazzato il rosso nei suoi manifesti elettorali. Il problema di Hidalgo è che è appunto una candidatura parigina e percepita come tale. E nemmeno a Parigi fa l’unanimità. È vero che è stata rieletta l’anno scorso, ma in un ballottaggio a tre nel quale ha totalizzato il 48,5 per cento dei voti (seconda la candidata del centrodestra e terza la candidata di Macron).

A complicare le cose ci si è messo anche l’ex ministro dell’economia di Hollande Arnaud Montebourg. Il politico è stato per anni il leader della sinistra interna del Ps, oltre ad essere stato il portavoce di Ségolène Royal. Candidatosi alle primarie del partito nel 2011 e arrivato terzo, ha sostenuto Hollande che lo ha ripagato con il ministero dell’industria e poi dell’economia. Diventa il principale esponente dei frondisti del governo Valls, che lascerà poi in polemica per le politiche economiche adottate.

Come complicarsi la vita a destra

Il paradosso di queste elezioni presidenziali è che il paese secondo tutte le inchieste non è mai stato così a destra come oggi. Ma il partito della destra per eccellenza, gli eredi di de Gaulle, fatica a trovare una candidatura comune. Il principale partito della destra – Les Républicains – aveva inizialmente preso la strada delle primarie per la scelta del proprio candidato. Troppi infatti erano i pretendenti. E nessuno di questi così forte da imporsi sugli altri. Mentre molti di essi si sono candidati a primarie non ancora decise, il partito ha improvvisamente cambiato idea e ha pensato di non tenere conto dello statuto che prevede le primarie e di determinare il candidato in un congresso che si terrà a dicembre, quando tutti i partiti avranno i loro candidati già da qualche mese. Tardi, molto tardi.

I candidati in questo congresso sono: Valérie Pécresse, presidente della regione Ile-de France ed ex ministra di Sarkozy; Michel Barnier, ex ministro egli esteri, ex commissario europeo e l’uomo che ha negoziato la Brexit con i governi dei Tories; Éric Ciotti, deputato ed esponente della destra del partito; il medico Philippe Juvin; l’imprenditore Denis Payre. I due principali candidati, Pécresse e Barnier, sono due personalità moderate di un partito che nel tempo ha visto molti elettori partire per votare Macron e Le Pen. 

A questi candidati si deve aggiungere Xavier Bertrand, il presidente della regione Normandia. Bertrand, che è stato ministro di Sarkozy, è anch’esso un moderato e per molto tempo considerato vicino a Macron. E la personalità del centrodestra che, secondo i sondaggi, sembra avere più possibilità d’impensierire Macron. Però si è rifiutato di partecipare alle primarie. E si rifiuta di partecipare a un congresso che non sia di ratifica della sua candidatura. Perché ritiene di essere il candidato naturale del partito e, come De Gaulle, dice, un leader non può sottoporsi a una competizione.

Appunto un leader. Bertrand non fa l’unanimità. E l’aspetto complesso della vicenda è che Bertrand, Barnier e Pécresse non hanno idee molto diverse. Si tratta quasi di un concorso di leadership. Nel quale nessuno dei tre eccelle. E il rischio è che se non risolvono questo conflitto, potrebbero danneggiare e di molto le possibilità del centrodestra di esprimere una candidatura che potrebbe vincere le elezioni presidenziali, che hanno vinto l’ultima volta nel 2007, quindici anni fa.

Zemmour, l’incognita nazionalista, e le tribolazioni di Marine Le Pen

I ritardi del centrodestra stanno lasciando moltissimo spazio al candidato – presunto – Éric Zemmour. Presunto, perché, pur muovendosi e parlando da candidato, non ha ancora ufficializzato la propria candidatura, probabilmente in attesa di avere le firme necessarie. Zemmour è un vero grattacapo per il centrodestra francese. Non solo sta salendo nei sondaggi prendendo voti al centrodestra e a Le Pen. Ma sta anche spostando il dibattito politico sui temi dell’immigrazione, della sicurezza e dell’identità, sui quali un tempo era Le Pen a macinare consensi. Zemmour però sta definendo i termini del dibattito con forti sfumature nazionaliste, revisioniste e razziste. Una sorta di Jean-Marie Le Pen di un tempo. Rispetto al quale però Zemmour aggiunge una “presentabilità” intellettuale che mancava all’ex leader dell’estrema destra. 

Zemmour sta mettendo pressioni a destra su Marine Le Pen. Senza alcun freno infatti, il polemista francese dice in maniera chiara quello che molti elettori dell’estrema destra e della destra pensano. E se l’opera di “de-diabolizzazione“, con l’abbandono delle espressioni truci e razziste del padre, aveva reso più appetibile Le Pen a una platea maggiore di elettori, oggi quella “moderazione” – relativa – sembra metterla in difficoltà. 

Ovviamente siamo solo all’inizio della campagna elettorale. Anzi ufficialmente non è ancora cominciata. Però Le Pen ha qualche difficoltà. Ne aveva già avute dopo la sconfitta del 2017, quando ha cambiato nome al partito e ha abbandonato il progetto di lasciare l’Eurozona. Aveva affrontato contestazioni interne e la crescita di personalità che avrebbero potuto farle ombra, come la nipote Marion Maréchal-Le Pen.

Sembrava che i problemi fossero dietro le spalle ma i risultati delle regionali di quest’anno non sono stati positivi. Anzi. Zemmour poi ha messo in dubbio che Marine Le Pen abbia la capacità per unire tutta la destra al secondo turno della presidenziali, come è accaduto nel 2017. Ben inteso, Zemmour pensa di essere la personalità adatta per farlo.

Ad oggi i sondaggi la danno ancora al secondo turno con Macron, dove sarebbe sconfitta ma non di molto. Almeno rispetto ai risultati del 2017. Il problema è che se Zemmour continua questa cavalcata nelle praterie del centrodestra e della destra, il rischio di non arrivare al secondo turno non è poi così lontano per Le Pen. E potrebbe essere anche un rischio per Macron che ha investito il suo peso politico nella speranza di dover ancora affrontare Le Pen, il prossimo anno al secondo turno. Se infatti Zemmour continuasse a salire, prendendo voti a Le Pen, e il centrodestra trovasse un accordo per una candidatura comune, ci potrebbe essere un ballottaggio tra Macron e un candidato repubblicano. E sarebbe una partita più difficile per il presidente.

Macron, guarda e attende

Nella storia delle presidenziali francesi, la ricandidatura del presidente uscente avviene di solito uno o due mesi prima del primo turno. Ad eccezione di Georges Pompidou, morto nel 1974 durante l’esercizio della sua funzione, e di Hollande, tutti i presidenti della Quinta Repubblica si sono presentati una seconda volta. De Gaulle, Giscard d’Estaing e Mitterrand lo hanno annunciato un mese prima dello scrutinio; Chirac due mesi prima; Sarkozy tre mesi prima. Oggi molti si chiedono cosa accadrà con Macron. Ma si pensa che seguirà l’esempio di De Gaulle, Giscard e Mitterrand. La Francia infatti da gennaio avrà la presidenza di turno dell’Unione europea e il presidente non vuole sprecare l’occasione di “pubblicità gratuita” come capo dello stato.

Nel frattempo mentre Macron è impegnato nella “solennità” del ruolo di capo dello stato, altri manovrano per costruire la maggioranza presidenziale, con molte difficoltà. Il primo ministro Jean Castex annuncia il rinvio della riforma delle pensioni, una delle promesse dell’allora candidato Macron e contro la quale i sindacati avevano organizzato mesi di protesta, interrotti poi dal Covid-19.

L’altro (ex) primo ministro di Macron, Edouard Philippe ha dichiarato il proprio sostegno al presidente ma sta creando un proprio partito che riunisca amministratori e personalità vicine a Les Républicains, per sottrarre voti al centrodestra, ma anche per dettare le proprie condizioni in caso di vittoria di Macron alle presidenziali e alle legislative del prossimo anno. E con uno sguardo alle presidenziali del 2027.

Il problema attuale di Macron è appunto quello del contenitore. Come andare ad elezioni e tenere assieme il partito del presidente, quello dei centristi di François Bayrou e quello di Phillippe? E come tenere assieme le varie anime parlamentari dl partito di Macron, composto da moltissimi ex socialisti, come il ministro degli esteri Jean-Yves Le Drian?

Per ora la fortuna di Macron è la sua indispensabilità in un sistema politico frammentato e centrifugo. Le difficoltà dei partiti tradizionali o la loro inconsistenza lo potrebbero rendere la scelta obbligata per molti a destra e a sinistra, soprattutto nell’ipotesi di un nuovo ballottaggio con Le Pen. Il rischio si chiama però astensione. Della sinistra, in particolare, che lo aiutò a vincere nel 2017.

Breviario delle prossime presidenziali francesi ultima modifica: 2021-10-05T19:36:35+02:00 da MARCO MICHIELI

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