Rossanda a Venezia. L’iniziativa dell’Iveser

Un anno fa la scomparsa della fondatrice del “manifesto”. Un incontro alla Giudecca per ricordare la sua figura e annunciare il lascito della sua biblioteca all’ Istituto Veneziano per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea che le dedicherà una stanza.
GIOVANNI LEONE
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Cose dell’altro mondo. Questo è stato il filo conduttore dell’incontro organizzato dall’Iveser (Istituto Veneziano per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea) per celebrare l’arrivo della biblioteca di Rossana Rossanda nella sede di Villa Heriot alla Giudecca e ricordare la figura di una protagonista del panorama della cultura, della politica e specialmente della cultura politica del Novecento, mancata un anno fa non solo ai suoi cari e agli amici di una vita ma a tutti noi. Per molti dei presenti in sala è un pezzo di un presente ormai passato, un passato vicino che è già remoto, storia. Unanime la consapevolezza che quella stagione della storia politica, culturale e sociale italiana è superata, nulla è più come prima e in questo senso è quanto mai appropriato richiamare il titolo dell’autobiografia di Rossana Rossanda La ragazza del secolo scorso, un bel libro, saggio di bella scrittura dal contenuto denso e significativo. 

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Venezia è sempre stata città aperta alla migrazione di culture accogliendo uomini (Armeni, Ebrei…) e anche libri, fin da quando qui approda da Costantinopoli la biblioteca del cardinal Bressarione che forma il nucleo della biblioteca Marciana. Ma non è questa la ragione per cui approda a Venezia la biblioteca di Rossanda che ha con la città lagunare un rapporto speciale. Di famiglia istriana, originaria di Pola, la Rossanda trascorre l’infanzia al Lido di Venezia prima di andare a Milano dove studia filosofia con Antonio Banfi e dove poi partecipa giovanissima alla Resistenza col nome di battaglia di Miranda. Ecco, dunque, che è la Resistenza la radice di un legame che non è genericamente affettivo con la cittlà lagunare ma si sviluppa nella collaborazione con Iveser grazie a Cesco Chinello e Mario Isnenghi.

L’hanno chiarito Giulia Albanese (presidente dell’istituzione veneziana) e lo stesso Mario Isnenghi (presidente onorario ma operativo) con i loro interventi. Questo lascito sancisce il legame con Iveser che è un’istituzione dedita a preservare la memoria, senza limitarsi alla custodia passiva di documenti ma dedicandosi all’elaborazione con attività di ricerca tese a gettare luce sul passato e nel presente. Per questo si svilupperanno certamente collaborazioni e collegamenti con l’Archivio di Stato di Firenze dov’è invece approdata la corrispondenza e l’intero archivio documentale di Rossana Rossanda.

È auspicabile che questo incontro, già interessante, sia l’esordio di un percorso di ricerca, di confronto, di dibattito che richiede altre occasioni di dibattito e approfondimento per i tantissimi i temi introdotti, tutti cruciali per inquadrare la storia della sinistra italiana e la figura di Rossana Rossanda, che è un ottimo pre-testo per ragionare intorno a questa pagina della storia contemporanea. Il tema è innanzitutto quello delle sinistre, dell’appartenenza a un arcipelago in tumultuoso conflitto in cui prevalgono le spinte divisive e i distinguo, e in cui continuano a emergere isole come effimere Ferdinandea o oniriche come l’isola che non c’è. Tutte sono in movimento, emergono e collassano, si spostano ma si dimostrano incapaci di farsi piattaforma continentale, solo IL partito, il Pci, ha avuto a un certo punto una forza tale da consentirgli di farsi continente ma non ha saputo onorare la responsabilità che aveva in capo. 

Centrale è il tema del partito che sta con quello della militanza, un termine che – come ha sottolineato Massimo Cacciari – deriva da milizia e fa riferimento all’arte della guerra e ai combattenti che stanno all’interno di un preciso schieramento, sono formati per il combattimento e sottoposti a una rigorosa disciplina, cosa ben diversa dai mercenari e dai soldati (termine che viene da as-soldati). La figura del militante richiede un’adesione totale, un forte senso di appartenenza e di attaccamento che talvolta sconfina nella cieca adesione fideistica. Non è questo il caso di militanti come Rossanda, nei quali prevale il carattere della lealtà su quello della fedeltà a ogni costo. Rossana Rossanda in questo è un caso esemplare, coscienza critica di un partito, il Pci, da cui viene buttata fuori ma a cui continua a rivolgersi. 

il manifesto nasce proprio per incalzare il partito, un partito di massa che è riferimento necessario e ineludibile, la casa comune che va riformata ed è questa la missione, anche se si è fuori dalla porta di casa, emendare nel senso letterale di toglier via le mende, le imperfezioni, i difetti, ed è a quel partito che è rivolta l’azione dei dissidenti. Ma quel partito stava dentro al sogno di una prospettiva internazionale anticipatrice dell’odierna dimensione globale, che si voleva capace di cambiare i destini dell’umanità. La storia diede ragione a Rossanda e ai suoi compagni di strada, non si poteva restare soggiogati e aggiogati al fratello maggiore sovietico, restare bloccati dentro al suo ventre come in una matrioska.

Tale posizione politica di emancipazione non presupponeva tuttavia l’abiura del comunismo ma la consapevolezza che l’Urss non era il comunismo, come non lo era quello di Mao o di Fidel o quello coreano. Bisognava dunque lavorare a un nuovo comunismo, persisteva infatti la certezza (non la speranza) che il comunismo fosse realizzabile proprio perché riformabile, quindi la condizione necessaria era quella di riuscire a riformarlo. Questo era il progetto di Rossanda e compagni.

Come dicevo, per certi versi la storia diede loro ragione, il Pci si smarcò cercando di imboccare la via del compromesso storico (che è forse l’ultimo vero atto politico di rilievo della sinistra, indipendentemente dal giudizio politico che se ne da), poi venne la progressiva dismissione dei valori e dei fondamenti della sinistra, che portò alla sconfitta a tutto campo e a una resa senza condizioni davanti a un capitalismo che si era invece nel frattempo riorganizzato, rafforzato, trasformato, rinnovato. Il Pci restò disorientato davanti ai cambiamenti sociali, non comprese la transizione e la necessità di aggiornare le categorie analitiche, le figure, le dinamiche, le parole… indigeribile la scomparsa della classe operaia (sostituita da nuove figure come le partite IVA), sostituire proletari e sottoproletari con le nuove figure emerse sulla scena sociale ad essi assimilabili nella sostanza, frutto dell’affermazione del modello liberista che genera nuove disuguaglianze.

È utile tornare sul ruolo del militante, che non fa “testimonianza” (come ha ricordato Cacciari) perché non è un osservatore ma sta sul campo di battaglia è coinvolti, partecipa. E qui approdiamo a un altro argomento che rischiava di non essere adeguatamente richiamato: il manifesto, quotidiano comunista. I due interventi non programmati di Guido Moltedo (già vicedirettore) e di Gabriele Polo (direttore nel primo decennio del millennio) ne hanno richiamato l’importanza. Un’esperienza unica nel panorama politico non solo nazionale. Si colloca subito di fianco al Pci, il grande partito di riferimento, facendosi coscienza critica, voce autonoma e indipendente e viaggia su un binario parallelo, vicino ma distinto.

La scelta è quella di fare politica facendo un giornale, non di fare un giornale per fare politica, infatti il quotidiano comunista, gestito da un collettivo di giornalisti, non è mai diventato un organo d partito, c’è andato vicino ai tempi della nascita del PDUP, il Partito di Unità Proletaria, per cui tanto si è speso Lucio Magri, e la stessa Luciana Castellina, che ritenevano che, preso atto dell’impossibilità di emendare il Pci, bisognava prendere posizione, assumersi le proprie responsabilità concrete sul piano politico, tornare appunto al ruolo del militante, inutile fare i filosofi o gli intellettuali restando a guardare dalla finestra. A questo proposito c’è una figura che è stata evocata e potrebbe essere utile indagare meglio, quella del compagno di Rossana Rossanda, K. S. Karol giornalista e scrittore cosmopolita, tra gli iniziatori del Nouvel Observateur, che del comunismo approfondisce l’esperienza e i tentativi di realizzazione. Si trasferisce a vivere in Unione Sovietica dal 1939 al 1946, poi viaggia in Cina dove incontra Mao Zedong in Cina, e a Cuba di cui studia la rivoluzione.

L’intero evento è online sul canale You Tube dell’Iveser

Rossanda a Venezia. L’iniziativa dell’Iveser ultima modifica: 2021-10-07T19:53:50+02:00 da GIOVANNI LEONE

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