Biennale. I paesi di lingua tedesca

Germania, Austria e Svizzera propongono una riflessione sullo spazio e sul tempo in cui viviamo, servendosi delle ultime tecnologie e proiettandoci in un prossimo futuro ben programmabile e concretizzabile. Il ripensamento dello spazio non avviene solo in termini architettonici, ma anche linguistici.
ISABELLA FERRON
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La Biennale di Venezia è forse l’istituzione italiana più importante per le arti contemporanee e per l’architettura, riconosciuta a livello internazionale. Una visita alla Biennale, nelle sue sedi dei Giardini e dell’Arsenale, è sempre un’esperienza non solo culturale e intellettuale, ma anche sensoriale. La 17. Mostra Internazionale di Architettura (22 maggio–21 novembre 2021) offre al visitatore – anche a colui che non è prettamente addetto ai lavori – tutta una serie di spunti di osservazione e prospettive originali per guardare al mondo, ma anche una riflessione sul linguaggio specialistico e quello quotidiano che si intrecciano e si influenzano a vicenda. 

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Il titolo della mostra di quest’anno è How will we live together?: da un punto di vista prettamente linguistico esso presenta in nuce la sfida posta ai curatori dei vari padiglioni nazionali e dei progetti presentati all’Arsenale, perché interroga sulle possibili soluzioni per un futuro vivere comune (si veda il pronome inclusivo ‘we’). Le risposte sono state molteplici e tutte veramente interessanti: soffermando lo sguardo sui Paesi di lingua tedesca partecipanti si può notare come in questi sia fondamentale il rapporto tra l’architettura e il linguaggio, quest’ultimo inteso non come una lingua particolare, ma essenzialmente come mezzo di comunicazione.

Biennale Architettura di Venezia 2021. Germania, The New Serenity 2038

L’architettura stessa è una forma di linguaggio e di scrittura. Con il linguaggio presenta sia analogie sia differenze. Ogni tentativo di scrivere di architettura parte da una riflessione sui mezzi di rappresentazione più adatti per descrivere e spiegare questo discorso. Non si tratta soltanto di creazioni di simboli e immagini, ma anche – come direbbe Derrida – di punti tangenti di un luogo costruito simbolicamente, considerato come presupposto per la sua comunicabilità. Scrivere di architettura e voler indagare il suo rapporto peculiare con il linguaggio, significa presupporre un senso posto a priori sulla base della comprensione convenzionale di ogni espressione scientifica.

A tal riguardo, la riflessione linguistica sull’architettura deve mostrare sia l’adeguatezza dell’interpretazione, la sua comprensibilità nella dimensione pubblica, sia anche la sua pretesa di rappresentazione. Il linguaggio architettonico non prende forma soltanto da un insieme di segni grafici e di disegni: secondo la glossematica, il segno linguistico è da intendersi in termini puramente relazionali, ossia derivante da un rapporto di dipendenza reciproca tra una forma di espressione e una di contenuto. L’espressione metaforica di linguaggio architettonico è legata a questa idea. Le teorie strutturaliste e post-strutturaliste hanno cercato di definire sia il linguaggio che l’architettura come due sistemi che si sviluppano principalmente in due dimensioni (il linguaggio nel parlato e nella scrittura, quindi foneticamente e a livello sillabico), l’architettura per mezzo di disegni e della terza dimensione, quindi mediante un modo di percepire spaziale o topologico. Mentre i testi sono mobili, l’architettura è statica e apre, attraverso le sue costruzioni, uno spazio.

Biennale Architettura di Venezia 2021. Platform dell’Austria

Tali caratteristiche, ma non solo, si possono – come già accennato – riscontrare nei progetti presentati dai Paesi di lingua tedesca. Austria, Germania e Svizzera, seppure in modo diverso, riflettono non solo sulla forma di rappresentazione delle costruzioni architettoniche, ma anche e soprattutto del rapporto del linguaggio architettonico con le nuove tecnologie. Più che presentare nuovi progetti, i tre Padiglioni nazionali propongono una riflessione sullo spazio e sul tempo in cui viviamo, servendosi delle ultime tecnologie e proiettandoci in un prossimo futuro ben programmabile e concretizzabile. Il ripensamento dello spazio non avviene solo in termini architettonici, ma anche linguistici.

Nel suo padiglione la Svizzera, paese multilingue e multiculturale per antonomasia, opta per l’inglese come lingua di comunicazione: il progetto, dal titolo ORÆ – Experiences on the Border, esplora il tema del confine, della frontiera sia da un punto di vista spaziale che politico, sociale e culturale. Il confine indica sia la fine che l’inizio di un qualcosa: il progetto collettivo che coinvolge anche gli abitanti di frontiera si pone l’obiettivo di ripensare i confini come uno spazio con le proprie peculiarità e forme di rappresentazione. Alla base vi è l’idea di una narrazione collettiva che può diventare un nuovo punto di osservazione del mondo. Ai concetti di confine e frontiera sono legati quelli di paesaggio, di identità, inclusione ed esclusione, infrastrutture e di una embodied knowledge, di una conoscenza esperita. 

L’Austria e le Germania affrontano il ruolo delle tecnologie in architettura: Platform Austria ripensa l’ambiente che ci circonda mediante un progetto collettivo in cui anche i singoli cittadini sono chiamati a dire la loro in tema di piattaforme digitali e di sviluppo urbano. Il Padiglione austriaco diventa un forum per analizzare le tipologie emergenti di piattaforme per l’urbanistica e quindi un luogo in cui si intrecciano linguaggi diversi (testi, disegni, video. ecc.) in luoghi condivisi socialmente. 

Biennale Architettura di Venezia 2021. Svizzera Experiences on the Border

Analogamente nel Padiglione tedesco, riempito solo di codici QR appesi nelle varie stanze e sole chiavi di accesso ai video che spiegano l’installazione, ci si interroga non solo sulle sfide che deve fronteggiare l’architettura nel periodo pandemico e successivamente, ma anche sul ruolo del linguaggio nel costruire il presente e il futuro. Il gruppo 2038 che ha curato il Padiglione ipotizza un prossimo futuro nel 2038, quando si sono finalmente superate le grandi crisi: dopo la pandemia di Covid-19, i disastri economici ed ecologici globali hanno avvicinato le persone, il mondo del lavoro e delle istituzioni. Il mondo rappresentato mette in discussione i modi di vivere attuali: questa installazione è prima di tutto una riflessione sul significato della pandemia e dei cambiamenti epocali da essa causati che pongono non solo questioni sulla sostanza materiale dell’architettura, ma anche sul vivere comune. Si interroga su concetti come quelli di nazione e individuo, della loro definizione in continuo cambiamento per adeguarsi alle nuove realtà. Viene proposto un uso riflessivo del linguaggio, attento al cambiamento dei significati.

I curatori fanno notare come vi sia una sorta di continuità nominale nel descrivere le pandemie che hanno cambiato il mondo e hanno portato a nuovi significati delle cose e dell’ambiente, senza perdere tuttavia quelli vecchi. L’analisi della mutevolezza del linguaggio, sia esso quotidiano o specialistico, riflette non solo sulle connotazioni, le analisi statistiche e le metafore, ma è legato a una riflessione estetica e politica dell’uso delle tecnologie.  

Haus der Statistik

Allo stesso modo, nello spazio espositivo dell’Arsenale, viene presentato un progetto da un gruppo di architetti, vincitore del Leone d’oro, che riflette sulla riqualificazione degli spazi urbani di Berlino, dove negli ultimi anni il mercato immobiliare ha visto un’impennata di prezzi e una forte crisi degli alloggi. Il collettivo affigge sulla facciata dell’edificio Haus der Statistik non lontano dalla famosissima Alexanderplatz un grande poster in cui riflettono sulla ricollocazione degli spazi e degli edifici della capitale tedesca. L’edificio è preso a modello della grande e continua trasformazione della metropoli berlinese e la continua perdita di spazi dedicati alle arti e all’educazione. Viene in questo modo proposto uno studio del processo di trasformazione del paesaggio urbano, concentrando l’attenzione sul potere delle relazioni civiche nella condivisione degli spazi. L’Haus der Statistik come la zona dell’ex aereoporto Tempelhof diventano luoghi in cui avvengono dialoghi tra linguaggi diversi. In questo progetto grande importanza è data al verbo fare (ted. machen) e alla parola zusammen (= insieme), sia nella sia funzione avverbiale come anche parte di composti nominali e verbali. È un progetto in cui le parole, i concetti e le immagini si completano e rimandano a tematiche quali l’inclusione e l’esclusione sociale, ripercorrendo i ruoli chiave che la città di Berlino ha avuto nel corso della storia recente.

Ciò che affascina di questi progetti, come pure di quelli degli altri Paesi presenti alla mostra, è che si tratta non solo di un’officina di lavori per migliorare il nostro futuro, ma anche di uno studio vero e proprio sul linguaggio non solo nella sua funzione prettamente comunicativa, ma anche come elemento essenziale della vita dell’uomo.

Biennale. I paesi di lingua tedesca ultima modifica: 2021-10-11T18:33:18+02:00 da ISABELLA FERRON

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