Il sontuoso giardino dell’antica Roma torna alla luce

Un nuovo museo nasce sul luogo del ritrovamento di un eccezionale contesto archeologico sotto la sede dell'Enpam che ha rimesso in luce alcuni settori finora sconosciuti degli Horti Lamiani.
LUNA MOLTEDO
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[ROMA]

Ubicati nella zona più alta dell’Esquilino, il più alto dei sette colli, nell’area intorno all’attuale Piazza Vittorio Emanuele a Roma, gli Horti Lamiani furono fondati dal console Elio Lamia, amico di Tiberio, e passarono ben presto (già con Caligola) a far parte delle proprietà imperiali. Lucio Elio Lamia era discendente da una nobile stirpe che faceva risalire le sue origini al mitico Lamo, eroe greco fondatore di Formia: una famiglia importante quindi, che seguì Mecenate nel recupero urbanistico dell’Esquilino, fino ad allora occupato da un sepolcreto. 

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Residenza privata di molti imperatori e locus amoenus per le meraviglie che vi si potevano trovare, una parte degli Horti oggi rivive grazie al nuovo Museo Ninfeo, realizzato congiuntamente dalla Soprintendenza Speciale di Roma e da Enpam, che sarà inaugurato con due open day il 30 e 31 ottobre e poi aperto al pubblico dal 6 novembre.

Il nuovo museo, il giardino degli dèi, nasce, proprio sul luogo del ritrovamento di un eccezionale contesto archeologico sotto la sede dell’Enpam (Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza Medici) che ha rimesso in luce alcuni settori finora sconosciuti degli Horti Lamiani, prossimi all’area dove Lanciani aveva documentato un lungo criptoportico dotato di un pavimento in alabastro e di preziose decorazioni parietali, scandito da colonne in marmo giallo antico con basi in stucco dorato, il cui arredo trova riscontro nella testimonianza delle fonti letterarie. 

Il settore individuato sotto la sede dell’Enpam si sviluppa intorno ad un’aula di rappresentanza originariamente rivestita da sectilia, dotata di ambienti di servizio e d’una fontana. Il complesso, riferibile a diverse fasi edilizie, è articolato in terrazze-giardino contenute da strutture in opera reticolata, con un tratto di strada basolata connesso alla via Labicana, forse il limite della proprietà. L’aula va attribuita agli interventi di Alessandro Severo (222-235), testimoniati all’Esquilino anche dalla costruzione dei “Trofei di Mario” che si trovano al centro dei giardini di piazza Vittorio anch’essi riqualificati e riaperti al pubblico un anno fa.

Gli scavi precedenti, quelli ottocenteschi, rimisero in luce i resti di un vasto complesso edilizio: tra gli edifici più notevoli un’immensa struttura a forma di teatro, probabilmente una fontana monumentale con effetto scenografico sulla valle sottostante; un portico sul quale si affacciavano ambienti con affreschi di giardino; una serie di ambienti termali decorati da preziosi marmi colorati. Un lusso, degno di un imperatore come Caligola, e ulteriormente confermato dal ritrovamento, in una camera sotterranea, di un gruppo di sculture, custodite ai Musei Capitolini, tra cui la Venere Esquilina, il torso di Dioniso disteso probabilmente parte di un complesso più ampio, il gruppo di Commodo come Ercole, vero capolavoro della ritrattistica romana, fiancheggiato dalle statue di Tritoni in un’allegoria dell’apoteosi dell’imperatore.

Sono tremila gli oggetti esposti, affiancati da ricostruzioni e video, che restituiscono i diversi aspetti della cultura antica. Lungo le scale che conducono all’area archeologica vengono i nomi di tutti i medici caduti lottando contro il Covid-19.

Moltissimi reperti dello scavo testimoniano la vita quotidiana negli Horti Lamiani: pentole, stoviglie, bicchieri, vasellame. Una ampia vetrina ne offre una selezione articolata lungo una linea cronologica che mostra l’evoluzione di questi oggetti dal I secolo avanti Cristo al V dopo Cristo. I ritrovamenti vegetali permettono di aprire una ulteriore finestra sugli Horti Lamiani: sono state rinvenuti le piantumazioni, in terra e in vaso, che ci permettono di avere un’idea della sontuosità dei giardini nelle varie epoche. Ci sono anche i reperti animali, tra cui ossi di leone, di cerbiatto, di struzzo, denti di orso, un’ampia varietà di frammenti di fauna marina che testimoniano gli usi alimentari dei romani, in particolare dell’aristocrazia, tra cui resti di ostriche.

Il progetto del museo è anche frutto della rete delle collaborazioni che hanno consentito una ricerca multidisciplinare di diversi dipartimenti universitari e liberi professionisti. Ricostruire un palazzo moderno nel centro della città e al contempo conservare, conoscere, restituire alla comunità il patrimonio archeologico celato nel sottosuolo è un esempio virtuoso. 

Il sontuoso giardino dell’antica Roma torna alla luce ultima modifica: 2021-10-16T13:30:08+02:00 da LUNA MOLTEDO
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