Giochi di strada. Tra mostra e metafora

Patrizia Pegoraro espone nello spazio veneziano di Micromega Arte e Cultura una serie di ventuno disegni dedicati ai giochi dei bambini, accompagnati e affiancati da giocattoli.
FRANCO AVICOLLI
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Lo Spazio Micromega Arte e Cultura riprende il cammino interrotto per cause di forza maggiore e ricomincia dal gioco proposto in forma artistica con I giochi di strada di Patrizia Pegoraro. La mostra è composta da una serie di ventuno disegni carichi di freschezza e come si conviene alla spensieratezza dell’infanzia. I disegni sono accompagnati e affiancati dai giocattoli come a voler completare la dimensione composita del gioco in cui si ritrovano gli strumenti della manualità infantile, la loro carica immaginifica e simbolica, le esperienze personali, i percorsi di riconoscimento nel lungo viaggio in cui si costruisce la convivenza, i linguaggi generativi di riti identari individuali e collettivi. 

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Il tempo del gioco è quello della spontaneità, dell’immediatezza e, in fondo, della ricerca di proprie abilità e certezze. Ed è proprio salutare tuffarsi nell’atmosfera fiduciosa che si apre alla vita in questi tempi pesanti di diffidenza spaventosamente performanti.

L’artista rivisita i giochi che disegna con tratto pulito, senza sbavature, con la linea e le sfumature appropriate che trasmettono l’origine sicura del gesto artistico quindi ribadito nei dettagli di atteggiamenti propri dell’età del gioco, di un tempo in cui le cose hanno valore in sé, in cui i caratteri si rivelano e prendono forma. Il gioco si conclude generalmente in sé e richiede dedizione, quindi concentrazione, serietà ed impegno proprio perché la suo finalità non è tanto di vincere sull’antagonista circostanziale, ma di cimentarsi con un qualche modello immaginario o reale in cui è possibile conoscersi, trovare elementi rivelatori o rivelazioni vere e proprie di una qualche abilità e destrezza; il senso del gioco è tutto nel suo farsi e l’esito, l’epilogo o il risultato hanno la funzione fondamentale di riproporre un altro giro in una conferma individuale e collettiva senza soluzione di continuità. Il gioco è la dimensione in cui vincere o perdere non è decisivo, ma è l’entità in cui si manifestano con varia intensità e coscienza misure e appartenenze tanto utili quanto necessarie per crescere.

Sono aspetti che Patrizia Pegoraro ha colto congruamente con i suoi disegni in cui, come accade nel gioco del nascondino, è possibile notare il gesto furbo, malizioso, ma soprattutto ingenuo del bambino che sbircia i movimenti tra le dita che accennano all’apertura; o nel campanon, in cui le bambine osservano attentamente e non senza preoccupazione e qualche vena di invidia la coetanea che salta; o, ancora, nel gioco delle biglie dove gli occhi attenti dei bambini ammucchiati sanno simulare la trepidante fibrillazione collettiva. Sono molti i dettagli significativi ed evocativi che è possibile trovare nei disegni del gioco del pallone, nella mosca cieca, nel tiro della corda o nell’antico e dimenticato “massa e pindeo”, che riporta a tempi oramai remoti.

Il gioco e gli spazi di Venezia

La mostra vuole essere un chiaro segno della ripresa delle attività di Micromega Arte e Cultura nella forma generosa del ritorno fiducioso, ed è un suggerimento per una necessaria e possibile narrazione del senso del gioco a Venezia e dello spazio aperto dove lo praticano i bambini, della sua straordinaria valenza di luogo dell’incontro, del riconoscimento e della creatività tanto speciali e necessari per la qualità della convivenza. Ed è perciò un modo per constatare la spiacevole e pesante evidenza di spazi invasi non tanto dal vociare della festa della vita in corso, ma da una negazione che sa di circostanza e di assuefazione a un destino turistico in cui la città è contenitore di un mondo che la relega al ruolo elementare di sfondo, di luogo del tempo libero. 

Lo dice l’invasione diffusa del plateatico e l’eco triste di un episodio davvero sgradevole accaduto qualche anno fa in piazzetta san Marco, due o tre mesi prima della pandemia:

Pericolosi teppisti minorenni si sono permessi di lasciare, sulla vera da pozzo di piazzetta dei leoni a San Marco, dannosissimi fogli di carta, letterine con messaggi sovversivi del tipo “Questo è il Natale dei bambini veneziani” mentre tre criminali si sono macchiati del reato di aver violato la sacralità della Piazza affiggendo sotto all’albero televisivo uno striscione con su scritto “in mezzo ae do colone se copava i criminali no el Nadal”. Per fortuna intervengono prontamente gli agenti di Brugnaro e Agostini, 

scriveva con mordace ironia Giovanni Leone.

Si riferiva appunto al gioco di alcuni bambini che salutavano il Natale in arrivo con disegni e frasi affidate all’innocente e inoffensivo svolazzare di fogli messi qua e là, ma, purtroppo per loro, nella piazzetta preclusa all’uso civico. C’è da domandarsi se di tale macroscopico destino che vieta la zona marciana alle manifestazioni cittadine che includono il gioco, è consapevole Ca’ Foscari quando consegna la laurea agli studenti nella piazza di san Marco e se ciò è compatibile con la missione formatrice dell’università.

Il gioco, il caso e i sogni rendono la vita un’invenzione permanente e non c’è dubbio che del loro possibile, felice e auspicabile incontro Venezia è per definizione il luogo privilegiato. E ciò sempre che la sua dimensione di città depositaria di esperienze vitali di convivenza, trovi rispondenza nei comportamenti di chi governa e di chi viene in visita. 

Ma il dialogo storico dà segni manifesti di un meccanismo inceppato, eccessivamente mediato dalle finalità di un turismo estraneo al senso di Venezia e al suo spessore storico e culturale, indifferente alla quotidianità dei suoi cittadini e residenti, estraneo alle attività artigianali che richiederebbero un’attenzione funzionale alla città storica e al suo ruolo territoriale come nel caso basilare del legno. Eppure Venezia è fatta di abitanti che vanno a scuola, si ricoverano in ospedale, lavorano nelle botteghe e frequentano biblioteche, teatri, università, mercati, hanno una vita sociale che spesso prende corpo negli spazi aperti e pubblici della città. In quegli stessi spazi dove il caso si esalta nell’incontro inatteso, dove i bambini affermano la loro esistenza nel gioco della vita che si rinnova nel tempo.

Giochi di strada. Tra mostra e metafora ultima modifica: 2021-10-14T12:25:36+02:00 da FRANCO AVICOLLI

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